LEE SCRATCH, IL REGGAE NON INVECCHIA

Divertente e piacevole esibizione della Bandabardò prima della performance del padre del ragamuffin. Un festival che sfugge alla tradizione
Lee Scratch Perry
Lee Scratch Perry

PISTOIA. È un Festival che non ci saremmo aspettati, questo che si sta consumando. Perché è il primo, in assoluto, che rompe, quasi del tutto con il suo passato unico e glorioso, quello del Mississipi e si rimette in gioco provando ad abbracciare tutte le sonorità.

Ieri sera, ad esempio, ad introdurre la notte del sabato, quella che fino alla passata edizione era quella di maggior attrazione (inutile spiegarvi perché, ci auguriamo), sono arrivati i fiorentini della Bandabardò, formazione sgangherata, d’accordo, ma che non ha nulla da imparare a chiunque voglia dar loro direttive musicali.

Non si prendono sul serio, questo è vero (a parte gli onorari), cantano l’impegno con il disimpegno, ma sono sonoramente piacevoli e poi sono anche un ottimo defribillatore sociale: con la Bandabardò, il pogo dell’heavy diventa molto casereccio, nostrano e alle spallate si preferisce l’inchino, quasi veneziano di corte settecentesca.

E dire che le condizioni atmosferiche, ieri, ce l’hanno davvero messa tutto per far saltare banco e chicchi: piccolo nubifragio nel momento nel quale a casa si decide se andare o fare altro e incredibile riduzione della temperatura. Il concerto c’è, la Bandabardò non ha paura e la voglia degli indomiti di saltellare e cantare è più forte di qualsiasi imprevisto. L’orologio continua a scorrere velocemente; le 23 sono già passate da più di un quarto d’ora; Lee Scratch Perry non si vede. Alla sua età (78 anni), forse, ha preferito desistere e rendere il cachet.

Ma no, è in ritardo perché sta cercando una bottiglia di buon rosso con il quale coniuga tutte le sue esibizioni. Il reggae non ha età, lui poi, non ne parliamo. È il padre della musica jamaicana, è il padre di tutta la corrente di quella cultura e di quella musica che per anni ha spopolato in tutto il Mondo, riconoscendosi, soprattutto, nel suo spirito superiore, Bob Marley.

Con il vecchio jamaicano, vecchio d’anagrafe, non certo d’abbigliamento – vestito rosso cangiante, copricapo folle zeppo di specchietti, santini e souvenirs, sopra una chioma rosso mogano che ricorda Geppetto, o Pappagone, forse – , ci sono musicisti standard della zona, come i fratelli Ferro. Raffaele, che ha il merito con Jimi Vistoli di aver portato il ragamuffin a Pistoia con i Raga Riddim, c’è anche Paolo, che credevamo un professionista commerciale con propensione a satira calcistica. Ci eravamo sbagliati, chiediamo scusa.

La musica è quella che sembra essere la stessa di trenta anni fa, con quell’incedere ciondolante che non ha voglia di alcuna sollecitazione. Ballare il reggae è la cosa più bella che ci sia, perché la dinamica artistica del movimento somiglia ad una parodia di se stessa: si solleva un ginocchio, come Cochi e Renato, o Battiato più tardi, si alzano le mani. Il ritmo non sta nella coordinazione estetica, ma in quello dell’anima: è lì che passa quella musica, è lì che riposa in pace.

Dopo l’una, anche l’immarcescibile Lee Scratch Perry depone le armi, chiude il set e saluta il suo popolo, che ignora da chi sia composto. Si va a letto, si va a scrivere, si prosegue degustando un’altra birra. Ma dove andate: sul palco c’è il set-disco con Zion Train. Il tu-tu-tu andrà avanti ancora un paio d’ore: per noi che stiamo a scrivere è l’ideale, cadenza la sintassi, per quelli che stanno aspettando in gloria di spegnere le luci e tirarsi su il lenzuolo, un vero stillicidio.

È un Festival che non ci saremmo aspettati, questo in corso d’opera: ha una tecnica diversa, incontemplata, senza punti di riferimento. Difficile combatterlo, perché non ha fuoriclasse da demonizzare, né zone deboli contro le quali concentrare gli attacchi. Il mercatino non c’è più, quello classico, da asfissia e il Festival non cresce più dal venerdì alla domenica.

È iniziato giovedì, con i Negramaro, si chiude sette giorni dopo, con gli Arctic Monkeys. Nel mezzo un sacco di cose, che sono tutte le derivazioni, più o meno naturali del blues.

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