‘LOSTREGATOS’, JAZZ PSICHEDELICO AL FUNARO

Lostregatos.  Alessandro Berti, Serena Altavilla e Emanuele Proietti
Lostregatos. Alessandro Berti, Serena Altavilla e Emanuele Proietti

PISTOIA. Fuori piove, tanto vale restare ancora qui, seduti. Ricorda una caffè francese, la scena: l’atmosfera, la gente che aspetta il nulla, le molte donne, belle, di una certa età, senza uomini che le controllano e i pochi presenti che le scrutano. E poi il piano c’è, è lì, nell’angolo del salone: per Emanuele Proietti sarà un gioco, sintonizzarsi. Il basso, Alessandro Berti, se l’è portato da casa, mentre Serena Altavilla, la voce e la follia le custodisce dentro da tempo e sa come farle interagire, entrambe, con la sua professione di cantante.

Quando sono insieme, questi tre, si chiamano Lostregatos; quelli del Funaro li conoscevano benissimo, altrimenti non avrebbero rischiato di mandare all’aria la digestione di una cenetta tanto deliziosa come quella offerta e distribuita ieri presso la propria caffetteria. Dopo mangiato, infatti, è bastato girare alcune sedie, spostare qualche tavolo, dopo averlo sparecchiato, e ascoltarli.

“Facciamo jazz psichedelico – ci confida Serena Altavilla prima di esibirsi –. Lo sappiamo che non vuol dire assolutamente nulla, ma non sapremmo come definirla altrimenti, la nostra musica”.

Parlarne, dunque, capiamo che sia completamente inutile. E per questo, dopo aver preso nota degli estremi anagrafici dei tre musicisti, ci cerchiamo una sedia libera dalla quale gustarci lo spettacolo. Perché non si tratterà, come capiremo prestissimo, di un semplice concerto, ma di una messinscena, teatrale all’occorrenza, con un piano che rappresenta la trama, e la pellicola, se vogliamo trasferirci sul grande schermo, il basso che funge, contemporaneamente, da chitarra e batteria e il sonoro, che sono le smorfie di una bambina viziata e capricciosa, i raptus di una donna in preda ad una crisi di nervi e le modulazioni di frequenza di una vecchia radio a pile, scariche, che per una magìa che anche noi abbiamo stentato a decifrare, voltandola verso ovest, si sente benissimo.

Da Janis Joplin alla ragazza di Ipanema, senza disdegnare il folk nostrano anni 60 e le filastrocche americane importate, di seconda mano, qui da noi. I due strumentisti non hanno alcun problema di adattamento: studiano e suonano jazz da anni; si divertono a modificare i ritmi, allentandoli fino a fermarli, per poi lanciarli in orbita. La ragazza al microfono, una cavalletta impazzita, riesce ad assecondarli perfettamente, ma dagli sguardi che si incrociano nei 45 centimetri quadrati a loro disposizione sorge il sospetto che la verità non stia nel mezzo, ma dalla parte opposta: sono i due musicisti che, consapevoli di avere a che fare con una vocalista anarchica, ma dalle imprevedibili capacità, le consentono qualsiasi deformazione.

Lei, Serena Altavilla, uno scricciolo coraggiosissimo, con appena 30 anni alle spalle e una vita davanti, ci mette del suo, amplificando la scena con un portento del diaframma e una manualità degna di un’abilissima prestigiatrice : singhiozza, s’inarca, quindi si spiana beata e specchia nel suo cuore vasto, contenuto a stento da uno cassa polmonare scheletrica, codesta ricca vita tagliata.

Conoscono così bene la musica e le sue facoltà divinatorie, i tre Lostregatos, che seviziano puntualmente ogni brano, rendendo alla versione originale i suoi diritti d’autore solo prima della fine, come se volessero tranquillizzare i rispettivi artigiani, chiedendo loro scusa e promettendo di non farlo mai più. Mentendo, per fortuna.

[foto di luigi scardigli]

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