scrittori & scritture 2. IL PRIMO ROMANZO ITALIANO DI ETÀ MODERNA È PISTOIESE?

Il Reno. L’aria natìa di Acrisio [fotomassimo luca carradori]
Il Reno. L’aria natìa di Acrisio [foto massimo luca carradori]
METAMORFOSI, dunque, con chiaro immediato riferimento all’altro romanzo così intitolato. Anzi, assai più che riferimento. Ma per intendersi bisognerà innanzitutto riassumere brevemente la vicenda che, proprio come il Lucio di Apuleio, Acrisio, il protagonista, narra in prima persona.

«Vicino al fonte onde nasce il Reno», cioè un po’ sopra Le Piastre, egli vive, povero, onesto e contento, insieme alla madre e non lontano dall’amata Clori.

Come si sa, i giovani sono particolarmente esposti alle tentazioni. Nel suo caso però, con un singolare rovesciamento dei tradizionali ruoli morali, la tentazione è rappresentata, invece che dalla bella fanciulla, dalla vecchia madre, la quale, rimasta presto vedova e relegata su quei monti a causa di un’ingiusta povertà, insiste perché, non essendo più un bambino, egli vada a Napoli a reclamare dai ricchi parenti del padre la sua parte di eredità.

E insiste tanto che alla fine Acrisio si rassegna a lasciare l’aria pura, gli ombrosi castagni, le limpide fonti delle sue selve e le gioie di un amore innocente per avventurarsi verso la grande città sconosciuta, dove arriverà dopo un lungo e difficile viaggio.

A Napoli le cose si mettono anche troppo bene, perché lo zio è disposto non solo a riconoscere i suoi diritti ma anche a dargli in moglie la propria figlia.

Il Reno alle sorgenti
Il Reno alle sorgenti

Ora, che un’altra fanciulla si sia innamorata del giovane virtuoso e bello e che lui, virtuoso appunto quanto bello, voglia restar fedele al suo primo amore, non stupisce più di tanto. Quello che invece, abituati come siamo alla dolcezza della buona Clori, non ci si aspetterebbe – e tanto meno se lo sarebbe aspettato Acrisio – è che, a differenza del padre, questa cugina napoletana abbia un così brutto carattere.

Infatti, vedendo che di lei non ne vuol sapere e che si prepara a ripartire, con l’aiuto di una vecchia maga lo irretisce in un incantesimo per cui la prima volta che berrà a una fontana sarà trasformato in serpente.

Durante il viaggio di ritorno Acrisio, insospettito da un sogno, evita le fontane, ma gli serve a poco perché alla fine si disseta a un pozzo che gli fa lo stesso effetto. Così, pur conservando sentimento e coscienza di uomo, si ritrova trasformato in serpente – metamorfosi non, come quella di Lucio, cercata, ma di cui patisce ugualmente molte dolorose e pericolose conseguenze, intercalate anche qui da digressioni narrative e riflessioni morali.

Impossibile tenergli dietro in questa sede. Contentiamoci di ricordare che, arrivato quasi a Pistoia, entra nelle grazie di una giovane donna e infine, nascosto sotto la merce di un carro, riesce a raggiungere i monti, dove, in virtù delle acque natie e dell’amata Clori, recupera la sua forma umana.

Il significato allegorico e religioso di tutta la storia (contrapposizione fra natura integra e città corrotta, donna angelica e maliarda, vie della terra e vie del Cielo ecc.) giunge a compimento con la morte improvvisa di Clori, che porta Acrisio alla sublimazione spirituale dell’amore.

Vedi anche:

[2. continua – Maria Valbonesi]

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