“RADIO BRUNO”, LEZIONE DI PIENONE

Paola Turci
Paola Turci

PISTOIA. Tutti i pistoiesi che declinano con preoccupante puntualità, da trentacinque anni, l’invito di piazza del Duomo nei giorni del Festival, quando a chiamarli alla conta sono Radio Bruno, ma anche Festival Bar, se preferite, si fanno trovare puntualmente presenti. In massa.

E non certo per vedere all’opera Paola Turci, o quel che resta dei Nomadi, o addirittura Ron, nell’ennesima versione di un uomo che ha fatto i patti con il tempo e con il diavolo. L’impressionante marea umana che ieri sera, lunedì 20 luglio, sfidando, in una nottata bollente, qualsiasi logica preventiva e tutte le raccomandazioni dell’Asl 3, era lì, in giubilo plastificato da cuscinetti di plastica gialla, per condividere l’inaspettato e tutto da dimostrare successo improvviso raccolto dai talents di stagione.

Beppe Carletti
Beppe Carletti

“Ai miei tempi – racconta Paola Turci, la cui bellezza non appassisce con il tempo – c’era la vetrina di Sanremo a darci una meravigliosa opportunità da cogliere al volo. Oggi, a onor del vero, le occasioni di successo si sono moltiplicate e soprattutto, oltre alla televisione, che resta un passe-partout incredibile, ci sono i canali informatici e telematici a dare una visibilità che ai miei vent’anni era impensabile”.

Si avvicinano altri colleghi alla chiacchierata che stiamo amenamente scambiando con la cantautrice romana. Arrivano altre domande, nuove risposte, ma ci pensa Silvano Martini, responsabile della sicurezza del Festival Blues, anche ieri in servizio, il Saverio Barsanti della musica quanto a memoria e dettagli, a suggerire, a Paola Turci, un’emozione di tanti anni trascorsi. Le ricorda la copertina di un suo vecchio Lp, realizzata da Roberto Mannelli, disegnatore pistoiese.

“Fantastica, grazie – sorride Paola Turci, provando a catapultarsi agli anni di quella incisione –. La ricordo con immenso piacere, era molto bella, come l’album del resto”.

Il mare di folla in piazza del Duomo
Il mare di folla in piazza del Duomo

Non manca molto alla sua esibizione: le dicono di prepararsi. Rispetto al back stage, si cambia solo la fruits e imbracciata la chitarra, sale le scalette che dividono il loggiato di Palazzo di Giano con il megapalco di piazza del Duomo. Canta due canzoni: la prima fingendo di farlo, la seconda davvero. Scende, sorride con chi si congratula e sparisce. Il retro pullula di giovani sconosciuti che scalpitano per quei due minuti di popolarità ai quali, fino a ieri, non sognavano nemmeno di poter aspirare.

Passano due ragazzine che sorridono a trentadue denti a chiunque chieda loro di mettersi in posa per una foto: sono le Donatella, modesto tentativo di reincarnazione della vera stravagante Rettore. Quando arriviamo in piazza si sono già esibite, ma hanno ancora addosso gli abiti di scena; pantaloni con il solo retro, catenine e piercing e soprattutto la stampa del viso dell’occasione. Un attimo prima, la folla di piazza del Duomo, le ha acclamate a squarciagola; nel back stage nessuno le considera.

Arrivano i Nomadi, o meglio, quel che resta dei Nomadi; Beppe Carletti. Lui è ancora lì, praticamente lo stesso di 50 anni fa, quando con il resto del gruppo incise Noi non ci saremo.

Le Donatella
Le Donatella

“Questa è la vita – racconta sorridendo Beppe Carletti, l’unico sopravvissuto del gruppo folk che monopolizzò la scena negli anni ’70 –. Io ci sono ancora e fino a quando potrò restare, ci sarò. Mi diverto ancora molto, va bene così”.

Nel back stage c’è una ragazza addetta alle interviste. Il giallo è il colore della piazza, il tratto cromatico distintivo di Radio Bruno, l’emittente che ha promosso e realizzato la serata gratuita nel bel mezzo del Festival Blues, approfittando di un palcoscenico che qualche starletta della sera nemmeno poteva sognare.

Alcuni addetti lavori, mentre vanno in scena, a ritmi vorticosi, le esibizioni dal vivo per l’esercito umano della piazza e le interviste per l’emittente radiofonica, controlla, su un monitor posto sotto il loggiato, come proceda la diretta.

Sul palco c’è una ragazza che vocia: nel back stage, due distinte signore con tanto di cartellino al collo che le qualifica come addette ai lavori, osservano le immagini del tubo catodico.

“Chi è”, chiede l’una all’altra? “Non ho idea”, risponde.

Stasera, martedì 21 luglio, la piazza e il palco tornano nelle mani del Festival, con Carlos Santana. Di gente, rispetto al pienone di Radio Bruno, ce ne sarà meno, quasi sicuramente, anche perché, per vedere all’opera il chitarrista messicano, si paga il biglietto. Che non costa nemmen poco. Ma è giusto così.

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