PISTOIA CHE MUORE. LE ISTANZE DELLA GENTE, LA “POLITICA” E I GIOVANI

Matteo Renzi twitta...
Matteo Renzi twitta…

PISTOIA. La prima cosa che viene da pensare vivendo a Pistoia è che la vita, politica e sociale, sia, da sempre, molto appiattita, ed in senso lato “conservatrice”.

Questo non è del tutto vero, fortunatamente. Sotto la superficie, si nota, in realtà, l’esistenza di diversi gruppi, movimenti, ecc., non solo in città e dintorni, ma anche nella vicina montagna.

Un movimento molto attivo, ad esempio, si chiama “Alleanza per i Beni Comuni”, nel cui ambito si lotta in particolare per vedere riconosciuto l’esito del referendum riguardante la ripubblicizzazione dell’acqua, e, più recentemente per pretendere il rispetto dei vincoli imposti dalla legislazione italiana e comunitaria riguardo all’uso dei presidi sanitari in agricoltura (diserbanti e fitofarmaci – n.d.r.).

Ancora in città, è stato attivo, ed è al momento “in sonno”, anche se non certamente disciolto, un comitato, costituitosi contro la sciagurata idea di costruire un parcheggio sotterraneo dietro la Chiesa di San Bartolomeo.

Spostandoci fuori città è attivo un comitato assai battagliero, contrario all’inceneritore di Montale.

Un altro ancora, forse l’unico ad avere raggiunto il suo scopo, è quello costituitosi a suo tempo contro la costruzione, a Bottegone, di una centrale, proposta dal gruppo svizzero Repower per la produzione di energia termoelettrica.

Sms a oltranza...
Sms a oltranza…

Se ci spostiamo verso la montagna, vediamo che si è costituito da qualche anno un comitato molto attivo ed agguerrito chiamato, non per caso: “Viva la Porrettana Viva”, che difende con la massima energia l’esistenza in vita della linea ferroviaria Porrettana e che, dopo avere lottato contro il “taglio” dei treni a suo tempo operato dall’assessore regionale ai trasporti Luca Ceccobao, adesso continua a lottare affinché la linea, completamente inattiva dal 5/1 u.s. a causa di una frana nelle vicinanze della stazione di Corbezzi, venga finalmente riattivata. C’è inoltre, ancora in montagna, un “Comitato recupero ammanco” costituitosi dopo i noti e scandalosi eventi che riguardarono la defunta Comunità Montana e che opera, immagino, di comune accordo con coloro che, nello stesso territorio, lottano affinché i nostri esimi rappresentanti politici, regionali soprattutto, non tolgano il presidio ospedaliero di San Marcello.

Naturalmente, in questo elenco, non ho la pretesa di essere stato esauriente, e con ogni probabilità, qualcosa mi è sfuggito.

Ma una cosa, mi sembra chiara, e nel dirlo so di sfondare una porta aperta: che tutti questi movimenti, comitati, o come altro vogliamo chiamarli, quasi sempre nascono contro decisioni prese dai nostri rappresentanti democraticamente eletti, o, nel migliore dei casi, per sollecitarli a prendere iniziative o per dare attuazione a provvedimenti di legge scritti sì, ma rimasti poi lettera morta.

E questo è a mio avviso molto triste, se vogliamo e fa quasi dire: a cosa servono elezioni in cui sulla scheda elettorale, come simulacro di democrazia, si presentano fino a venti liste se poi sono necessari tutti questi comitati?

Ed un’altra domanda mi viene da farmi dopo avere partecipato, anche se non da attivista di prima linea, ad assemblee, riunioni, ecc., di buona parte di questi comitati: dove sono i giovani? Se ci sono e quando ci sono, che ruolo svolgono?

Mi viene da pensare ciò, se rifletto sul fatto che una delle persone più attive, un leader mi verrebbe da dire, in seno alla Alleanza Beni Comuni è un signore di settantuno anni, coadiuvato spesso da due signore, immagino, sulla sessantina o comunque vicine a tale età; mi viene da confermarlo se penso che la mente del comitato “Viva la Porrettana viva” è un signore, efficacissimo, battagliero, talvolta travolgente nella sua oratoria e capace di tenere in pugno da solo anche cinque o sei politicanti di mestiere, come avvenne a Pracchia lo scorso 23/3, ma che ha la discreta età, credo, di sessantanove anni.

Il problema dei social media
Il problema dei social media

E così si potrebbe dire di coloro che hanno costituito e guidano il Comitato Recupero Ammanco a San Marcello e dintorni, e più in generale il “Comitato Montagna Pistoiese: è qui che voglio vivere”.

Certamente, i giovani che si interessino attivamente ai problemi non mancano, ma ho l’impressione che siano una minoranza.

I motivi? Non esiste, a mio avviso, una risposta univoca a questa domanda. Istintivamente si potrebbe dire che il giovane è più portato alla battaglia di tipo ideologico, piuttosto che all’impegno costante, anche duro, anche avaro di risultati immediati, se vogliamo (e nel dire questo, mi viene in mente, per confronto, quello che fu il movimento sessantottino, i cui ricordi sono ormai sbiaditi ed i cui effetti sepolti dalle mille cose accadute dopo).

Ma un’altra risposta mi viene da darmi, e non è certamente bella: si chiama indifferenza. Non so se può entrarci qualcosa con quanto ho scritto finora, ma mi è venuta in mente qualche sera fa in pizzeria; intorno al tavolo dove ero seduto si notava il seguente “panorama”: sulla destra sei commensali, di cui cinque contemporaneamente intenti a guardare lo schermo dei rispettivi cellulari o tablet o i-Phone o che altro e a scambiarseli in silenzio per vedere, vicendevolmente le varie immagini; davanti a me, un tavolo di quattro persone tutte intente al medesimo “passatempo”, ognuna con gli occhi immersi nel proprio piccolo schermo; a sinistra un altro tavolo da quattro e stessa scena; qui si trattava, in realtà, di una famiglia con due figli di età apparente di tredici-quindici lei e dieci-dodici lui, indicativa anche della mentalità dei genitori di oggi, tesi ad incoraggiare i figli in questo uso alienante del mezzo tecnologico.

Tutti presi da questi aggeggi...
Tutti presi da questi aggeggi…

Quando, con i miei commensali, siamo andati via, c’era stato un parziale avvicendamento agli altri tavoli, ma, sia pure senza raggiungere le vette parossistiche del caso precedente, qualcosa di anomalo si poteva ancora notare: ad esempio una ragazza che, in presenza di un piatto fumante di pasta appena servita, continuava a guardare in modo inebetito lo schermo del suo piccolo aggeggio, così da farmi dire, mentre passavo, a mezza voce e comunque non udito, un bel: “Ma mangia, per piacere!”.

Ed allora, per concludere, mi viene da dire: “Se questo è il mondo giovanile che si incontra, cosa vuoi che gli importi a tanti di questi signorini di sbattersi per la Porrettana o per mettere il banchetto raccolta firme il sabato in Piazza Duomo, o altro ancora che abbia a che vedere con i problemi del mondo reale e non con quell’effimero mondo virtuale al quale molti, e non solo giovani, si sono legati in maniera compulsiva e maniacale?

[*] – Lettore, tesserato del Pd

 

DROGA DO BOGA

Droga do Boga, The way to God
Droga do Boga, The way to God

PER CHI non conosce la slavistica, quest’espressione sembra un insulto a presa di culo. In realtà – San Giovanni Paolo II potrebbe confermarlo e darci un’opportuna benedizione… – il significato di questa formula è alto e luminoso, e tradotto in inglese suona come The way to God, «la via verso il Signore», dove addirittura la preposizione polacco-ucraina do è, pari pari, l’omologo suo inglese to = verso, in direzione di, a.

E il libretto che vedete nella foto, l’ho acquistato direttamente a Częstochowa, dove – nonostante tutto il mio scetticismo – sono andato più volte e tornerò perché, come sosteneva Seneca, «è comunque necessario frequentare l’accampamento del nemico» (è una metafora) per sapere sempre cosa pensa dal suo punto di vista.

Il mondo di oggi, invece – e purtroppo anche fra la gente già più che matura come noi – è drogato non perché segue una droga (= via) verso qualcosa di importante e lodevole, ma perché deve felicemente liofilizzarsi il cervello, mangiato dal consumismo e dallo sviluppismo dilaganti anche nelle ideologie di sinistra (vedi Ciampolini, condivisibilissimo sotto ogni profilo).

Dagli echi accorati e convinti di Berlinguer e del Pci anni 70, quanta strada-droga inversa messa su, giorno giorno, dalla sinistra più disfattista del mondo che oggi si identifica nella preoccupante figura di Matteo – e non il santo evangelista!

Fra hashtag e ciancette da cinguettii passerotteschi infantilistici, la cultura sessantottina (oggi ultrasessantenne, ma in sella) dei politici che non vogliono morire né essere rottamati, ha stra-cotto il cervello a e di gran parte dell’attuale peggiore gioventù.

Ma che volete farci? La storia gira per suo conto e non la fermi mettendoti a braccia aperte in mezzo al flusso: è troppo più facile e più bello dire e fare cazzate che non durare fatica – come dice l’amico Giovannelli – nel provare a resistere alla dilagante idiozia e alla mortale superficialità.

Il compianto – per chi lo ricorda – Antonio Nardi, amava ripetere che una risata ci avrebbe cancellato dalla faccia della terra. Io sono qui che aspetto ancora lo scoppio di questa enorme e salvifica risata: e non mi scuoto, accada quel che accada.

Perdiamoci nei Social Media
Perdiamoci nei Social Media

E con me ci sono anche pochi ma saggi – credo – «nuovi resistenti» come Piero e quelli che lui cita, legati non ai telefonini dell’idiozia, non alle partite di pallone e ai club del Napoli o della Fiorentina, non ai videogiochi da ludopatici incalliti, non alla politica dello spregio agli altri e delle ruberie, non al potere mafioso, ma a un senso etico della vita, alla ricerca di una verità, alla voglia di analizzare e discutere che – malgrado tutto il Sessantotto che ha portato via il nostro Paese come un Vajont, ricoprendolo della melma dell’ignoranza crassa – quell’alluvione devastante non riuscì a toglierci, forse perché come in Fahrenheit 451 avevamo imparato ciascuno un libro a memoria per il futuro, senza voler portare il nostro cervello all’ammasso.

Poi, se combatteremo contro i mulini a vento e – come di solito accade – perderemo, pazienza. Qualcuno, comunque, ne beneficerà: perché tutti gli imperi cadono.

Anche quelli che oggi, più che mai, complessi, intrecciati e complanari, fanno, di questo nostro sventurato Paese, un vero e deprecabile nuovo Cile – pur se colorato di rosso…

Edoardo Bianchini

[**] – Commento

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