san marcello piteglio. SANITÀ IN MONTAGNA. ANCORA PROBLEMI

Il grido di allarme del sindaco Luca Marmo

Luca Marmo, Sindaco di San Marcello Piteglio

SAN MARCELLO PITEGLIO. Sanità sulla Montagna Pistoiese. È di stamani l’invio alla Presidente della Società della Salute Pistoiese, al Direttore Generale della Asl Toscana Centro e all’Assessore regionale al Diritto alla Salute di una lettera aperta da parte del sindaco Luca Marmo, lettera pubblicata sul sito web www.lucamarmo.net e che riportiamo di seguito nella sua interezza.

“Abbiamo aspettato con pazienza, abbiamo fatto proposte e cucito relazioni, ma prendiamo atto – afferma Marmo – con rammarico che il sistema non risponde.

Siamo francamente stanchi di ricevere risposte evasive e crediamo che sia arrivato il momento di un confronto che si ponga l’obiettivo di affrontare seriamente ed in tempi rapidi, oltre ai grandi temi di prospettiva, quello molto più impellente di come si mantiene in efficienza quello che c’è”.

Egregi Presidente, Direttore, Assessore,

questa nota per manifestarvi viva preoccupazione circa lo stato della sanità sulla Montagna Pistoiese. Siamo tutti perfettamente consapevoli delle difficoltà che vive, in questo momento, il sistema sanitario. Difficoltà acuite dalla pandemia e dai contraccolpi organizzativi ingeneratisi nel sistema. Apprezzo molto la rinnovata attenzione, che oggettivamente si percepisce nel dibattito politico – istituzionale, sulla necessità di ammodernare i servizi sanitari senza lasciare indietro i territori interni.

Come amministrazioni della Montagna abbiamo dedicato tantissimo tempo ed altrettante energie al confronto col territorio sul tema dei servizi sanitari e abbiamo cercato di dare uno sbocco costruttivo alla diffusa insoddisfazione, facendo diligentemente proposte su proposte che ci sembrano francamente ispirate al realismo e al buon senso. Abbiamo sottoscritto, nell’autunno del 2019, un importante accordo che prevedeva l’implementazione di nuove attrezzature e nuovi servizi presso l’ospedale di San Marcello. Ebbene, una parte di quell’accordo ancora non è andato a compimento.

Dei lavori per la trasformazione della sala endoscopica in sala per la chirurgia ambulatoriale e per l’installazione della nuova TAC solo ora è stato annunciato l’inizio.

Riguardo a quello che era il provvedimento più significativo per rispondere alla diffusa protesta sulle carenze dei servizi di emergenza, ovverosia i sei medici per la medicina di urgenza, non c’è stata alcuna risposta. Quest’ultima inadempienza è stata giustificata con l’obiettiva difficoltà che ha l’azienda, e in generale tutto il servizio sanitario, a reperire personale medico, però era certamente possibile dare qualche segnale di buona volontà in questo senso, mentre ci si è limitati a vaghe promesse per il futuro sempre meno convinte.

In spirito di collaborazione abbiamo chiesto di studiare soluzioni organizzative che comunque irrobustissero la capacità di risposta dell’ospedale di San Marcelo sulle situazioni di emergenza, anche in questo caso abbiamo avanzato proposte, ma, al di là di vaghe manifestazioni di interessamento non c’è stata alcuna risposta significativa da parte dell’azienda.

Uscendo dallo specifico dell’accordo del 2019 abbiamo chiesto un impegno per lo studio di un piano che desse una prospettiva di medio periodo per la nostra zona: con estrema franchezza devo dire che la risposta dell’azienda si sta facendo attendere troppo. Lo dico anche con l’occhio rivolto agli appuntamenti e alle occasioni di finanziamento che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza metterà a disposizione delle comunità.

L’ex-Ospedale Pacini di San Marcello 

Ma al di là della prospettiva, quello che preoccupa di più è quello che accade giorno dopo giorno. Perché a fronte delle enunciazioni di principio che vedremo cadere a terra, se mai succederà, a distanza di anni, quotidianamente assistiamo ad uno smottamento continuo di servizi che depauperano il territorio senza che si intraveda, almeno nel breve periodo, la possibilità di una inversione di tendenza. Nel volgere di un anno o poco più abbiamo vissuto e stiamo vivendo, sulla nostra pelle, gli effetti di un sistema sempre più accentratore di risorse verso le zone più popolate e legato a logiche sempre più lontane dai problemi delle zone periferiche.

Il pensionamento di uno dei medici di base, lo scorso anno, ha prodotto disservizi enormi per i meccanismi di ricambio che sono incardinati nel sistema normativo e in quello contrattuale. Anche in quel caso non sono mancate le nostre proposte all’indirizzo dell’azienda e dei medici, proposte che si sono puntualmente arenate dentro dinamiche contrattuali del tutto impermeabili.

Di lì a pochi mesi si è presentato il problema del pediatra di famiglia. Il professionista in servizio ha scelto, del tutto legittimamente, una nuova sede e il territorio della Montagna, evidentemente poco appetibile, è rimasto orfano di un servizio fondamentale per le famiglie residenti. Le soluzioni adottate hanno di fatto ridotto le prestazioni e, soprattutto, sono transitorie. Dalla fine di ottobre si produrrà anche la cessazione delle soluzioni adottate con quanto ne potrà conseguirà in termini di ulteriori perdite di servizio. Anche a questo proposito abbiamo avanzato una proposta concreta, fattibile, e perfettamente rispettosa della contrattualistica, che aveva il pregio di mettere gli utenti della montagna nella condizione di poter scegliere fra vari professionisti come è previsto dalle norme. Coscienti dei tempi ristretti abbiamo più volte sollecitato una risposta ma i segnali che ci arrivano, dopo una prima fase di relativo ottimismo, non mi paiono incoraggianti.

A tutto questo si aggiungano i problemi dei servizi del CUP ubicato presso l’Ospedale di San Marcello, legati da una parte alle carenze di personale e dall’altra all’utilizzo di procedure poco adatte alle nostre zone. Non passa giorno che non ricevano lamentele sul prodursi di code inenarrabili, con persone anziane costrette a stazionare all’aperto per ore e ore e senza, a volte, ricevere la risposta attesa.

Ultimo della serie, il problema dell’ambulatorio vaccinale. Mi riferiscono i cittadini che di fatto non esiste più. Capisco perfettamente l’effetto assorbimento determinatosi a seguito dell’apertura degli hub vaccinali anticovid ma credo, onestamente, che il passaggio da tre giorni a settimana di servizio a zero non si possa spiegare in nessun modo se non alla luce di un effetto attrazione delle risorse dalla periferia in direzione del centro.

Morello Marchese e Marmo

Tema non strettamente correlato, ma laterale a quest’ultimo, quello del nostro impegno recente per l’apertura di un hub vaccinale in Montagna con la collaborazione dei medici di base e delle associazioni del territorio, ipotesi costruita e organizzata con tanto lavoro, e anche in questo caso arenatasi per l’indisponibilità dell’azienda a fornire quantità di vaccini in grado di farlo funzionare in piena efficienza.

Abbiamo aspettato con pazienza, abbiamo fatto proposte e cucito relazioni, ma prendiamo atto con rammarico che il sistema non risponde. Siamo francamente stanchi di ricevere risposte evasive e crediamo che sia arrivato il momento di un confronto serio che si ponga l’obiettivo di affrontare seriamente ed in tempi rapidi, oltre ai grandi temi di prospettiva, quello molto più impellente di come si mantiene in efficienza almeno quello che c’è.

Mantenere in piedi il sistema “provincia” è una precisa responsabilità di tutti. Il rispetto dell’ambiente, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rispetto degli ecosistemi, passano necessariamente da lì. La stagione di forti accentramenti che abbiamo attraversato ha determinato un incontenibile effetto attrazione verso il centro, con quanto ne è conseguito in termini di depauperamento di risposte alla periferia. I presidi antropici si sono impoveriti e, con loro, la cura e l’attenzione all’ambiente e ai territori.

L’unica via d’uscita è l’irrobustimento dei legami centro – periferia, legami che si rafforzano con una forte polarizzazione dei nodi di servizio e, soprattutto, delle connessioni fra polo e polo. Tradotto nel linguaggio dei servizi sanitari, bisogna che il sistema, e i professionisti che vi operano, siano convinti che è indispensabile investire una significativa parte delle risorse sulla Montagna indipendentemente da calcoli di richiesta e di afflusso. Il “costo” di queste scelte va ammortizzato facendo in modo che i servizi localizzati nelle zone periferiche siano fruibili da tutto l’ambito.

Se non si ritiene importante fare queste scelte per i montanari che rivendicano pari dignità, bisogna essere coscienti che ne va del futuro di tutti, perché una montagna sempre più abbandonata sarà un problema e un pericolo per tutti.

Mi aspetto risposte puntuali sui problemi sopra evidenziati e una discussione nelle sedi opportune per condividere modi e tempi di intervento.

Con un saluto.

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