PERCHÉ L’AMBIENTALISMO RESTA SEMPRE IN MINORANZA? – 7

Mauro Chessa
Mauro Chessa

PISTOIA. Continuiamo a rispondere alla domanda: perché l’ambientalismo resta sempre in minoranza, anche se avanza proposte utili (e vantaggiose per tutte le categorie in cui erroneamente viene divisa e contrapposta la società, tipo lavoro-salute etc.)?

Lo facciamo tramite le riflessioni di personalità pistoiesi che si misurano quotidianamente o si sono misurate con l’argomento in questione. Partiamo dal presupposto che, nel contesto dell’attuale deficit culturale e politico generale, la tanto auspicata riconversione economica, ambientale e sociale dell’ economia necessiti di una cabina di regia istituzionale, ma prima ancora della consapevolezza diffusa trai vari attori della società.

Legambiente, ad esempio, per dare un contributo concreto, ha elaborato ed inviato al Governo il dossier #sbloccafuturo (vedi), che mette in fila 101 piccole e medie opere incompiute, utili al territorio e ai cittadini.

Si tratta prevalentemente di investimenti sul sistema dei trasporti nelle aree urbane dove si concentrano i due terzi degli spostamenti delle persone: ferrovie, trasporti urbani, mobilità dolce. Poi vengono la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico, le bonifiche, la depurazione, la riqualificazione urbana, la sicurezza sismica, l’abbattimento di manufatti abusivi e gli impianti di compostaggio e di avvio al riciclo dei rifiuti.

Purtroppo il governo del Bomba, allo stesso identico modo di quelli che lo hanno preceduto (Letta, Monti, Berlusconi, Prodi), dimostra di voler “cambiare verso” solo a parole e di navigare a vista, procedendo verso i soliti errori che hanno determinato il netto e progressivo peggioramento ambientale-economico-occupazionale e sociale dell’ Italia di oggi.

Ne parliamo con Mauro Chessa, geologo, membro del consiglio scientifico della Rete dei comitati per la difesa dei territori e presidente della giunta della medesima organizzazione.

MAURO CHESSA dice

Per dare una risposta sensata al quesito credo sia necessario definire cosa è l’ambientalismo, termine da tempo nel tritacarne della comunicazione mediatica e della speculazione politica, che ne hanno fatto un mantra da recitare spesso senza far mente locale ai contenuti.

Non ho la presunzione di dare una definizione epocale, o universale come quella di Wikipedia, che non condivido: “Per ambientalismo o ecologismo si intende l’ideologia e l’insieme delle iniziative politiche finalizzate alla tutela e al miglioramento dell’ambiente naturale. Sotto la dizione di movimenti ambientalisti o ecologisti si annoverano anche i movimenti sociali che operano a tale fine”.

Non condivido questa definizione perché è terribilmente parziale, là dove rinchiude l’ambientalismo nell’attenzione esclusiva all’ambiente naturale. Come ben documentato nel recentissimo lavoro di Jean Paul Fitoussi e Eloi Laurent in “La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano“ i tre corni della crisi di questi anni, la questione economica, quella ecologica e quella sociale, sono sistemi che si aprono gli uni agli altri e si determinano reciprocamente.

I due studiosi sono economisti di fama internazionale, per nulla allineati con le componenti sociali e politiche verdi ma anzi impegnati nelle maggiori istituzioni mondiali della finanza. Eppure hanno colto la inscindibile continuità tra la questione ecologica (ambientalismo), quella sociale e quella economica.

D’altro canto già Gregory Bateson – grande scienziato americano degli anni sessanta – delineò una ecologia che comprende l’uomo, con l’economia e la società; un’ecologia che sottolinea come l’uomo sia un animale particolare che si caratterizza per un fenomeno singolare, quello di pensare , e che questo comporta di dover fare ricorso ad un’ecologia “della natura e della mente”, o anche della natura, dell’economia e della società.

L’ambientalismo quindi non può essere più inteso come la dedizione elitaria alle sorti della foca monaca, ma come la percezione olistica del rapporto tra l’uomo e l’ambiente dove vive e opera: “punta dal particolare al generale, si muove dal punto in cui è nato, e in cui pure resta solidamente incardinato, per arrivare ad una visione di massima dei suoi problemi, là dove si spiega quel che, restando nel proprio «particulare», non sarebbe spiegabile.” (Alberto Asor Rosa a proposito del Neoambientalismo).

In altre parole l’ambientalismo è necessariamente anche, o prevalentemente, l’impegno su temi concreti, circoscritti, locali, ma incorniciato in un quadro valoriale e cognitivo di ben più ampio respiro, è la consapevolezza che ogni piccola battaglia non ha il senso dell’opportunismo e del Nimby (vedi) ma è il tassello di un puzzle che disegna ciò che consegneremo alle future generazioni.

L’ambiente e il Bomba
L’ambiente e il Bomba

Allora risulta chiara la difficoltà di affermare l’ambientalismo: è terribilmente impegnativo e richiede una coerenza non formale e, soprattutto, per nulla in linea con il mainstream di questa società consumista e ottusamente dissipatrice. Si è drammaticamente strappata la sintonia tra l’uomo, le sue attività economiche e sociali, e l’ambiente; lo aveva già ben individuato Bateson: osserva che mentre la natura ha tempi di trasformazioni specifici (ritmici, discontinui ma organici nel dispiegarsi nelle ere), l’uomo e la società umana li hanno molto più accelerati e confusi, per cui i sistemi di trasformazione delle due entità – uomo e natura – che sono in un rapporto di relazione dentro il sistema più generalmente ecologico, non si raccordano più tra loro.

Non si tratta solamente dell’affermarsi della tecnologia e dell’accelerazione spaventosa che questa ha dato nell’ultimo secolo, si tratta della mutazione del rapporto relazionale profondo, trascendentale, tra uomo e natura ed in particolare tra uomo e territorio.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla trasformazione da una gestione prevalentemente di tipo familiare del territorio, che in gran parte aveva destinazione agro-silvo-pastorale, a quella attuale di ispirazione industriale: il contadino riservava ai suoi terreni una cura particolare, non per una particolare coscienza ecologica ma per il semplice fatto che da essi traeva sostentamento per la famiglia, a essi era legato per tradizione culturale e per successione genealogica; il legame con la terra era profondo e improntato al criterio della conservazione del bene, per ciò che questo rappresentava culturalmente e per ciò che da esso poteva trarre.

Il passaggio alla società industriale ha reciso nettamente questo rapporto tra uomo e terra e l’ha sostituito con il criterio dello sfruttamento del bene: oggi la terra per lo più vale per il suo costo immobiliare o per lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, non c’è più legame personale con essa, il problema della conservazione del suolo, e dell’ambiente in senso lato, si è quindi spostato dall’ambito della responsabilità familiare a quello della coscienza collettiva, e da questa ne mutua i valori. Ma, come abbiamo visto, viviamo in una società dove si è incrinata persino la sincronia con i tempi della natura e dove l’obbiettivo prevalente è quello dello sfruttamento intensivo, della redditività a breve termine.

Questo quadro è associato e fortemente favorito da un’altra mutazione, il passaggio da Homo Sapiens a Homo Videns (Giovanni Sartori), passaggio che non segna un’evoluzione ma un’involuzione: per la prima volta nella storia l’immagine predomina e prevale sulla parola, andando a stravolgere la comunicazione e i meccanismi di comprensione tra gli esseri umani. Il predominio dell’immagine sulla parola ha minato il cosiddetto pensiero astratto e l’attività simbolica propria dell’essere umano. L’Homo Videns è regressione, atrofizzazione intellettuale, incapacità di distinguere virtuale da reale e vero da falso. Conseguenza di questa involuzione, secondo Sartori, è la crescente incapacità dell’uomo di crearsi un’opinione propria, che significa perdere libertà, libero arbitrio ed essere alla mercé di condizionamenti artatamente confezionati o derivanti dalla mono cultura del consumismo e dell’edonismo dominante.

Credo questa sia la principale spiegazione della folle corsa che ha intrapreso l’umanità verso la propria distruzione, con l’evidente continuo peggioramento della qualità della vita anche nelle aree più sviluppate, dove vaste porzioni della popolazione vivono per lavorare, producendo oggetti effimeri, inquinamento, dilapidazione delle risorse non rinnovabili, letali cambiamenti climatici (come per esempio analizzò su Quarrata/news (vedi) lo stesso Chessa – n.d.r.).

La risposta al quesito nel titolo a questo punto è delineata: l’ambientalismo non sfonda perché è andata smarrita la primarietà della conservazione della specie, della nostra specie.

Ma non sono irrimediabilmente pessimista, l’esperienza con la Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio mi ha portato a scoprire un mondo, minoritario ma per nulla trascurabile in termini di rilevanza sociale, di persone e soggetti collettivi capaci di reagire, forti della volontà di costruire una alternativa sociale radicalmente diversa.

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