«NOI, CRONISTI CATTOLICI, TROPPO SPESSO SILENTI SE NON ASSENTI O CONNIVENTI»

Il giornalista Mauro Banchini
Il giornalista Mauro Banchini

FIRENZE-PISTOIA. Confesso che Antonio Socci lo leggo poco. E confesso che mi era sfuggita la lettera che Papa Francesco – da sempre oggetto di suoi durissimi attacchi – gli ha scritto ringraziandolo e chiedendo di pregare per lui. Ho recuperato grazie al post (“Giornalisti cattolici. Papa Francesco e l’informazione”) che Alessandro Romiti (vedi) ha pubblicato su “Linee Future” con un “cattivissimo” (per autodefinizione dell’autore) commento del direttore Edoardo Bianchini. E mi sento coinvolto.

Per molti anni ho avuto responsabilità dirette come presidente dei giornalisti cattolici toscani (o, meglio, di Ucsi: Unione Cattolica stampa Italiana) e come direttore, in diocesi di Pistoia, dell’Ufficio Comunicazioni Sociali. E questa vicenda mi coglie alla vigilia del congresso nazionale che Ucsi terrà, dal 3 al 6 marzo, a Matera con un convegno pubblico, sabato 5 marzo, intitolato proprio alle “sfide del giornalismo al tempo di Francesco”: sfide che riguardano tutta intera la categoria e, dunque, anche noi che osiamo accompagnare la nostra professione con un aggettivo (“cattolici”) assai, assai, assai impegnativo.

“La costruzione del bene comune e della giustizia – così sul convegno Ucsi di sabato 5 – richiedono una informazione corretta e credibile, fatta di denunce doverose, di senso alto e nobile della giustizia e della legalità ma anche di compassione e speranza, per non cadere nella trappola del cinismo davanti alle vite che si raccontano”. È su questi profili che, a Matera, si confronteranno colleghi autorevoli, credenti e non.

Ed è questo un profilo utile per interagire con la prima delle domande poste da “quel laico incallito” (così lui dice di sé stesso) che dirige “Linee Future” quando auspica in noi “giornalisti cattolici” (in particolare quelli, anche pistoiesi, che ogni giorno assumono atteggiamenti “predicatori” dai loro “pulpiti di carta e non solo”) di avere “ben chiaro in testa cosa significa fare vera informazione ed essere, per giunta, cattolici”.

Non so, anche se lo immagino, a chi si riferisca Bianchini. E ognuno, ovvio, risponde per sé stesso. Sarebbe peraltro bello se altri colleghi cattolici di Pistoia e dintorni, partendo dall’emittente televisiva che a Pistoia si appella “cattolica” e dal settimanale diocesano, cogliessero questa occasione per intervenire, specie nell’anno della Misericordia, sul tema: cosa significa essere giornalisti e, insieme, credenti in Cristo Gesù?

Mauro Banchini
Mauro Banchini

La doppia dimensione ci carica di responsabilità più pesanti, nel fare il nostro lavoro, oppure è viatico per maggiori forme di ipocrisia? Da giornalisti che hanno ricevuto il dono della fede in Cristo Gesù ed esercitano la professione nel difficile specifico di una realtà locale, dove i poteri sono spesso intrecciati, come confrontiamo laicità e fede con carte deontologiche, Costituzione della Repubblica, annuncio del Vangelo?

Ma è proprio nei due collegati ambiti con cui ho sopra spiegato il convegno materano Ucsi che qualche risposta può essere trovata: non dimenticare gli obblighi deontologici che ci richiamano al senso elevato della professione (ricercare la verità sostanziale dei fatti. Farlo, quando occorre, anche con le denunce e le critiche, talvolta le invettive, del giornalismo d’inchiesta. Non aver timore a pestare piedi potenti. Non temere di farsi qualche nemico. Far vincere la responsabilità sulla convenienza) ma anche non dimenticare, da credenti nel Cristo della Misericordia, la necessità di abitare la professione con uno spirito “diverso” (provare “com-passione” per le vicende e per le persone che raccontiamo. Non cadere nelle trappole di visioni ciniche. Rifiutarsi alle semplificazioni di un “giornalismo” spot, urlato, cattivo, cinico, servo di mercato e audience).

E qui torno al punto strategico della lettera scritta da Francesco (il Papa) ad Antonio (il giornalista che lo attacca). “Anche le critiche – sottolinea il primo ringraziando il secondo – ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore”. Lezione notevole, quella di Francesco. Anche per noi, cronisti cattolici, troppo spesso silenti se non assenti o conniventi. Nel linguaggio di Chiesa, un concetto splendido (“parresia”) può aiutare. Che poi, nella sostanza, è il contrario di “ipocrisia”.

[*] – Mauro Banchini, giornalista professionista, ospite, ex presidente dei giornalisti cattolici toscani e comunicatore della Diocesi di Pistoia

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One thought on “«NOI, CRONISTI CATTOLICI, TROPPO SPESSO SILENTI SE NON ASSENTI O CONNIVENTI»

  1. Gentile Banchini. Da Cristiano laico, cioè da persona che cerca spesso senza riuscirvi di seguire i precetti del cristianesimo pur non praticando e anzi tenendosi alla larga, chiedo a Lei e ai suoi silenti colleghi se non pensano che affermazioni del tipo “abbiamo evitato un provvedimento contro natura” e ” di questo passo discuteremo una legge sull’unione cane-uomo” siano coerenti con l’essere cristiani. Le chiedo se non siano proprio persone come Alfano e Giovanardi a fare strame del cristianesimo. Mi interesserebbe, dato che vi vedo tutti quanti coperti e abbottonati.

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