onore al merito. «LA FEDE SENZ’OPERE È MORTA»

San Paolo, Seneca, la Fede, “Linee Future”, “Linea Libera”, padroni e servi, uomini liberi e schiavi. E mille altre storie nel torpore del Ferragosto 2019. Ma soprattutto la nostra riconoscenza per un collega infaticabile dinanzi a cui dobbiamo toglierci tanto di cappello: Andrea Balli
San Paolo

QUANTO DANNO alla chiesa di Roma abbia fatto quel brav’uomo di San Paolo, lo può sapere solo il Papa Emerito, quel mite Benedetto XVI, bavarese bevi-birra, scasato a forza dalla Santa Sede dalla cricca degli ufficiali dell’armata rossa di nome e di fatto, che adottarono – come dicono ad Arezzo – la tecnica del riccio con la serpe: lo spinoso, infatti, nell’immaginario contadino, entra nella tana della serpe e, piano piano, espandendosi, la costringe a lasciargli sempre più spazio. Finché la serpe, per non finire come San Sebastiano trafitto da mille saette, alla fine lascia casa sua e si ritira altrove.

Ma una cosa buona San Paolo l’ha detta (ovviamente in mezzo alle mille altre): «Fides sine operibus, mortua est», ovvero «la fede senza le opere è morta»; non ha senso parlare di fede se non provi, con i fatti, la fede che sbandieri.

E un filosofo più o meno dello stesso tempo di San Paolo, Lucio Anneo Seneca, ma molto distante dal Santo, ripeteva – e ci ripete ancor oggi – «verba rebus proba», che non significa (come credono comodamente i nostri politici, tutti indistintamente) «prova le tue parole con un rebus»; ma, molto più concretamente (anche se con grande fatica e senza profitto) «testimonia quello che dici, con i tuoi comportamenti e le tue azioni» nella vita reale.

Linea Libera, nata dalle ceneri di Linee Future – creatura impiantata e fatta crescere grazie a un progetto degli industriali pistoiesi della Cassa Edile, e poi, a secco, passata per la camera a gas e infilata a forza in una forma altra di crematorio di Auschwitz – è una dimostrazione vivente delle «opere della fede» di cui parla San Paolo.

La fine di Linee Future

Da una quindicina di giornalisti e collaboratori, tutti (o quasi) stipendiati a mese dalla E-Cultura, associazione promanata dalla Cassa Edile di Pistoia, che si era assunta la proprietà della testata e il finanziamento della medesima come “editore puro”, dopo l’inattesa serrata ha cercato di dare vita a una cooperativa-altrosoggetto di giornalisti e collaboratori assolutamente convinti che se Pistoia/Sarcofago-muto non aveva un giornale che scavasse a fondo e non si limitasse a trattare la provincia con i trucchi e i cosmetici della Ferragni per nascondere le grinze della politica e degli affari (anche e soprattutto poco chiari), non avrebbe avuto alcuna possibilità non dico di risorgere (perché i dadi dei poteri forti e invisibili sono così serrati da non essere ormai più svitabili neppure con bagni di Svitol), ma almeno di sapere e far sapere in giro, in nome del rispetto dei cittadini, le verità che qui, nella città del silenzio ermetico e dei quattrini in banca, fra la gente di Vanni Fucci e di Cino, è soggetta di continuo al restauro cui è sottoposta la faccia di Silvio: una mummia di ventenne che tutti sanno essere un ultra-ottuagenario conservato in freezer e scongelato a tempo e richiesta dalle vergini Vestali, la Gelmini e la Bernini.

Daniele Pacini e Domenico Strati, primo e secondo (?) amministratore di E-Cultura e proprietario di Linee Future

Linea Libera nacque – per fede, quella di San Paolo – lo stesso giorno in cui (era il 20 febbraio 2017) salimmo in tre o quattro alla cancelleria del tribunale di Pistoia per registrare il giornale e – all’uscita dalla stanza – trovammo in attesa, dopo di noi, il signor Domenico Strati (l’amministratore [?] di E-Cultura che ci aveva “gassati e infornati” ed aveva oscurato il lavoro giornalistico i cui diritti spettavano, come opera collettiva, a tutti noi e solo a noi “auschwitzati”) e la dottoressa Paola Fortunati che, nominata poco prima “condirettore” di Linee Future, non ebbe tremori né incertezze a subentrare al posto di chi scrive come responsabile, senza che chi scrive fosse neppure stato avvisato dallo Strati-editore che aveva deciso la serrata e lo aveva sollevato, “alla zitta”, dalla direzione del quotidiano.

Ma Pistoia, città a misura d’uomo, è anche questa: è, in metafora, una signora [s]garbata, proletaria arricchita, con la puzza sotto il naso, ma con ancora l’odor di stalla sui vestiti buoni della festa.

Se il futuro, in questo paese e in questa città, è quello di Linee Future e della sua [in]fornazione (leggete bene!), meglio un ritorno più onesto e diretto all’Ottocento padronale e sfruttatore dei lavoratori piuttosto che rimanere al Duemila dei Monte dei Paschi, di Banca Etruria, dei parcheggi di Firenze con in comitati d’affari Pd, e dei personaggi disinvolti alla Lotti-Palamara-Mattarella, oggi pronto a offendere di nuovo la Costituzione con progetti di governi “scacazzati a forza” contro tutti e contro tutto.

Giuda mette la mano nel piatto di Gesù

Da una quindicina di giornalisti e collaboratori, dicevo, tutti (o quasi) stipendiati a mese dalla E-Cultura, cominciammo a squamarci come dei rettili in muta: chi andò a destra e chi a sinistra e chi – come in una famosa cena di due millenni fa – “mise la mano nel piatto” e passò direttamente dall’ideale alla… ribollita (magari non senza essersi prima fatto querelare da qualcuno dei colleghi [preciso per le suocere di Pistoia: non io, non il Bianchini], per ingiurie, ed essere stato costretto a chiedere opportunamente scusa e pagar danno).

La fede, senza opere, ormai era morta. Non parliamo poi della coerenza personale che – come tutti sanno – purtroppo non si inzuppa nel cappuccino alla mattina – e tantomeno a Pistoia.

Oggi, 15 agosto 2019, questo «giornalett[ism]o di merda», come dice la Barbara Dardanelli, che forse a quest’ora avrà scoperto che il suo amato sindaco Betti è sotto inchiesta per una non punto bella vicenda del Carbonizzo di Fognano, quest’unico giornale libero, indipendente e repubblicano, può contare solo su 4 o 5 giornalisti e/o collaboratori che – se pure l’assessore Maurizio Giuseppe Bruschi di Serravalle si chiede se siamo pagati per fare il diavolo a quattro – non possono contare su stipendi, prebende, emolumenti, scambi di favori o altro, né tantomeno su favole di rubli che vengono dal Cremlino e dai russi (di cui il Bruschi un tempo era fratello di sangue come nei film degli indiani Sioux).

In Linea Libera tutto va avanti per spirito di volontariato puro e di servizio alla verità (non come nelle onlus in cui circolano milioni di € a carico della collettività), a vantaggio di chi vuole sapere e non di chi vuole tenere gli occhi rappecettati dalle cispe del partito o della convenienza personale.

Insomma, o politicanti scettici del portafoglio a sinistra sul cuore, Linea Libera va avanti per fede. E sempre per fede il giornale viene bersagliato da continui, inutili e stupidi attacchi e querele, che alla fine si sgonfiano in aula come le scorregge del facocero che si disperdono nella savana.

È un mestiere difficile, il nostro – diceva Montanelli. Ed è vero: basta vedere in quanti ce l’hanno con noi semplicemente perché – come ho detto ieri al Bruschi di Serravalle – troppa gente ha il filo che gli struscia e gli prude nel culo, e noi glielo tiriamo pure per farla sculettare e grattarsi, e additarla a chi lavora e paga le tasse senza aver portato il cervello all’ammasso.

Andrea Balli

Ma qui voglio ringraziare pubblicamente chi ha avuto il dignitosissimo coraggio di restare ancora con noi, a dispetto di tutto e di tutti: perché nella vita è fondamentale che esistano anche persone che non si vendono per una sedia (che noi vorremmo elettrica) in un ufficio di nullafacenti, in un assessorato, o in una comoda partecipata che cola grasso come il cacio pizzichino e che – alla faccia del Bruschi di Serravalle e di Pierferdinando Casini – non vengono dal Mar del Giappone in Italia (o viceversa) in pedalò.

Ecco: il primo che merita gli onori del presentat-arm è (e non se lo aspetta di sicuro) un collega che non conosce sosta o riposo, Andrea Balli.

Che è davvero un giornalista indefettibile: dinanzi al quale tutti dobbiamo toglierci il cappello. Capito, Bruschi?

NOTARELLA FINALE. Il senatore Patrizio La Pietra, che una volta era nostro amico, ma che di recente, poiché siamo stati impertinenti, ci ha scritto a nome della Giorgia Meloni, dandoci del “lei” – pensate che ci conosciamo dal 1989, quando ero direttore responsabile di Il Micco/La Tribuna! – fa gli auguri a tutti per Ferragosto.

Gli auguri di Patrizio La Pietra

Li fa «A tutti gli amici…» e «a quelli che non sto simpatico» (scrive). Quindi anche a noi che, in quanto approcciati con un “lei” che segna le distanze, non siamo evidentemente suoi amici.

Noi lo ringraziamo comunque, perché ci ha fatto gli auguri e perché siamo cortesi, anche se sferzanti.

E siccome siamo cortesi, gli segnaliamo che «a quelli che non sto simpatico» è espressione da matita blu.

Correttamente (e parliamo in difesa delle tradizioni patrie, valore fondante di Fratelli d’Italia), si deve scrivere «a quelli a cui non sto simpatico».

Grazie, Patrizio! La ricambiamo di cuore.

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
Ma forse un po’ di fede è rimasta


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