MANNARINO, PROFETA LAICO DI BORGATA

Alessandro Mannarino
Alessandro Mannarino

PRATO. Il suo mestiere, quello di cantastorie, lo sa fare. Benissimo. Alessandro Mannarino, che ha adottato il solo cognome per la sua traversata artistica, ieri sera, a Prato, nella seconda delle quattro serate a ripetizione del Settembre pratese, ne ha dato un’altra insindacabile dimostrazione, riempendo piazza del Duomo come si deve e trascinando, per le circa due ore di concerto, tutto il suo popolo.

E siccome è parecchio intelligente, er profeta laico de borgata, che intorno, per queste uscite live, non è che ci metta strumentisti qualsiasi. Lavinia Mancusi, ad esempio, una polistrumentista con venature gitane, l’unica donna della band, è anche quella con la personalità più spiccata e Mannarino, i suoi polli, li conosce parecchio bene, tanto che alla zingara, che cambia addirittura abiti tra un’esibizione e l’altra, spesso e volentieri concede spazio, virtuosismi e assoli.

Non da meno, comunque, le due chitarre che lo affiancano anche longitudinalmente, sul palco: Tony Canto e Alessandro Chimienti, due amici e colleghi con i quali interagisce sistematicamente, con i quali sembra decidere, all’istante, il percorso della scaletta della serata. Francesco Arcuri e Daniele Leucci sono gli altri due poliedrici della formazione, abili e per questo arruolati alla compagnia Mannarino proprio in virtù delle loro spiccate, tangibili e lampanti doti strumentali. Il palco si chiude con Nicolò pagani, al contrabbasso, un altro che ha ben poco da imparare per sapere tutto.

Torniamo al capobranco, che gigioneggia con disinvoltura, fingendo di non dare tanta importanza a dettagli che invece sono e diventano sostanziali, ad iniziare dall’abbigliamento, parcamente trasandato e rigorosamente chiuso dal cappello, dal quale non intende separarsi. Come la voce, distratta, svogliata, flebile, che arriva a stento all’epilogo del messaggio, ma comunque forte e chiara, perché il suo popolo, le sue canzoni, le conosce perfettamente a memoria, una ad una e laddove non arriva l’ugola di Mannarino, ci pensano i suoi fans, numerosi, caciaroni, invadenti, che hanno voglia di cantare e sognare, ballando ritornelli, ammiccando filastrocche, danzando ritmi tribali, più utili a scongiurare il peggio che augurarsi il meglio.

Aspirante analfabeta come Adriano Celentano, Alessandro Mannarino pare davvero la riproduzione metropolitana di Bobo Rondelli, nato però a Tor Bella Monaca village e non sulla Cassia; un Paolo Conte incialtronito, un Rino Gaetano raffinato, un Franco Califano scambiato, ma comunque memore dei propri trascorsi, ancestralmente legato alle difficoltà incontrate e poi superate per entrare nel magico mondo della musica, dello star system, che finge di detestare, ma dal quale, come tutti, poi, si fa proteggere.

Francesco Biadene
Francesco Biadene

“Stamattina – ha detto Mannarino ai suoi discepoli di piazza del Duomo subito dopo l’esibizione dei primi brani – sono stato in carcere, a Prato, a suonare per quelli che stasera, qui, non potevano esserci. Poche canzoni, ma tanta emozione, perché mi sono accorto che lì, dietro le sbarre, c’è gente come me, che ha solo avuto la sfortuna di nascere in un posto sbagliato, in un ambiente sbagliato, nel momento sbagliato. Piccoli truffatori, gente come me, che non ha avuto la mia fortuna”.

Stavolta, la piazza, ci pensa un attimo prima di dirgli, con applausi e grida, che ha ragione. Soprattutto i fotografi accreditati, che sono lì sotto, a cercare lo scatto che faccia, sul giornale del giorno dopo, la differenza: stanno ai lati del palco, sotto, non li vuole e solo per le prime tre canzoni, come da protocollo, del resto. Ma Mannarino, il ragazzo di borgata che è scampato ad un destino ben diverso, un po’ di umanità, oltre che con i detenuti, avrebbe anche potuta dimostrarla nei confronti dei reporter e far capire a tutti così, che lui, le barricate, le ha fatte davvero con i suoi mobili.

La serata prosegue ed è un susseguirsi di emozioni, vere, autentiche. Il popolo der profeta de Tor Bella Monaca viene puntualmente esaudito; i sei strumentisti sul palco facilitano e incoraggiano le sensazioni. La direzione artistica pratese dell’evento gongola di felicità: la piazza è piena, si sfiorano i cinquemila spettatori, così, come deve essere una piazza; piena di gente felice, che ha individuato nel lessico del suo eroe quotidiano la chiave di volta per continuare a sperare, aspettando.

Prima dell’apostolo metropolitano, sul palco, il giovanissimo pistoiese Francesco Biadene, emozionato a prova di coltello. Non sta nella pelle: le sue platee, fino a ieri sera, sono state decisamente più modeste e meno roboanti di piazza del Duomo, a Prato. Lui sa che l’occasione è da sfruttare al meglio, con la dovuta energia e l’indispensabile eleganza. Si arma di pinze e guanti, respira profondamente, sale sul palco e resta un attimo stordito dal fiume di persone che lo incoraggiano. Quattro brani, da solo, solo con la sua chitarra: poco per emettere sentenze, ma abbastanza per dire, scrivere e profetizzare che da grande, il giovanotto, con molta probabilità, farà il cantante.

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