Olimpiadi, troppo entusiasmo (e trasversale) sui media. La voce di un giornalista della montagna ‘povera’

Mauro Banchini

 

Nel plauso generale che in media così pronti ad allinearsi è tripudio pressoché univoco (solo qualche coraggioso, che nulla ha da guadagnare e dunque nulla neppure da perdere, osa disallinearsi), mi sia consentita una piccola e inutile voce in dissenso. Intendo sulle Olimpiadi invernali 2026 ieri assegnate a un’Italia che oggi esulta e si esalta.

Non pratico sport (purtroppo si vede) però mi sarebbe piaciuto. Le uniche pagine nei giornali che non leggo sono quelle sportive: so di perdere tanto. Ma in tv non perdo una partita di calcio della nazionale né i tapponi del Giro e del Tour. Guardo con tremore le discese libere da quei monti che, d’estate, raggiungo facilmente con una funivia. Ho perfino scoperto una senile passione per il curling.

Detto questo mi piace assai poco l’entusiasmo che media allineati fanno passare in un Paese oggi caduto nelle mani di chi grida “prima gli italiani”. Non mi sfugge la suggestione, oggi troppo spesso soltanto retorica, dei giochi “olimpici”. In un 2026 abitato da chissà quale altro populismo – dopo quelli, dal cavaliere al capitano passando per il rottamatore, che hanno caratterizzato la cosiddetta seconda repubblica – farò certo il tifo per i campioni italiani, in genere dai cognomi austriaci. Mi appassionerò certo a quella buffa cosa chiamata curling e che tanto bene praticata vedo dalla mia categoria nel lisciare le superfici per far avanzare il potere delle bocce (ma non è che la professione servirebbe proprio per controllare l’avanzare di quelle bocce?).

Ma, per ora, limito l’entusiasmo. Anzi, dopo aver visto le urla trasversali di felicità nel ceto politico e imprenditoriale, dopo aver intuito le telefonate gioiose di chi pensando agli appalti già se la ride delle assicurazioni sulla “sostenibilità” dell’operazione 2026, mi diverto a fare il bastian contrario. A ribaltare la prospettiva. A scrivere cose che nessuno leggerà.

A me andrebbe perfino bene ospitare Olimpiadi. Certo ricordando la recente esperienza della Grecia. Ma solo dopo scelte serie, rese operative sul serio, in favore dell’impiantistica sportiva di base, diffusa ovunque: nelle periferie cittadine e nei piccoli paesi. Quanto sarebbero necessari piccoli impianti di base, sempre aperti, capaci anche di dare lavoro e di darlo sempre, non solo nel mese olimpico: palestre, piscine, piste ciclabili, anelli di atletica, strutture polivalenti, tennis, palazzi del ghiaccio dove praticare pattinaggio e perfino curling …

Questo, ritengo, altro che una vecchia Olimpiade, rilancerebbe l’economia! Poi, per carità, ben vengano pure i giochi olimpici: quelli in cui tutti fanno finta di credere alla retorica dell’importante è solo “partecipare”. Far finta di essere sani sarebbe, alla Giorgio Gaber, un lusso che potremmo permetterci se davvero lo sport, in Italia, avesse le strutture di base per poter essere praticato (e non solo chiacchierato).

A me andrebbe bene una seria politica per incentivare gli sport nei giovani (sport che non sono solo calcio professionistico. Ormai, quotato in borsa, quello mi pare sempre meno sport e sempre più oppio). Così come mi andrebbe bene un piano, adeguato anche nelle risorse, per favorire stili di vita basati sull’attività fisica di giovani e anziani oggi così rintronati – e parlo per me – da cellulari e nutelle. Mi andrebbero bene politiche basate non sull’eventistica mediatica ed eccezionale ma sulla manutenzione ordinaria di opere pubbliche (acquedotti e fognature, strade e scuole, ponti e viadotti).

Ma mi rendo bene conto che, in Italia, fa più effetto una Olimpiade (che forse non a caso da tante altre parti del mondo non viene neppure considerata tra i fattori di innovazione reale). Mi rendo bene conto che, come popolo cinico, amiamo farci illudere da politici troppo spesso cinici. Mi rendo conto che – in un paese dove chiudono librerie e edicole, chiese e case del popolo – il futuro sta solo nei maghi otelma di turno o nelle vecchie e nuove vannemarchi.

Mi rendo bene conto che le cifre oggi così tanto sbandierate – su costi e ricavi, sostenibilità e sobrietà, controlli e risparmi – non avranno mai consuntivi veri e verificati. Già l’ho visto con il mitizzato Expo milanese: chi mai, anche fra i media, si è preso la briga di verificare i risultati effettivi (non quelli gonfiati) e le loro ricadute reali rispetto a quanto trionfalisticamente propagandato quando l’Italia quell’Expo se lo aggiudicò?

Mi rendo bene conto su chissà cosa ne penserebbe, su questo tipo di Olimpiadi dove lo sport autentico conta assai poco, un puro come il mio conterraneo Zeno Colò. Lui, inventore della posizione a uovo, montanino schivo, grande campione morto povero, venne squalificato per aver dato il suo nome a una giacca e a un paio di scarponi.

Così come mi rendo bene conto che fra le spese in previsione del 2026 molto, sulle Dolomiti, dovrà essere investito in cannoni per sparare neve innaturale contribuendo così a modificare un clima già modificato.

Prendo atto di essere un irriducibile minoritario, assisto con rassegnata ironia a paginate acritiche di esaltazione “sovranista” con servizi radiotelevisivi a senso unico. Fo finta di credere che abbia vinto l’Italia. Però mi segno tutto. Aspettando il 2026.

Mauro Banchini

Il testo, pubblicato ieri 25 giugno, è tratto da UCSI, Unione Cattolica della Stampa Italiana


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