PROCESSO MANCINI, FEDELI SERVITORI

Ma l’informazione resta davvero «l’unico vero baluardo in grado di porsi come ultima difesa dinanzi al vuoto sempre più dilagante del “Deserto dei Tartari”»? E infine una matafora
Nei secoli fedele
Nei secoli fedele

PISTOIA. Ai lettori tutto questo sembrerà un paradosso: ma non dovrebbero stupirsi più di tanto, dato che ormai tutta la nostra Bell’Italia, amate sponde è una contraddizione in termini e in carne ed ossa: non ha un Presidente del Consiglio eletto; il Parlamento in corso legale (?) è fuori-regola perché lo ha detto la Costituzionale; il Presidente della Repubblica vive e regna come se fosse un monarca assoluto e i tre poteri costituzionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) il più delle volte vanno dove vogliono e come credono, intolleranti di qualsiasi richiamo al cosiddetto “ordine costituito” – forse perché l’ordine costituito è da mo’ che non esiste più.

Ieri, tanto per restare al tema – ma anche il giorno prima – eravamo stati contattati da qualche aficionado che ci chiedeva il perché del nostro silenzio sul tema del processo Mancini (vedi).

Abbiamo risposto con la verità: che siamo stati presenti con un nostro osservatore (dalle 16:15 fino verso le 19:30), anche se, con l’accordo delle parti, l’attesa deposizione del dottor Renzo Dell’Anno è stata anticipata: il che non ha permesso – in ossequio al principio della pubblicità dei processi – di poterla ascoltare in diretta, percependo, insieme alle dichiarazioni verbali, quello che, in termini scientifici, si definisce “sfumature e risvolti del metalinguaggio” (gesti, sguardi, toni), anch’essi importanti per farsi un’idea degli accadimenti, come ben sa la stessa magistratura penale.

In secondo luogo ci ha fatto piuttosto impressione l’assenza della stampa strutturata (o, meglio, più strutturata di noi: e quindi storica su e per Pistoia): tanto che abbiamo deciso di aspettare un momento per vedere se, su un caso di “fedeli servitori” (l’arma si definiva, appunto, un tempo, con il motto “Nei secoli fedele”), poteva esserci qualcuno che dicesse e facesse almeno qualche parola, data anche la straordinarietà dell’evento.

Il diritto ad essere informati
Il diritto ad essere informati

Di fronte al silenzio, al niente assoluto – e non vorremmo arrivare a dover pensare che tanto riserbo fosse, per certi aspetti, strumentale e/o funzionale o voluto – abbiamo iniziato (in nome delle libertà di cronaca e critica garantite dall’art. 21 della Costituzione, a quanto pare poco gradito a Pistoia e ancor meno venerato quale sacra scrittura per la quale morirono o furono bastonati più e più antifascisti, oggi evidentemente dimenticati) abbiamo iniziato, dicevamo, a informarci da alcuni dei molti presenti in aula (quelli che poi sono stati definiti in maniera, si direbbe, ingenerosa “il pubblico di Mancini”) per farci narrare gli eventi: ma per chi ha fatto studi classici e ha approfondito un po’ di Tucidide, non sarà una novità scoprire che il primo vero storico dell’Occidente sosteneva, e a ragione, che, per ricostruire i fatti, oltre che i documenti si dovevano ascoltare coloro che dei fatti medesimi erano stati testimoni oculari e, in questo caso, uditivi.

Abbiamo così raccolto alcune sommarie, ma precise e attendibili – a nostro giudizio – indicazioni, degli eventi scorsi dinanzi al giudice monocratico dott. Mancuso, e che possono essere così schematicamente sintetizzate:

  • il Colonnello Fabrizio Volpe ha presentato la figura del luogotenente Mancini come quella di un «fedele e indiscutibile servitore dello Stato». Volpe ha chiarito che Mancini era così ineccepibile, da averlo messo in condizione di rapportarsi direttamente con lui senza dover passare per altri filtri. Del resto Mancini in passato ha avuto e svolto lodevolmente – com’è stato detto anche in séguito – compiti correlati a fondamentali indagini di mafia e di terrorismo; tutti mandati, da quanto risulta, svolti senza macchia e senza paura.
  • lo stesso quadro, sia pure in maniera diversa, ha rappresentato il vice di Mancini medesimo nel suo ufficio di Firenze.

Quando Mancini è stato ascoltato, sotto le incalzanti domande del Pm Grieco, uno dei momenti di maggior tensione ci è stato riferito che si è verificato nel momento in cui la domanda verteva sullo stato di stress emotivo della vigile Tormentoni. Alla richiesta del Pm sul perché, secondo Mancini, la vigilessa fosse preoccupata e intimorita, il luogotenente ha risposto con una osservazione davvero acuta; una specie di domanda nella quale il sottufficiale si è chiesto, e ha chiesto, “come non essere preoccupati semplicemente osservando quello che stava succedendo a lui” (il rinvio a giudizio in stato di accusa) a séguito della vicenda addebitatagli.

Non basta mai ripeterlo
Non basta mai ripeterlo

Oltre non riteniamo di dovere andare, nonostante le numerose osservazioni scaturite in aula, a zampillo, su una vicenda complessa e articolata, e riferìteci da chi abbiamo ascoltato.

Ci fermiamo, perciò, qui, sicuri del fatto che, come Mancini è stato definito «fedele servitore dello Stato» dalle parole di un Ufficiale superiore dei CC e non solo, così anche noi possiamo legittimamente sentirci «fedeli servitori» di quell’informazione che, nel nostro ordinamento (ammesso che ancora possa esistere ed avere vigore), è definita un «diritto del cittadino»; che ha le sue regole, legali e deontologiche; che è costituzionalmente protetta e che resta, comunque – come anche l’Europa, tanto amata dai democratici e dai liberali, da un decennio ricorda inutilmente all’Italia –, l’unico vero baluardo in grado di porsi come ultima difesa dinanzi al vuoto sempre più dilagante del Deserto dei Tartari.

 Edoardo Bianchini

LA GIUSTIZIA SECONDO IL LEONE

 

leoneMARTEDÌ 1° luglio si è riunito, nella savana, il tribunale degli animali. A giudicare il leone, imputata una gazzella.

L’evento ha richiamato nella radura un folto pubblico, molte le gazzelle presenti, solidali con l’imputata; poche civette, anche qualche scimmiotto nella folla che aumenta man mano che il pomeriggio si inoltra e diminuisce la canicola.

Il leone accusa la gazzella di andare troppo veloce. La tua velocità è irrispettosa, dice il giudice: «Noi non riusciamo a farti svolgere la tua funzione che consisterebbe semplicemente nell’obbedir tacendo e, all’occorrenza, camminare invece di correre e anche fermarti se te lo chiede il re della savana».

La gazzella prova a ricordare al leone quante volte la sua velocità è stata utile e apprezzata da molti, anche dai più alti in grado.

gazzella-maschioIl pomeriggio sfuma nella sera, tutti gli animali della savana sono stanchi dopo tante parole. Il leone dichiara di aver esaurito gli argomenti e rinvia di sei lune la sua decisione. Non dimentica, il leone, di riaffidare la gazzella al pubblico dei suoi amici (che deve essergli rimasto un po’ indigesto tanto che lo definisce, amaro, “claque”).

Il leone è notoriamente un animale molto forte e anche in virtù della sua forza, saggio e giusto. La sua decisione sarà la migliore, una volta chiarito che non è possibile impedire alla gazzella di correre veloce, la assolverà e la pace sarà ristabilita.
Ovviamente dal giorno dopo i leoni si affretteranno dietro alle gazzelle che continueranno a correre correre correre…

Paola Fortunati

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