libri. QUELL’INFERNO DEL “FORTETO” COSÌ CARO A CERTA SINISTRA

«Va da sé che certi bocconi amari dobbiamo esser pronti a ingoiarli da soli...»
Il Forteto. Sergio Pietracito, Francesco Pini, Luigi Scardigli e Duccio Tronci
Il Forteto. Sergio Pietracito, Francesco Pini, Luigi Scardigli e Duccio Tronci

PISTOIA. Dopo aver ascoltato questa storia, e prima di incazzarti, ti domandi come sia possibile che l’anima dell’uomo possa contenere tanta cattiveria e perversione.

Provi a trovare una spiegazione, la più razionale possibile, a dei comportamenti grotteschi che, però, di razionale hanno ben poco. Hai bisogno in cuor tuo di trovare delle spiegazioni, talvolta delle attenuanti, perché questo è un boccone davvero troppo amaro per essere ingoiato e digerito così com’è, con la disinvoltura che devono possedere i cronisti che guardano il mondo e lo raccontano.

Francesco Pini e Duccio Tronci – presentati e moderati da Luigi Scardigli – sono due giornalisti che raccontano ciò che vedono, e a questo giro hanno narrato la storia de “Il Forteto” nel loro libro “Setta di Stato. Bambini affidati, abusi sessuali, amici potenti. Il caso Forteto”. Duecentoventiquattro pagine in cui viene raccontata la vicenda di Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, fondatori della comunità “Il Forteto”, dove dagli anni settanta vengono ospitati minori in difficoltà.

Personaggi, questi due, fin da subito ritenuti poco affidabili ad accogliere ragazzi in difficoltà. Difatti nel 1978 vengono entrambi arrestati e successivamente condannati in via definitiva per maltrattamenti e atti di libidine nei confronti dei minori a loro affidati.

Le sensazioni sgradevoli che provavano coloro che, per un motivo o per un altro, si recavano in visita al “Forteto” erano fondate. Tutto troppo perfetto, tutto troppo idilliaco, e Fiesoli sfacciatamente persuasivo e viscido nel presentare la comunità come il paradiso terrestre.

Nonostante ciò, al “Forteto” e ai suoi padroni (perché di padroni si deve parlare) vengono affidati ancora bambini dal Tribunale dei minori, sfidando la sorte e la storia che aveva scritto fino a quel momento la coppia Fiesoli-Goffredi: una storia di violenze e di abusi sui minori. È una follia, direte voi, ma tant’è.

Il potere che cancella la verità
Il Forteto. Ovvero il potere che cancella la verità

Da quel momento si innesca un meccanismo assurdo e vomitevole per cui la comunità “Il Forteto” diventa motivo di vanto per l’amministrazione regionale di sinistra.

La politica ci teneva a elevare quell’ambiente che sembrava tanto sano, tanto bello, e talmente tanto importante che numerosi politici di spicco della sinistra si recavano da Fiesoli e Goffredi per far visita al paradiso sceso in terra.

Foto, abbracci, pranzi, sorrisi e pacche sulla spalla. Con, nel finale, il solito sacchettino contenente formaggi e verdure prodotti all’interno della comunità, mentre uscivi da quell’Eden per tornare nel mondo normale, che Fiesoli diceva fosse “tutta merda”. E si parlerà anche di questo: sfruttamento del lavoro minorile.

La politica considerava “Il Forteto” uno sponsor invidiabile per avviare la campagna elettorale o far salire i sondaggi. A questa struttura d’eccellenza, in tredici anni, sono versati un milione e duecentomila euro di contributi pubblici. Il passato funziona da biglietto da visita per il presente e per il futuro, tranne che nel caso di Fiesoli e Goffredi.

Intanto nel 2000 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia a risarcire le malefatte di Fiesoli e Goffredi: per ben due anni i nostri due affezionatissimi non avevano fatto incontrare due bambini coi genitori adottivi, tenendoli rinchiusi al “Forteto”.

Si inizia a comprendere che quel posto non è solo un luogo dove sono state perpetrate violenze. No, quella è una comunità chiusa, di lì non si può scappare, è bene solo ciò che viene detto e fatto lì dentro, mentre tutto ciò che è al di fuori è male, il male assoluto, e i ragazzini affidati al “Forteto” crescono con questa idea assurda in mente.

Assurda e pericolosa, perché elevando la comunità e i suoi dirigenti a bene assoluto, anche ciò che si subisce lì dentro rischia di passare per attività giusta o educativa. Si comprende, insomma, che il problema si è trasformato in una piaga che nessuno può o vuole curare.

I servizi sociali, spiegano Francesco Pini e Duccio Tronci, effettuavano controlli “soft” perché sapevano che i magistrati continuavano ad affidare minori alla comunità. Era come se Fiesoli e Goffredi presentassero una certificazione di bontà d’animo e capacità nel loro lavoro. Addirittura venivano avvisati dei controlli che sarebbero avvenuti, perché i servizi sociali, che magari venivano da lontano, non volevano rischiare di arrivar lì e non trovar nessuno, facendo così il viaggio a vuoto.

Si capisce che, in questo modo, chiunque avrebbe potuto travestire l’inferno da paradiso. E così è avvenuto. I magistrati poi, dal canto loro, non si facevano troppe domande visto il continuo benestare che la politica dava al “Forteto”. Era una gara a chi lo accreditava di più.

Il "Forteto"
Il Forteto, un paradiso in cui credeva solo la politica

Accreditati, Fiesoli e Goffredi, talmente tanto che, ad esempio, nel febbraio 2010 il primo dei due partecipa in Senato a una iniziativa sui bambini. Veniva quindi portato sul palmo della mano anche da politici di livello nazionale, non solo regionale.

Nel 2011 partecipa come ospite a una conferenza a Firenze in cui parla della sua esperienza di educatore, di fronte a quello che nessuno avrebbe creduto sarebbe diventato il Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, allora politico toscano di spicco. La storia ci dice, tra le altre cose, che chiunque sia entrato in contatto col “Forteto” abbia poi avuto una carriera brillante.

Nello stesso anno vengono nuovamente arrestati Fiesoli e Goffredi. Due anni dopo, dopo varie ispezioni sotto il governo Letta, viene chiesto il commissariamento del “Forteto”. Ormai era finito il prosciutto con cui foderarsi gli occhi. Finisce, però, tutto insabbiato nel momento in cui Renzi occupa il posto di Letta, con l’attuale ministro Poletti che a quel tempo era presidente di Lega Coop.

Il 17 giugno 2015 Rodolfo Fiesoli è stato (nuovamente) condannato a diciassette anni di reclusione per maltrattamenti e abusi sessuali. E durante il processo è stato sollevato il coperchio che teneva sigillato il pentolone del “Forteto”, e racconti agghiaccianti sono saltati fuori, esperienze e torture durate anni che hanno rovinato la vita di quei bambini che furono affidati a quella comunità.

Inutile soffermarsi sui singoli particolari, poiché chiunque può immaginarseli conoscendo i capi d’imputazione per cui Fiesoli è stato condannato. Ma Sergio Pietracito, dell’Associazione Vittime del Forteto, uno dei pochi che riuscì a fuggire dall’inferno, ci ha detto che la violenza più terribile che subivano i ragazzi era la privazione della vita stessa.

Cioè vivevi ma non vivevi. Respiravi, mangiavi, dormivi, ma gli occhi dei dirigenti erano sempre puntati su di te, come delle videocamere invisibili che sorvegliavano “Il Forteto”, che scannerizzavano la tua vita, le relazioni che nascevano dentro quelle mura e che per statuto dovevano essere distrutte immediatamente, poiché rischiava di crearsi una collaborazione tra vittime che avrebbe potuto minare il sistema del “Forteto”.

Ci sono state persone che, dimostrando un indomito coraggio, hanno sfidato la setta del “Forteto” denunciando quanto sapevano. Come nel caso di una maestra del paese di Vicomano che, avendo tra i suoi alunni alcuni ragazzini affidati alla comunità di Fiesoli e Goffredi, si era accorta che in loro qualcosa non andava.

La politica ieri sera non era presente nella piccola, calda e accogliente libreria “Lo Spazio”, dove Francesco Pini e Duccio Tronci ci hanno presentato il loro libro, il loro dossier. E forse è stato meglio così, perché è stata fin troppo distante e disinteressata alle vicende disumane avvenute negli ultimi trent’anni in quella comunità che gli stessi politici utilizzavano come sponsor.

Va da sé che certi bocconi amari dobbiamo esser pronti a ingoiarli da soli, forti del fatto che dove c’è malvagità, da qualche parte si nasconde anche la bontà.

Che prevarrà, se noi lo vorremo.

[Lorenzo Zuppini]

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