LO SHOW DI CAPAREZZA

Michele Salvemini...
Michele Salvemini…

PRATO. Il professor Michele Salvemini è veramente monumentale. Assistere ad una sua lezione è un intelligentissimo, dotto, colto, ginnico e divertente passatempo, due ore nelle quali si ha il dovere di pensare, saltare, ridere e assistere, soprattutto, ad una pièce teatrale degna delle migliori scenografie.

I suoi fedelissimi, in massiccia (oltre quattromila, con parecchie famiglie e figli, piccoli, al seguito) rappresentanza anche ieri sera, 3 settembre, in piazza del Duomo a Prato, nella terza e penultima serata di Settembre pratese, possono tranquillamente confermare. E aggiungere qualcosa che a noi, osservatori distanti, sarà sicuramente sfuggito.

Caparezza (Michele Salvemini è lui) è davvero uno showman, un intrattenitore di rango, un affabulatore cattedrale, un rappettaro che ha imparato così bene i tempi e i modi della musica che ha superato, maestosamente, tanti colleghi di settore, mettendo addirittura in discussione la leadership del professor Eminem, il padre spirituale, l’iniziatore, il verbo.

I suoi musicisti, una masnada di burloni chiamata a districarsi anche nelle discipline vocali e di controcanto, che non si distraggono mai dai rispettivi strumenti, fanno parte, indispensabile, del gioco scenico e teatrale degli spettacoli del jolly di Molfetta: si travestono da soldati del Terzo Reich, scolari impenitenti, ancelle dell’antica Roma, paggi rinascimentali e corrono freneticamente sul palco con il loro direttore circense, armato di mille abiti, una voce in falsetto, un megafono rosso, qualche tempera e una fantasia colta che supera ogni immaginazione.

Tutto questo senza abbandonare mai la strada maestra dello spettacolo, che è un saggio di rap, conosciuto a memoria da tutti quelli che pullulano in piazza, senza però riuscire a canticchiare con il creatore tutte le sue melodie; non è una questione mnemonica, ma solo di velocità realizzativa. I testi di Caparezza, o del professor Salvemini, come credete più opportuno chiamarlo, sono un concentrato, idillico, di giochi di parole, rime impensabili, verità lapalissiane alle quali nessuno aveva mai pensato, prima ancora di riuscirci, di costruirci sopra delle canzoni.

... in arte Caparezza
… in arte Caparezza

Tra un testo e un altro, Caparezza si dilunga, con tassonomica dovizia di dettagli, nella spiegazione del testo successivo, una costruzione scenica che necessita di un bilico, seguito da un possente rimorchio, per trasportare, da una piazza ad un’altra, tutto l’armamentario: il dito medio di Galileo, i fili spinati, le casse da trasporto, le maschere e una serie di altri oggetti di alterno ingombro.

Lo schermo gigante che chiude alle spalle dei protagonisti il palco, racconta e introduce lo spettacolo, narrando i primi passi di Caparezza, pittore mancato, come Hitler, del resto, ma che è riuscito a traslocare la propria creatività nella musica e non a cibarsi di odio contro il mondo dopo la bocciatura al Conservatorio di Vienna. Gli abiti, anche di cartapesta, sono un corollario indissolubile dello show, come la sua conoscenza, disincantata, della storia e della pittura, un modo originale di raccontare e ricordare Rembrandt, Caravaggio e Mirò, ad esempio, così come Benigni snocciola e spiega la Divina Commedia.

Uno spettacolo terribilmente fisico, dinamico, per super atleti, anzi, per super eroi, che sono quelli che riescono ad arrivare in fondo, ogni mese, alle loro esistenze, costellate da pagamenti fissi, impegni e doveri, rinunce.

A differenza dell’esibizione degli Interpol, martedì 1° settembre e di Alessandro Mannarino mercoledì 2, ieri sera, ad anticipare il concerto del funambolico pugliese, nessun gruppo di spalla, nessun giovane aspirante, come è successo con la band di Borgo a Buggiano dei Piqued Jacks, ispirati al rock new age e con Francesco Biadene, cantautore pistoiese che sogna americano.

Non sappiamo da cosa sia dipeso: ci sorge il sospetto che trovare un giovanotto o una band capaci di introdurre il sound di Caparezza sia cosa parecchio complicata e per non rischiare di andare, un po’ troppo, fuori tema, l’organizzazione abbia preferito non proporre apripista.

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