san[t]ità. PIOT, CHIUSURA CHIRURGIA E ADEGUAMENTI SISMICI

Cade a distanza di tre anni dal misfatto, anche l’ultima residuale “balla” che ha portato alla chiusura del reparto di chirurgia del Pacini
L'ex-Ospedale Pacini di San Marcello
L’ex-Ospedale Pacini di San Marcello

MONTAGNA. Il Piot ex-Ospedale di San Marcello una volta dotato di sala operatoria, sarà adeguato dal punto di vista sismico – ne davamo notizia in san[t]ità. Pio, pio Piot. 2, perché le verifiche condotte dalla società Idroprogetti di Firenze, hanno evidenziato l’inadeguatezza a sopportare carichi verticali permanenti e/o accidentali.

Nella sostanza la struttura non è in grado di sostenere il peso esercitato sui solai come ad esempio quello dei macchinari e delle apparecchiature.

Proprio questa evidenza fu uno degli argomenti utilizzati dalla dirigenza Asl di Abati & C. per giustificare e far accettare alla gente di montagna l’inevitabile chiusura dell’unica sala operatoria funzionante, numeri alla mano, della provincia di Pistoia.

A suo tempo, durante il 2013, nelle varie assemblee informative fatte sul territorio, dal Sindaco Cormio con i vari Biagini, Fini e altri ex-dirigenti della Asl 3 di Pistoia, fu portato il verbo evangelizzante della nuova san[t]ità centralista e privatista di Rossi-Maroni-Abati – e oggi Saccardi.

In queste sedi, per giustificare un “potenziamento” contraddistinto dal segno meno, veniva evidenziato come proprio i solai non erano in grado di reggere il peso delle apparecchiature vecchie e di quelle nuove eventualmente necessarie per poter consentire il proseguimento dell’attività chirurgica.

Lasciarono intendere che l’ospedale era vecchio e non poteva essere adeguato.

Ora a distanza di tre anni si scopre che queste mancanze strutturali possono, anzi devono, essere sanate. Dopo aver contestato l’infondatezza delle altre “fanfaluche”, utilizzate in maniera strumentale e fatte passare come dogmi incontestabili a cui i “sacerdoti illuminati” pretendevano la cieca fede del credo Pd, cade oggi, anche l’ultima residuale “balla” che ha portato alla chiusura del reparto di chirurgia del Pacini.

La politica all'ospedale Pacini: l'assessore Marroni
La politica all’ospedale Pacini: l’assessore Marroni

Ecco il riepilogo delle balle puntualmente smentite da fatti oggettivi:

  1. La sala operatoria non era economicamente vantaggiosa. Troppo poche le operazioni che vi venivano fatte.
    Falso! Le operazione superavano, in proporzione, di gran lunga quelle che venivano eseguite nelle sei sale operatorie del ex-Ceppo: 840 per San Marcello; 1200 per Pistoia.
  2. Il basso numero di operazioni chirurgiche non garantiva la soglia minima atta a garantire la sicurezza degli interventi.
    Doppiamente falso! Per le stesse motivazioni del punto sopra.
  3. Non era giusto che i pazienti della piana venissero inviati in montagna a operarsi per far funzionare la sala operatoria.
    Falso! I pazienti sceglievano di essere operati in montagna per l’eccellenza riconosciuta dalla stessa Asl. Niente è comunque cambiato e a San Marcello continuano ad arrivare i pazienti in degenza da Pistoia.

L’unica motivazione della chiusura del reparto chirurgico di San Marcello, è quella che i Sindaci di allora Ceccarelli-Cormio-Danti-Gaggini, sottoscrissero i Patti Territoriali: le 13 sale operatorie del nuovo ospedale San Jacopo vanno fatte funzionare a prescindere da tutto ed era necessario accentrarvi tutte le operazioni chirurgiche della Provincia.

Ma i diavoli “Rossi”, fanno le pentole e non i coperchi: e il San Jacopo si è trovato da subito sovradimensionato nel numero delle sale operatorie (ben 13) e sottodimensionato nei letti disponibili (solo 400 posti). Per far funzionare pienamente le 13 sale operatorie quanti letti sarebbero necessari?

Vista la mala parata nel nuovo assetto organizzativo, appena varato, dell’Azienda Usl Toscana Centro, la chirurgia di Pescia è stata riconfermata come Unità operativa complessa e non verrà “potenziata” come quella di San Marcello.

L’ultimo aspetto di “riflessione”, come usano dire i compagni al caviale, ci viene servito su un piatto d’argento da Nicola Cariglia, Presidente della Fondazione Filippo Turati, intervenuto ieri sera, 26 novembre, alla tavola rotonda Quale idea per la montagna di Cutigliano.

Nicola Cariglia
Nicola Cariglia

Ecco parte del suo intervento:

Si dice che se non si cambia la testa dei montanini non si cambia nulla, io mi permetto di dire che bisogna cambiare la testa di quelli che vivono in piano che nutrono e diffondono pregiudizi verso tutte le ipotesi di fare impresa in montagna.

Vi voglio far ridere. Sapete che la struttura (riferito al Turati – n.d.r.) viene definita di qualità: bene… dovevano chiuderla per eccesso di qualità.

Il fatto risale a diversi anni fa e riguarda l’attività della Rsa relativa all’assistenza agli anziani.

A fronte di un accreditamento per 120 posti letto, ci fu contestato dagli ispettori, che ne avevano disponibili 130. E con questo? Se una stanza non è agibile o se due ospiti litigano? Ma avete (riferito agli ispettori della Asl – n.d.r.) mai trovato delle persone in più?

Dico questo perché bisogna fare sì qualità, ma bisogna anche riscoprire le caratteristiche delle persone di montagna che sono: determinazione, cocciutaggine e mancanza di timore.

Non furono – ci riferisce il dott. Cariglia – contestate delle mancanze, ma un “più” che garantiva e garantisce, alla struttura, qualità ed efficienza.

Ma rispetto a cosa? Rispetto forse agli standard qualitativamente inferiori degli stessi servizi offerti nella piana dalla stessa Asl?

Quante volte è stato ripetuto nel corso degli indottrinamenti della Asl di cui sopra, che anche i cittadini della montagna dovevano avere, riferito alla chirurgia, le stesse opportunità di quelli di Pistoia?

Lo hanno ripetuto fino alla nausea. Cosa se ne deduce? Se ne deduce che la montagna per la l’assistenza agli anziani, come per la chirurgia, fa e faceva “ombra” ai caporioni del piano ed è ed era un metro scomodo di paragone.

Godere tutti degli stessi servizi: ma livellati, parificati e anche omogenizzati verso il basso. Ed è in questa logica che vengono proposti e propagandati come “servizi” quelli delle Case e delle Botteghe della Salute.

[Marco Ferrari]

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CI HANNO ROTTO I…

 

Marroni
Marroni & chiacchiere

MARRONI venne in montagna e la disfece. La disfece con il beneplacito di Abati, il sociologo di Urbino con carriera-lampo da Saturn (da impiegato a superdirigente) accompagnato da illustri luminari dell’avvocatura, come il suo compare Luca Cei che si autodefiniva avvocato, mai trovato (peraltro) iscritto in nessun albo d’Italia.

A quel punto le idrovore dell’informazione dell’Asl, nel caso di specie Daniela Ponticelli, iniziarono a pompare litri d’acqua e parole sulla “sanità più bella del mondo”.

Solo il nostro quotidiano – così piccolo e così resistente in ogni senso – iniziò a demistificare la favola di Pangloss (vedi il Candido di Voltaire) e a chiamare le cose con il loro nome: i pezzi che uscivano dalla “premiata forneria Asl 3”, erano solo veline e ogni cronaca di azienda era solo una cronaca velinara. E noi chiamavamo le cose con il loro nome: era forse un reato? Dovevamo mentire o far finta di non vedere come di solito si fa in Italia?

Per questo fummo deferiti alla commissione di disciplina dell’Ordine dei giornalisti, che non stette a sentire ragioni; non ascoltò testimoni; non lesse documenti: si limitò a infliggere una censura perché avevamo offeso un collega.

Uno strumento caro al potere: il tromboviolino o violinofono
Uno strumento caro al potere: il tromboviolino o violinofono

Ma quale collega? Uno che scriveva e che diceva che i letti erano di più al San Jacopo che al Ceppo? Quale collega, uno che negava che il rapporto del Mes aveva detto che la sanità pistoiese faceva, di fatto, schifo?

Insomma, la nostra domanda era questa: come giornalisti dobbiamo difendere un collega solo in quanto tale, o un comportamento che non analizza criticamente anche un collega e il suo comportamento, finisce per essere eminentemente mafioso perché non dà ragione della verità che sta alla base della corretta informazione?

Di quel procedimento si sono perse anche parti di registrazioni (strano caso, non vi pare?) e documenti. Un procedimento che noi abbiamo contestato facendo scoppiare il finimondo – che in Italia, nell’Italia del Pd e di Renzi, significa seppellire i cadaveri non sotto le colate di cemento dei viadotti, ma sotto quelle del silenzio e dell’omertà.

Una stampa perlopiù velinara
Una stampa perlopiù velinara

Ma noi siamo ancora qui: a dire quello che sappiamo e leggiamo direttamente nei documenti; piaccia o non piaccia. E se tutti si sono scandalizzati di giornalisti rimossi dal loro posto, osiamo ancora dire e sostenere che se l’Italia ha nomi illustri massacrati dal potere, Pistoia ha pure i suoi umili nomi che hanno fatto, in scala, la stessa fine.

Ma il nuovo San Jacopo fa acqua da ogni parte e si devono riaprire reparti di cure intermedie al vecchio Ceppo; il Santo Stefano di Prato non basta e deve essere ampliato; l’ospedale di Pescia è più acciaccato di un dinosauro con l’artrosi fossilizzata.

Perciò di tutto quello che abbiamo scritto e sostenuto contro tutto e contro tutti, onestamente, andiamo orgogliosi: perché meglio perseguitati che proni a culo all’aria dinanzi al socialismo di Rossi!

Il resto non è né giornalismo né informazione!

Edoardo Bianchini

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Intervento di critica e commento ex art. 21 della Costituzione (quella cosa che non è più di moda neppure nei tribunali).

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