lettere al direttore. E IO MI SONO ROTTO LE SCATOLE…

PISTOIA. Mi sono moderatamente rotto le scatole per chi, nascondendosi dietro l’ipocrita concetto del bene collettivo, disprezza ferocemente, a tratti oggettivamente, questo Paese.

Mi dirà, direttore, che ciò che è oggettivo per me non lo è per gli altri. Bene, mi sono rotto le scatole anche di questo continuo relativismo, e della perenne relativizzazione, verso praticamente tutto: arriveremo a dover sopportare chi sostiene che d’estate faccia un freddo glaciale. Per carità, è bene che ognuno lo possa dire, ma pretendo di avere, a mia volta, la possibilità di indicare costui come un pazzo maniaco.

Ma negro è offensivo o si può dire? La legge canadese che elimina dall’inno nazionale la parola figli perché sessista, è passibile di interpretazione o è obiettivamente una stupidaggine? Il fascismo ritorna davvero, nel senso di regime dittatoriale? E Fiano ha ragione a voler rendere illegale la vendita dei cimeli fascisti oppure è un quaquaraquà, per dirla alla Sciascia?

Ah, a proposito di Fiano. Mi sono rotto le scatole anche di lui, anzi, di lui per primo. Di lui e delle scelleratezze che va cantando da qualche mese a questa parte. Mi sono rotto le scatole anche delle sue vicende personali che vorrebbe trasferire sul piano pubblico, intenerendo chicchessia con la storia della sua famiglia decimata dai nazisti. Evento tragico ma privato, e dunque inadatto ad essere la base per un disegno di legge.

Mi sono anche rotto le scatole di coloro che, odiandomi, vogliono impedirmi con falsi toni buonisti di restituirgli pan per focaccia: il mio odio. Odio non poter odiare, ma questa è una fissazione mia, poiché amo la libertà.

Mi sono stancato definitivamente anche di veder dissipate risorse immense da governi italiani (sottolineo italiani) che tutto fanno tranne che gli interessi di questo Paese. Glielo voglio dire: mi avete rotto le scatole, voi, i vostri preti accattoni, i vostri chierichetti, il vostro perbenismo, la vostra carità pelosa e quei rompiscatole che ci state obbligando a sopportare. Sì, gli immigrati.

Non voglio averci a che fare, non mi interessano come io non interesso a loro se non come fonte di soldi (il pocket money), non intendo imparare niente da loro perché devono ancora spiegarmi cosa significhino le cuffie alle orecchie, il cellulare, le pretese, la sfacciataggine e lo ius soli.

Mi sono rotto le scatole anche degli ex-cammellieri che provvisti di barbe lorde e tuniche imbarazzanti affermano, telecamera di fronte, che le donne sono antropologicamente inferiori perché lo comanda Allah. Lo scrisse Filippo Facci e lo ripeto: un calcio su quel fondoschiena che occupa impunemente il mio marciapiede sarà il mio miglior editoriale.

Mi sono stancato delle ristrettezze verbali, ovvero del politicamente corretto: voglio poter dire a gran voce che l’associazione nata per abbattere le nostre frontiere è immensamente più pericolosa dei dieci skinhead che la hanno contestata. E che il pazzo criminale di Macerata era un pazzo criminale a differenza del nigeriano squartatore che, invece, è l’avamposto della decadenza che avanza. Un ospite che spadroneggia. Un ospite, non invitato, che ti prende a calci.

La razza bianca non esiste? Direttore, non me ne frega niente e mi sono rotto le scatole anche dei linguisti: perdigiorno buoni a nulla. Voglio avere il diritto di amare ciò che sostanzia la nostra civiltà: una storia giudaica, cattolica, laica, greco-latina, roussoiana, tutta roba inversa a ciò che gli invasori, in silenzio, si apprestano a trasportare sulla nostra terra sui maledetti gommoni.

Infine, se dopo aver letto tutto questo qualcuno urlerà al razzismo, deve sapere che in un Paese normale dotato di un’opinione pubblica normale gli sarebbe consigliato di tacere pena il rimediare una figura oscena: l’analfabetismo funzionale non è perdonabile. Le cose devono cambiare drasticamente: loro non possono più essere un mio problema perché io dovrò essere il loro.

Temo sia finito lo spazio a disposizione. Mi sarei rotto le scatole anche di questo, però pare sia inevitabile.

Lorenzo Zuppini

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