“PASADO PERFECTO”: UNA BELLA LEZIONE DI STORIA, UNO SPETTACOLO MODESTO

Matxalen de Pedro e Igor de Quadra
Matxalen de Pedro e Igor de Quadra

PISTOIA. L’operazione memoria non è tra le più semplici. Soprattutto quando nel percorso a ritroso, indispensabile per guardare avanti, si prende tutto troppo sul serio. Certo, la storia non sono bazzecole, anzi. Però, ci vuole maggiore leggerezza, forse, soprattutto quando su questo meraviglioso concetto si voglia imbastire uno spettacolo. Teatrale, tra l’altro.

Matxalen de Pedro e Igor de Quadra, invece, non riescono a liberarsi dal fardello basco che appesantisce la loro singola storia, di cittadini e attori e Pasado perfecto, in scena ieri, 9 luglio, nel pomeriggio più lungo dell’Atp, nella sala della musica di Villa di Scornio, ne soffre un po’, con il risultato che al termine della rappresentazione si ha più l’impressione di aver assistito ad un interessante documentario, che ad uno spettacolo.

Tutto vero, diamine, documentato, anzi, fotografato e ingigantito e poi srotolato per terra, una ad una le immagini che ripercorrono, con approssimata precisione, i momenti salienti di questi ultimi quarant’anni, con una meticolosa focalizzazione degli anni 70, quando Igor de Quadra era appena un bambino e Matxalen de Pedro non ancora nata. Il lavoro è il frutto di una lunga intervista e della gentil concessione di reperti fotografici, riprodotti con cura, organizzati dalla compagnia spagnola Horman Poster e che ora girano l’Europa in lungo e largo alla ricerca di condivisioni (è un termine antico, nato prima che Mark Zuckemberg venisse al mondo) e applausi.

C’è la salma di Francisco Franco nella bara, gli scontri con la polizia spagnola, i cortei dei futuri esponenti post rivoluzionari. Non solo, però; c’è anche il ritratto dei Jackson five, il rigore calciato dal terzino sinistro della nazionale tedesca Breitner nella finale vinta, in Germania, contro gli olandesi del calcio totale; l’icona punk della ragazza con i capelli color varichina; le prime demolizioni degli ecomostri, il fotogramma pauroso della pellicola Lo squalo; e poi Fofò, inimitabile e impareggiabile clown, ma anche ritratti familiari, cari soltanto a fotografi e fotografati. Matxalen e Igor parlano al microfono, appoggiato su un’asta che occupa l’esile spazio di un giunco.

Il loro comprensibilissimo frasario originale viene ulteriormente svelato dai sottotitoli, anzi, sopratitoli, che sono quelli che scorrono su una parte superiore della parete del salone meno affrescato e con meno crepe. I poster fotografici, srotolati, mostrati e spiegati, occupano di volta in volta la superficie calpestabile della stanza. Il pubblico seduto nella prima fila ritira i piedi e flette energicamente le ginocchia, onde evitare di interrompere il corso documentaristico.

Tutti si aspettano che da un momento all’altro lo spettacolo decolli e prende la piega, romantica e surreale, di un sogno o di un colpo di stato. Gli spettatori, che non hanno ancora avuto il tempo di metabolizzare Il giro del mondo in 80 giorni al quale hanno assistito al piano di sotto, nella Sala delle Carrozze e non hanno la più pallida idea di cosa riserveranno loro Gli omini, quando dopo cena, anzi, dopo buffet, animeranno il loro esperimento Ci scusiamo per il disagio, sul binario scambiatore della stazione di Pistoia, aspetta trepidante la svolta artistica.

L’area è ormai interamente occupata dalle foto: Matxalen e Igor, dalla porticina che si affaccia sul retro del proscenio, estraggono nuovi rotoli. Sono bianchi, non ritraggono nulla: servono solo per coprire, nascondere, ma non basteranno a cancellare, per fortuna. È la memoria filtrata e catapultata ai posteri per chi, in quei meravigliosi e funerei giorni, non c’era ancora o era troppo piccolo per capire e farsi un’idea.

Una piacevole rinfrescata storica e storiografica, ma anche una gran bella occasione, persa, di trasformarla in fiaba.

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