MADDALENA CRIPPA, UNA SIGNORA DELLO SPETTACOLO

Massimo De Lorenzi, Ermanno Dodaro, Massimiliano Gagliardi, Maddalena Crippa e Rossella Zampiron
Massimo De Lorenzi, Ermanno Dodaro, Massimiliano Gagliardi, Maddalena Crippa e Rossella Zampiron

MONSUMMANO. Maddalena Crippa è un’artista. Perché sa stare con incredibile naturalezza sul palcoscenico, anche se influenzata e con la febbre dal mercurio impertinente. E poi, con un filo di voce, riesce a tenere il passo a cantanti di mestiere, perché sa come modulare un diaframma che le serve soprattutto per affascinare.

Al resto ci ha pensato questo paese piccolo, piccolo, che le ha offerto lo spunto, anzi, a Peter (Stein – n.d.r.), il suo compagno, tedesco, per precisione e correttezza teatrale, di scrivere Italia, mia Italia, lo spettacolo andato in scena ieri sera, sabato 14 febbraio, al teatro Montand di Monsummano.

Popolato ogni oltre più rosea aspettativa, pensando che in concomitanza, sulla rete ammiraglia della Rai, andava in onda Sanremo, uno dei più grandi bluff della canzone italiana, ma anche, e soprattutto, una di quelle trasmissioni nella quale il popolo, sovrano e piccolo, ci si riconosce perfettamente, un po’ come succedeva quarant’anni fa con le gemelle Kessler e Canzonissima, il sabato sera degli italiani ante-internet, con le famiglie intere accoccolate sugli enormi divani dei salotti a divorare panini e fuori, la minoranza, quei pochi illusi a gridare a chi aveva già calzato le pantofole, che sugli schermi fosse tutta una menzogna.

Perché Italia, mia Italia è stato anche questo, un grido, elegante e disilluso, di una donna di spessore, che invecchia con gentilezza e fascino con i propri acciacchi senza ricorrere alla chirurgia palliativa e che ha iniziato il suo musical snocciolando Giacomo Leopardi, interpretando Francesco Battisti, Paolo Conte, Fabrizio De André e tanto Francesco De Gregori e leggendo appunti di Pier Paolo Pasolini.

Senza intellettualismi gratuiti, come le ha involontariamente suggerito Federico Fellini, facendo inoltre leva su una piccola ma fornita e forbita band, la Bubbez Orchestra, che ha il suo direttore al pianoforte, Massimiliano Gagliardi e tre strumentisti di pregio: Massimo De Lorenzi alla chitarra, Rossella Zampiron al violoncello e Ermanno Dodaro al contrabbasso e seconda chitarra.

Conosce il teatro, Maddalena Crippa, i suoi tempi, morti, le sue punte, di diamante. Lo conosce così bene ed è perfettamente consapevole del proprio spessore scenico e (u)morale, che sul palco, oltre ai quattro musicisti, non ha voluto altro, se non un grande telone di fondo, illuminato alla bisogna. Si è partiti con il rosso, perfettamente cromatizzato con l’abito lungo verde indossato da Maddalena Crippa, un tricolore immaginario che ha introdotto gli spettatori in questo viaggio a ritroso per cercare di capire da quale parte ci si possa dirigere.

Anche la scelta della canzoni, eseguite con la leggerezza con la quale, probabilmente, potrebbe intrattenere una sera un gruppo di amici fidati attorno ad un camino acceso dove si arrostisce carne rossa e cacciagione e si sorseggia del rosso di prestigio, sono stato il perfetto corollario di un’amena serata di riflessioni, dove nessuno, perché tutti coinvolti, non si sia potuto e dovuto riconoscere nelle arrendevolezze giovanili, quelle che hanno concesso la licenza a chi ha guidato questo paese di cadere, lentamente e inesorabilmente, in rovina.

Ma con un filo, sottilissimo e comunque resistente, di speranza, quella che guida le serate di Maddalena Crippa e della sua band e che in qualche modo dovrebbe animare il suo pubblico, che sono la gente di tutti i giorni, di Monsummano come altrove, che non può e non deve arrendersi. L’ultimo sguardo, forse l’unico un briciolo rancoroso, è rivolto al falso e schizofrenico patriottismo, quello che ci vede compatti erigere barricate contro gli invasori, dimenticando due cose fondamentali: la prima, che ci annovera come uno dei paesi maggior importatori di materiale umano, con il record di 29 milioni di italiani che nel tempo, dall’industrializzazione ai giorni nostri, ha invaso, cercando albergo e trovando fortuna, i paesi degli altri; la seconda, rappresentata invece dai nostri 8.000 chilometri di coste, una miriade di approdi difficili, impossibili, da controllare e proteggere.

Per questo, lo spettacolo, gradito e applaudito, si è chiuso sulle note di Un italiano vero, quella di Toto Cotugno, che se non ricordiamo male spopolò proprio partendo da Sanremo, una di quelle trasmissioni televisive che ci unisce tutti, tanto da lasciare qualche poltrona vuota, a teatro.

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