SAN MARCELLO PISTOIESE, IL PAESE DELLA LUCE ELETTRICA

Quando Firenze si illuminava ancora a gas una decina di famiglie di notabili della montagna si illuminavano a giorno. Un aneddoto sulla nonna levatrice
Giuseppe Baldassarri 1879-1957
Giuseppe Baldassarri 1879-1957

SAN MARCELLO. C’è un paese, nella Toscana del 1800, che arrivò primo nella corsa dell’illuminazione elettrica. Un paese che, come dice mio cugino Mauro Banchini in un suo articolo di qualche anno fa, “è piccolo, di montagna, alla ricerca di una nuova difficile identità fra aziende che chiudono e giovani che se ne vanno: San Marcello.”

Infatti quando ancora né a Pistoia, né a Firenze vi era la luce elettrica, a San Marcello viveva Giovanni Cini (1778-1844) autodidatta studioso di filosofia ed economia, imprenditore, assessore, poi sindaco di S. Marcello ed anche Presidente del Conservatorio Femminile di S. Caterina, ma soprattutto persona che comprese subito i grandi vantaggi dell’elettricità.

Il nuovo sistema di illuminazione che, fra il 1884 e il 1886, era entrato in funzione anche a Roma, a Torino e a Milano, a Firenze, invece, segnava il passo, tant’è che in città si continuava a illuminare il centro e i lungarni, in regime di monopolio, con il tradizionale gas da illuminazione. Operai addetti tutte le sere andavano ad accendere i lampioni per poi spegnerli al mattino seguente.

Da una visura del vecchio catasto dell’archivio storico si legge: Anno 1808: Molino Cini o di Fondo, località Le Code sul fiume Limestre, proprietari Giovanni Cini e Cosimo Cini di Bartolomeo.

Giuseppe Baldassarri 1879-1957
Torello Baldassarri 1879-1957

Omettendo i passaggi successivi si giunge all’anno 1888. Una sera, esattamente il 3 giugno 1888, il cittadino benemerito Giovan Cosimo Cini (1840-1930), discendente di Giovanni, inaugura la luce elettrica al molino di Fondo. Un personaggio dell’epoca Ugolino Bargiacchi, disse fra l’altro: “… plaudiamo che questo nostro paese sia stato fra i primi a godere della illuminazione elettrica rassomigliante al Sole e alla luce meridiana…”.

Tanti anni dopo mio padre Fenzo riportò l’avvenimento in una targa (che qui si può vedere in fotografia) ancora appesa in una parete esterna dello stesso molino di Fondo.

Il molino (v. copia del quadro dipinto da Lidia Baldassarri e risalente al fabbricato come era nel 1821) fu preso in affitto alla fine dell’ottocento dai fratelli Giuseppe (mio nonno) e Torello (mio zio) Baldassarri, entrambi        mugnai, che poi lo acquistarono molti anni dopo dagli eredi Cini per la somma di lire 24.000 ed un calesse da cavallo.

IL MOLINO-CENTRALE ELETTRICA

L’edificio era costruito su più piani, utilizzando la pendenza del terreno per favorire la caduta dell’acqua; al piano superiore, a livello del bottaccio, c’erano la cucina e le camere del mugnaio; sotto la stalla del mulo e il fienile e, accanto, le prime tre macine; al piano inferiore la stanza del ritrecine delle tre macine e, leggermente sfalsato, a fianco, il bottaccino e un’altra costruzione più bassa con altre due macine e, infine, la stanza del relativo ritrecine.

La gora che alimentava il tutto, lunga un centinaio di metri, partiva dall’uscita del molino di Mezzo; se ne vede ancora bene il tracciato e il punto di immissione nel bottaccio, sul lato nord-est della casa.

Da qui, attraverso una condotta di terracotta, cadeva nella stanza del ritrecine che muoveva le tre macine di grano. L’acqua utilizzata confluiva nel bottaccino che azionava le altre due macine. Nella stagione invernale i cinque palmenti venivano attrezzati per macinare le castagne e il molino lavorava notte e giorno con l’aiuto di tre garzoni; la produzione era anche di tremila quintali l’anno.

La targa che ricorda la produzione di elettricità
La targa che ricorda la produzione di elettricità

Da notare che a San Marcello all’epoca vi erano tre molini, chiamati di Fondo, di Mezzo e di Cima. Erano di proprietà dei mugnai fratelli Baldassarri il primo e l’ultimo, mentre il molino di Mezzo, detto molinuzzo, era dei fratelli Rettori.

Comunque il molino che creava energia elettrica e si alimentava con questa era quello di Fondo.

Oltre alla centrale elettrica al molino sul fiume Limestre, ne venne costruita un’altra sulla via Modenese e questa volta proprio dai fratelli Baldassarri (erano gli anni 1909-1912) nella casa dove io sono nato (adesso via Marconi) per alimentare un altro piccolo molino.

Questa centralina funzionò fino all’anno 1939 e dava anche la luce ad alcune famiglie abbienti del paese (una decina) e a due lampioni nella piazza centrale che adesso si trovano semidistrutti nell’ex parco della rimembranza.

Quando giunse nel paese la Sfiac (Società Forza Idraulica Appennino Centrale) la centralina di mio nonno e di mio zio non servì più alla cittadinanza, ma rimase solo per il molino del paese fino al 1939.

UN ANEDDOTO

Fenzo Baldassarri a 20 anni - 1911-1979
Fenzo Baldassarri a 20 anni – 1911-1979

Voglio raccontare adesso un aneddoto. Mia nonna paterna era una bellissima donna con un viso stupendo e con capelli fulvi, come allora si diceva, E proveniva da Vinci.

Si chiamava Eugenia Salvi e di professione faceva, come si direbbe oggi, l’ostetrica (fu la prima ostetrica diplomata e stipendiata della montagna). A quei tempi si diceva levatrice o anche balia.

La nonna andava con il suo calesse (che serviva per visitare le partorienti) a riscuotere la tariffa per la luce, tariffa che era proporzionale al numero di lampadine nella abitazione. Quando i proprietari la vedevano giungere dicevano: “Sta arrivando la balia a spennarci, prepariamo i soldi”. Quando poi qualche cittadino più moderno usava il ferro da stiro elettrico, grande novità per l’epoca, diminuiva la tensione su tutta la linea e quindi i miei nonni mandavano il mio babbo Fenzo, allora piccolo di 8 o 9 anni, a scoprire il fedifrago truffaldino, perché l’uso di tale ferro non era consentito e i clienti lo sapevano. Per inciso mia nonna morì di “spagnola” giovane appena trentenne e il mio nonno Giuseppe, follemente innamorato, non volle più risposarsi nonostante la giovane età e un figlio piccolo da accudire e educare.

Questa, in breve, è la storia di un evento di rilievo a San Marcello e, in generale, nella montagna pistoiese.

ALTRI EVENTI DELLA MONTAGNA

Il molino nel 1821
Il molino nel 1821

A questo evento seguirono altre iniziative quali l’ampliamento e la modernizzazione dell’ospedale costruito nel 1855, grazie ad un lascito testamentario del mecenate di Mammiano, Lorenzo Pacini, ospedale che fino agli anni 2000 faceva invidia a quelli cittadini [*].

Altro evento fu la costruzione, nell’anno 1926, del trenino elettrico, la Fap (Ferrovia Alto Pistoiese) che collegava Mammiano a Pracchia, dove c’era il treno dello Stato (tale ferrovia fu chiusa nel 1965). Ancora l’edificazione di impianti sportivi e turistici veramente notevoli con parchi, sale da ballo, discoteche e Cinematografi. A San Marcello negli anni 60 c’erano due cinematografi, il cinema parrocchiale Aurora e il cinema Teatro Appennino.

Quest’ultimo rimase aperto fino ad oltre metà degli anni 2000. Adesso in tutta la montagna non c’è più un cinema aperto. Tutto questo adesso è cessato o sta per cessare, a conferma di quanto detto all’inizio circa la decadenza e il declino, purtroppo, della montagna pistoiese.

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Bibliografia essenziale:

  • L. Baldassarri, Con gli occhi e con il cuore, Edizioni Settegiorni Pistoia, 1995.
  • M. Banchini, «Toscana Notizie», 21/07/2005.

[*] – Ex Dirigente Scolastico dell’ITC Filippo Pacini di Pistoia e attualmente Presidente del Conservatorio di San Giovanni Battista di Pistoia. Ospite

[**] – Oggi l’ospedale “Lorenzo Pacini” si chiama addirittura Piot, acronimo che significa Presidio Integrato Ospedale Territorio.

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