muffa e non grómma. AGLIANA, UN BEL COMUNE «A MEZZO SERVIZIO»

Ma alla fine conviene utilizzare tanto personale a mezzo servizio?

TUTTI I PETTINI
TORNANO AL NODO…


Al Sommo Poeta non piaceva la muffa

grómma s. f. [dal ted. svizz. grummele]. – 1. Incrostazione lasciata dal vino sulle pareti interne delle botti; prov., il buon vino fa gromma e il cattivo muffa; con senso analogo, ma fig., in Dante: Sì ch’è la muffa dov’era la gromma, c’è il male dove prima era il bene. 2. estens. a. Incrostazione lasciata da acqua stillante o nei condotti. b. Incrostazione che si forma nel fornello delle pipe, in seguito a lungo uso.
[http://www.treccani.it/vocabolario/gromma/]


 

CHE LE COSE LUNGHE diventino serpenti è risaputo. Che i serpenti non abbiano buona fama e che spesso si associno al concetto di peccato e veleno nella civiltà occidentale, è un fatto culturale talmente certo da essere universalmente accettato.

Più di 70 anni di sinistra ad Agliana – cittadina che si avvia verso gli oltre 18mila abitanti – se all’inizio potevano aver rappresentato un bene, alla fine si sono rivelati (e continuano a farlo ogni giorno) fatali, perché tutta la grómma del vino aglianese, per quanto possa essere buona quella di un vino di pianura e per giunta alluvionale, è stata sostituita, pian piano, dalla muffa di Dante.

Anche il cibo migliore può durare, ma non in eterno e solo se è sottoposto all’estremo freddo della Tenda Rossa di Nobile, altrimenti – come scrive la Blimunda – con le estati aglianesi, si corrompe e diventa immangiabile o belletta o polvere disseccata.

Agliana mi dà l’idea, per come è strutturato il Comune e per come si muove nelle sue ossature amministrative, di un palazzo «a mezzo servizio». E vi spiego perché.

La Sacra Cintola di Prato

Nonostante l’illuminazione degli elevati (non alla Grillo, ma piuttosto alla grulla), nonostante il soffiante polmone di cornamusa che ha sempre “inclisterato” ed esaltato l’operato della sinistra e dei suoi altissimi valori legalitari, umani e culturali, al primo passo di «cambio di verso», dopo la cacciata dei PaDroni e la cancellazione dell’ideologia e non solo politica (a Agliana, per esempio, si prega in chiesa con l’esposizione non della cintola di Prato, ma della bandiera palestinese: pensate che balzo in avanti di civiltà!), è accaduto quello che accade alle streghe brutte e cattive delle favole: l’incantesimo è finito e la bellezza della facciata ha perso ogni orpello, al cui posto si sono fatte avanti le crepe, come accadrà fra qualche anno anche alla divina Ferragni.

Sembra, insomma, di leggere Le due strade di Gozzano, dove il poeta, confrontando la bellezza di una adolescente fresca (Graziella) e quella di una signora vintage, conclude con l’esclamazione «come terribilmente m’apparve lo sfacelo!».

Per oltre 70 anni il Comune di Agliana ha vissuto di autogenesi, rigenerando i propri tessuti con personale «Remigio, al partito ligio»; ha distribuito patacche dell’Ordine di Lenin a dipendenti perlopiù targati PaDova (o anche altro, magari di estrema sinistra) ed è andato avanti per prassi e consuetudine più che seguendo le norme.

Ma il fatto peggiore è stato – e qui voglio fare una cosa tanto cara alla sinistra politically correct ed ecosostenibile italica: dietrologia – un disseminamento di atti e comportamenti che, visti dall’esterno, puzzano di quella muffa (non grómma) altrimenti definibile sabotaggio.

Giacomo Mangoni

Quando a Mangoni ha dato di balta il cervello e tutti i pupi hanno, in qualche modo, smesso di recitare a soggetto, cioè per prassi e non secondo la norma, Agliana, nel suo meccanismo, che non era un Rolex come quello di Gad Lerner, si è sgonfiata come i palloncini da fiera dei nostri anni dell’infanzia, mosci e grinzosi come preservativi usati male.

Se non apprezzate il linguaggio icastico, forte e realistico, significa che siete degni epigoni della «s-cultura» della sinistra e che non riuscite a comprendere che la realtà è quella che è e non quella che si vuol fare per legge e decreto come Giggino Di Maio con la povertà.

Agliana Comune «a mezzo servizio» perché funziona (ma solo nella migliore delle ipotesi) a metà. Agliana Comune rosicchiato e ciucciato come una costola di rosticciana. Agliana – 18mila cittadini – che finora ha funzionato su una gamba e una stampella di fortuna:

  1. Segretario Comunale: mezzo servizio

  2. Ufficio Personale e Ragioneria (bella accoppiata, soprattutto logica): mezzo servizio

  3. Ufficio Segreteria e protocollo: mezzo servizio

  4. Comando Polizia Municipale associata: mezzo servizio

  5. Ufficio Commercio: inesistente e, quindi, mezzo servizio con polizia municipale

  6. Corpo dei Vigili (18 per legge, 6 o 7 di fatto): più o meno un terzo di servizio

Ora è chiaro cosa intendo dire quando parlo di «mezzo servizio»?

Non solo, aglianesi e struttura politico-amministrativa del Comune «a mezzo servizio»: ditemi quale può essere il motivo per cui un così bene organizzato e democratico Comune progressista, si intestardisce a tenere in sella un non-comandante della polizia municipale per 15 anni senza ricorrere prima ai ripari per evitare sperperi di quattrini in avvocati fasulli che, sicuramente – come dice il consigliere Baroncelli –, sarebbe stato in grado di battere perfino Topolino di Walt Disney, magari con l’aiuto del Commissario Basettoni.

L’apice della «Real Casa di Agliana» si raggiunge in un caso emblematicamente eclatante, atomico come la bomba di Hiroshima: saltato Mangoni, saltato tutto. A cominciare dal bilancio di Mangoni, toccato in eredità a Benesperi & C. grazie all’accorto lavoro della ragioneria/personale affidata alle cure della dottoressa Bellini («mezzo servizio» con Montale).

Manca l’ultimo passo: il bilancio di previsione 2020 di Benesperi sembra sia ancora «di là da venire a giudicare i vivi e i morti», mentre ci dicono (è vero?) che quello di don Ferdinando Betti è bell’e che approvato con i collaudi del caso, i bolli, le vaccinazioni e la coccarda.

Ci credo che Linea libera stia sulle palle a tutti i radical di Agliana, amici, consociati e compagni d’interessi condivisi con gli ex-democristiani aglianesi passati da Gesù a Bergoglio (senza faccia e senza orgoglio)!

E non potrebbe essere altrimenti dato che il nostro giornale – unico in tutta la provincia e, forse, il solo nella Toscana Felix di Rossi e Renzi – fa un brutto mestiere: esegue le svuotature dei pozzi neri; è un po’, insomma, come l’Agricola o il Santini o il Palma o il Bertei & Tasselli. Fa il mestiere di quelli che una volta, in  Toscana, venivano chiamati «merdaioli».

E danno fastidio, sia questo mestiere che questo giornale, perché i politically correct sono assolutamente convinti di essere belli, giovani, eterni e talmente puliti da riuscire a cacare solo vivande di alta cucina francese profumate con spezie e zafferani.

Non è così, signori. E poiché così non è, un’ultima domanda voglio farla: irritante, graffiante, cartavetrosa, insopportabile, ma “degna e giusta”. Una domanda senza sconto a cui nessuno darà risposta, ma su cui tutti (perfino gli asini a due gambe) potranno opportunamente riflettere:

• Può spiegarci, la dottoressa Bellini, con parole sue, se è vero ciò che ci è stato detto, perché i bilanci di Betti sarebbero a posto e quelli di Agliana no?
• Quale sarebbe la ragione per la quale il suo «mezzo servizio» a Montale segue le regole degli orologi elettronici e ad Agliana quelle di una ruota da carriola, eccentrica e quadrata?

(Non vorrei essere nella dottoressa Aveta…).

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
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