quarrata, gioie & dolori. DA DOVE PARTE E A COSA MIRA “LA GUERRA DEI ROSES” VIA DI LECCETO? 3

Il titolo della puntata mira al fatto che la famiglia Lapini-Bianchini-Pegoraro non ha il diritto di vivere e di godere, senza limitazione alcuna, dei propri beni e immobili; e ciò anche con l’aiuto del Comune e di altri brillanti elementi del luogo

 

Perché in Comune non si capisce molto, me lo aveva spiegato il dottor Guggino, che aveva iniziato la carriera, al comune di Caltavuturo (Palermo), come semplice impiegato addetto ai cimiteri: «Vede, Bianchini…, il Comune è come una caserma. Ha visto che all’ingresso c’è una sentinella in garitta? C’è per far capire che il cervello deve restare fuori. E così in Comune!»

SE TU IN PACE VUOI CAMPARE

NON CI DEVI DISTURBARE:

LASCIA BEN CHE NOI FACCIAMO

TUTTI I CAZZI CHE VOGLIAMO!


L’ARGOMENTO della terza puntata di Terra Nostra, ovvero di alcuni proprietari venuti da lontano che credono, come Mazzarò, di possedere l’area di Lecceto allo stesso modo con cui Federico II disponeva del bellissimo Castel del Monte, non è mia scelta.

Anche se questa lettera sarebbe interessante un giudizio di due illustri psichiatri: il dottor Augusto Iossa Fasano o quel luminare di Alessandro Meluzzi (di Gianfranco Giuntini & figli e di Dario Mancini parlerò in séguito, illustrando anche i comportamenti di buon vicinato del gentile signor Leonardo Bassetti (razza gaetana), anche lui artefice di chiusure di strade vicinali con il sigillo del permissivo Comune di Quarrata…

Tra tutti gli argomenti a disposizione, assai democraticamente ho fatto scegliere quello di oggi a un lettore attentissimo dei temi ambientali (falsi come Giuda) di cui cui si fregia il grandioso democratico Comune di Quarrata.

Il titolo della puntata mira al fatto che la famiglia Lapini-Bianchini-Pegoraro non ha il diritto di vivere e di godere, senza limitazione alcuna, dei propri beni e immobili; e ciò con l’aiuto del Comune e di altri brillanti elementi del luogo.

Il tema ruota ancora intorno alla chiusura trappolistica delle piazzole con servitù di pubblica utilità per parcheggio-sosta-manovra, concessa al solito modo dagli uffici in cui tecnici noti (i geometri Franco Fabbri, Giorgio Innocenti, Fiorello Gori; architetti a mezzo servizio come Nadia Bellomo; e vigili distratti come Oliviero Billi) hanno lavorato ad agio al mattino e a cottimo al pomeriggio.

LECCETO. Casa Perrozzi: «Non mettere la macchina al muro, sennò mi sciupi la casa e poi chiamo il Bai che ti fa la contravvenzione!». E così fu.

Sottotitolo della puntata potrebbe essere: Non c’è niente di peggio di un uomo se non un uomo stupido e di uno stupido che esercita il potere senza comprendere ciò che fa. Il nòcciolo resta quello connesso ad atti emulativi seriali, alla violenza privata, al rendere la vita impossibile a chi, in un luogo, c’era e c’è da secoli.

Quando, negli anni 80, il dottor Giuseppe Guggino, segretario generale del Comune di Quarrata, a sera, per prendere una boccata di fresco veniva a trovarmi a Lecceto e si fermava a sedere sull’aia a comune 10-12-18 di via di Lecceto, arrivava in auto con altri due signori: il ragionier-dottor (laurea vera) Virgilio Vannucci (prima idraulico-elettricista del Comune, poi diplomato e laureato in sociologia e diventato ufficiale di stato civile) e il ragionier Alberto Perrozzi, per gli amici (il nostro era un quartetto che prendeva il caffè in piazza Risorgimento al Moderno o dalla Grazia) Albertone, ragioniere in pensione del Comune di Pescina, provincia dell’Aquila.

VIA DI LECCETO. Vietato correre a più di 270 all’ora, vietato strombettare, sgassare, frenare a secco. E soprattutto vietato svegliare il can che dorme

Albertone era il padre del ragionier Romolo Perrozzi, che ancora non aveva fatto i quattrini e non si era montato la testa. E quel terzetto, Guggino-Vannucci-Perrozzi, veniva a Lecceto e parcheggiava la sua auto sulle piazzole che il ragionier Romolo, grazie all’esplosione felice dei suoi introiti, aveva poi acquistato senza volerne sapere di cosa significasse – nel suo atto di acquisto – la formula «nello stato di fatto e di diritto»: valore che sfugge, con solare evidenza, anche a tutte le zucche più o meno vuote del Comune stesso (a iniziare dai giuristi dottori, novóri o diecióri).

E perché in Comune non si capisce molto, me lo aveva spiegato il dottor Guggino, che aveva iniziato la carriera, al comune di Caltavuturo (Palermo), come semplice impiegato addetto ai cimiteri: «Vede, Bianchini…, il Comune è come una caserma. Ha visto che all’ingresso c’è una sentinella in garitta? C’è per far capire che il cervello deve restare fuori. E così in Comune!».

Allora io mi chiedo: quel è stata la nostra colpa (Lapini-Bianchini-Pegoraro) se, al momento dell’arrivo del supponente ragionier Romolo & Signora, più gentili figlie, gli abbiamo fatto notare gentilmente che quelle piazzole – chiuse solo grazie a Bellomo-Billi-Innocenti – erano gravate da tempo immemorabile da servitù di uso pubblico e perciò non potevano esserci negati né sosta né parcheggio né manovra dato che da secoli le cose, pacificamente, andavano avanti così? La colpa era quella di aver rotto il pregiato cristallo dello specchio delle mie brame?

Il fatto è che l’uomo accecato dalla superbia ragiona solo con il primordiale cervello rettiliano: quello che contiene non i neuroni della razionalità, ma quelli dell’aggressività legata all’approvvigionamento e alla consumazione del cibo; un cibo che, in forma di transfert, viene evidentemente identificato dall’idea di possesso comunque assoluto codificato da un atto di proprietà: ma non è proprio così che il discorso funziona, cari signori.

La roba era sua e lui (il rag. Romolo) ne faceva quel che voleva e come gli pareva, insieme – anche – ai proprietari-usufruttuari residenti nella famosa casa gialla che avete visto ieri. Si compattarono, perciò, fra loro in un istante. E partorirono la grande idea, la bella lettera demenziale sull’uso e l’abuso della via di Lecceto da parte di chi (Lapini-Bianchini-Pegoraro) da anni non poteva andare a Lecceto perché lì non si girava, non ci si muoveva, non si parcheggiava (come del resto anche oggi) perché, al solo rumore di un motore, o una delle figlie del Perrozzi o la moglie stessa, si affacciava a una finestrella e iniziava a strillare «Lì no perché c’è nostro! Non toccare quel sasso perché è nostro! Non cogliere quell’asparago perché è nostro! Non parcheggiare vicino al muro perché me lo rovini!» e cose simili e sempre dell’altro mondo.

Secondo voi, lettori, è normale che io debba scendere sotto gli occhi di tre telecamere? O certa gente rompe il cazzo?

Poi, non paghi della loro personale mancanza di lucidità razionale, intimavano (a chi non andava sù da anni!) di non sgassare e fare rumore con le auto (ma quali auto?) su via di Lecceto, loro santa proprietà intangibile, quasi l’imene della loro verginità, da preservare per poter entrare in paradiso a godere di 77 vergini; uno stradello di appena una trentina di metri. E pretendevano di affermare la necessità assoluta di moderarci la velocità: proprio così, perché, evidentemente, chi osava calcare la sacra terra del voivoda Vlad Tepes, più noto col nome di Dracula, non doveva sfrecciarci a 250-300 km all’ora come un Etr 1000!

Non contento, il ragionier Romolo, si era pure fatto sostenere da tre o quattro “carciofi locali” che godevano, su tale via, del diritto di passo. Su ciascuno di loro pubblicherò dati e notizie a tempo e luogo: per ora sorvolo.

Per la risposta alla lettera della sprezzante follia è sufficiente che leggiate cosa scrisse di rimando l’avvocato Bernardino Sirca di Firenze: fate attenzione a quando li prende tutti per il culo obiettando che, se di manutenzione per danni si doveva parlare, era bene tener presente che gli altri (cioè gli indignati accusatori, firmatari dell’idiozia) transitavano con sei veicoli sei, mentre i poveri accusati presi di mira non ci passavano con nessun veicolo o, al massimo, una volta con un solo veicolo.

Ecco un’altra chicca di via Lecceto. La parte arancione indica uno sbancamento che ha disfatto il dosso di roccia del fianco del colle. Ci vogliamo vedere dentro per davvero o no? Ne riparleremo in séguito…

Allora facciamoci una domanda: la parte Lapini-Bianchini-Pegoraro ha diritto di vivere in pace senza che nessuno gli rompa i coglioni o, poiché ha legittimamente osservato ed eccepito che la chiusura delle piazzole era stata solo un piacere/privilegio che il Comune aveva consesso ai Perrozzi, deve essere stalkerizzata a prescindere? Le si deve togliere la pace e il sonno e, in ultima analisi, si deve fare in maniera tale da costringerla ad abbandonare le sue proprietà per far piacere a un campo di carciofi?

E poiché questi fatti, come vedete, risalgono al 2008, cosa ne pensate (anche voi, menti sopraffine del Comune di Quarrata, dottori, novóri e diecióri) di 12 anni di fila di urla, sberleffi, strilli, minacce, insulti, che si sono protratti e che che sono tuttora in atto?

È arrivato o no il tempo di chiudere tutte queste aggressioni cretine e di iniziare a vivere e a lasciare vivere gli altri per come vogliono e come ne hanno diritto?

Sì, sarà bene rivedere tutto quello che è stato fatto a Lecceto, caro Comune anarchico di Quarrata! Potete aver messo tutti i bolli che volete su tutti i fogli e le carte che volete: non me ne frega se un geometra-ingegnere come Iuri Gelli non sa leggere le mappe, e se stuoli di geometri e una architetta Bellomo hanno fatto come cazzo volevano e hanno lasciato chiudere e modificare mezzo monte!

Vicinali e interpoderali – chiuse dal ragionier Perrozzi – dovevano essere lasciate aperte e libere: se non lo avete fatto a tempo e luogo, dovete rimediare ora, cari difensori della Legalità e delle zone di tutela ambientale!

PRESTO pubblicherò anche l’ultima lettera che il Perrozzi mi ha fatto scrivere da una avvocata di Prato (e risposta). È divertente assai…

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
La verità vi fa male? Affari vostri!

 

Dice un proverbio: «Chi non ha testa abbia gambe». E un altro, aretino: «Gamba mia, non fa vergogna camminar quando bisogna!».
Un pensiero affettuoso e commosso agli amici che non ho rivisto: il dottor Giuseppe Guggino, segretario generale che moltissimo mi ha insegnato; e i simpatici e onoratissimi Alberto Perrozzi e gentile signora, amici personali anche della mia defunta madre, nata e cresciuta a Lecceto ai tempi in cui gli uomini erano “d’onore” e non “d’arroganza”.
NOTA. Fortunatamente la legge sul politically correct per forza non è stata
ancora approvata.


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