OMAGGIO A LIGABUE

Da poco è stata ristampata la biografia in versi che Cesare Zavattini dedicò all’artista, occasione per ricordarlo a cinquant’anni dalla scomparsa
Omaggio a Ligabue
Omaggio a Ligabue

PISTOIA. Da poco è stata ristampata la biografia in versi che Cesare Zavattini dedicò all’artista Antonio Ligabue, occasione per ricordare a cinquant’anni dalla scomparsa, questo randagio pittore che scorrazzò per le campagne di Gualtieri spesso schernito ed emarginato.

“Io sono un grande artista, un giorno i miei quadri costeranno tanti soldi”.

Il corso degli eventi gli hanno dato ragione, Ligabue non era un alienato mentale, ma un lucido malato consapevole di quanto avveniva nella sua mente. Ligabue nasce nel 1889 a Zurigo da Elisabetta Costa, operaia emigrata in Svizzera e da padre ignoto. Dopo due anni Bonfiglio Laccabue, sposando la Costa, legittima il figlio dandogli il proprio cognome. Dopo poco tempo, il piccolo Antonio sarà dato in affidamento a una coppia di coniugi svizzero-tedeschi che desideravano tanto avere un bambino.

Nel gennaio 1917, dopo una lite drammatica con la matrigna, verrà ricoverato per la prima volta in un istituto psichiatrico ( nella sua vita saranno tre volte, l’ultima per una bottiglia rotta in testa ad un tedesco nel 1945). Nel 1919, verrà mandato a Gualtieri per fini educativi, ma resterà fino alla fine in Italia senza tornare. Ma è proprio nelle macchie del Po che gli intenti artistici di Ligabue iniziano a prendere consistenza, che comincia a disegnare cani da caccia, gatti, buoi, rettili, volpi, animali da cortile.

Conosceva bene la struttura degli animali (attraverso visite ai musei di Scienze naturali in Svizzera, oppure belve feroci viste al circo). L’incontro nel 1928 con il grande pittore Mazzacurati sarà importante per l’acquisizione della tecnica e dell’uso dei colori, ricevendo preziosi insegnamenti. Ligabue era amante delle moto e delle macchine, cercava di farsi dare acconti per opere da fare perché gli piaceva scialacquare, non sopportava chi gli tossiva vicino.

Nella sua pittura si può parlare di ingenua purezza, di sintesi ed esemplificazioni cercate per rendere più efficace la superficie pittorica e di un contesto naturalistico legato al suo desiderio di rivivere la memoria dei paesaggi svizzeri dell’infanzia.

Sono celebri i suoi autoritratti, dove sembra che Ligabue imprigionasse lo sguardo nell’ansia di esserci, di annunciarsi nelle continue pose.

“Disse davanti alla cappella Sistina non è pittore chi non mette in un quadro le bestie”.

La gente diceva che era matto, ma se di pazzia si trattò, fu la follia di un genio, di uno di quelli che di tanto in tanto vengono mandati sulla terra. Il 27 maggio 1965 muore al Ricovero di mendicità di Gualtieri uno dei più importanti artisti della nostra epoca. “Voleva la gloria Ligabue? Voleva che una sera fosse venuta a bussare nel suo casotto una di quelle ragazze che vedeva sporgere la testa da un cespuglio nel bosco” (Ligabue, C. Zavattini).

Massimiliano Filippelli

Sostenete questo quotidiano con un piccolo contributo attraverso bonifico intestato a

«Linee Stampalibera» Iban IT08V0306913833100000001431 su CariPt di Porta San Marco-Pistoia. Riceverete informazioni senza censure!

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento