omelie. LA STOLA NERA DI DON CRISTOFORO

Don Cristoforo Dabrowsky è conosciuto per la sua più solida ortodossia della Fede e infatti, ha svolto una dura ma apprezzata omelia, presentandosi con una insolita stola nera, attestante il profondo lutto dell’assemblea

Don Cristoforo, si presenta con la stola nera, per affermare il lutto più grave

MONTALE — AGLIANA. L’omelia al funerale di Emanuele Giacomelli è stata certamente non convenzionale, per onorare la figura di chi, appunto, aveva fatto della non convenzionalità uno stile di vita straordinario, perché ispirato concretamente in Cristo.

Un’omelia molto cruda per i suoi contenuti che, a nostro parere (anche la nostra è una testata non convenzionale), è stata rilevante per il suo indubbio interesse pubblico: in molti hanno pensato che poteva averla scritta proprio Emanuele, richiamandovi spesso le parole di concretezza, coerenza e integrità morale.

La stola nera indossata dal presbitero polacco sulla casula bianca è stata molto eloquente nella scenografia dell’ambone, per come affermava visivamente, il più profondo lutto della comunità: basta con i mezzi termini ha detto il prete con tòni perentori –, basta con gli eufemismi e le sfumature, per descrivere gli stati dell’animo con false apparenze e ingannevoli reticenze.

Allestimento all’aperto per la presenza di molte persone per l’ultimo saluto a Emanuele Giacomelli

Basta di sentir dire era un uomo buono, generalizzando su categorie di qualità approssimative e suggestionanti, care alla cultura politically correct e per questo valide per chiunque e in qualunque posto e tempo.

Che cosa vuole dire un uomo buono ha chiesto il prete polacco?

Di Emanuele – ha spiegato Don Cristoforo – posso dire con certezza delle sue azioni di carità, ricordando il luogo, il tempo e il modo, cioè gli episodi esatti, contraddistinti tutti dalla sua disponibilità, fatta consuetudine nei servizi richiesti e prestati per la Parrocchia.

L’affermazione categorica di un lutto grave è utile alla nostra identità cristiana e per ciò non può essere annacquato con la sostituzione concettuale di luoghi e stili di vita che servono a ingannarci, fornendoci distrazioni fittizie ed effimere.

Solo così, la coscienza verrà aperta alla vera esperienza cristiana permettendo di fare un confronto onesto sulle diffuse edulcorazioni quotidiane delle cose più scomode o sgradite, prima su tutte appunto, la paura della morte, una esperienza incontrollabile e per questo esclusa da ogni spazio mentale o sociale e culturale.

Non è scorretto dire, che Don Cristoforo ha fustigato l’assemblea dei fedeli in richiamo a chiari elementi dottrinali che erano cari al compianto Emanuele, del quale si è detto impropriamente che faceva catechismo, mentre in realtà esponeva concetti dottrinali e sapienzali che erano propri delle competenze di un esperto teologo, non di un semplice autista o mago giocoliere. Argomenti precisi che, per Emanuele, sgorgavano spontaneamente dal suo animo, dal cuore e per questo veri, dimostrati dalla esperienza testimoniata ogni giorno.

L’omelia è stata profonda e intensa, scuotendo i sentimenti di tutti che, comunque, hanno subito compreso l’adeguatezza dei suoi contenuti

. Il prete ha concluso con una riflessione di grande effetto monitorio per l’assemblea: “se non andrà Emanuele, in Paradiso, chi di noi potrà andarci?”

Alessandro Romiti 

[alessandroromiti@linealibera.info]

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