scrittori & scritture. IL PRIMO ROMANZO ITALIANO DI ETÀ MODERNA È PISTOIESE?

Un episodio delle Metamorfosi di Apuleio
Un episodio delle Metamorfosi di Apuleio

PISTOIA. Le Metamorfosi (Metamorphoseon libri) di Lucio Apuleio sono uno dei pochi romanzi che l’antichità classica ci ha lasciato e l’unico in lingua latina giunto integro fino a noi.

Più comunemente conosciuto sotto il titolo di L’asino d’oro, narra in prima persona la storia di un giovane greco-latino, Lucio, che, «assetato di novità», va in Tessaglia, terra per eccellenza di indovini, streghe e magie; e qui, con l’aiuto di una servetta innamorata di lui, ruba a una maga il segreto per trasformarsi.

Purtroppo, avendo sbagliato unguento, invece che in uccello, come intendeva, si trasforma in asino – e dovrà aspettare il giorno seguente perché la sua innamorata gli possa fornire le rose che gli restituirebbero forma umana. Se non che durante la notte alcuni briganti lo portano via, carico del loro bottino…

Così Lucio resta con animo e coscienza di uomo in un corpo di asino e in queste condizioni corre le più strabilianti avventure e disavventure che una fantasia colta e sbrigliata possa immaginare, finché, dopo molto tempo, una apparizione notturna della dea Iside gli farà ritrovare in mano al sacerdote di lei le famose rose. Riacquistato per mezzo di esse – mangiandole – il suo aspetto umano, sarà infine iniziato al culto della dea e ai sacri misteri di Osiride.

L’ammirazione e l’interesse che non sono mai mancati, nemmeno nel Medioevo, a questo romanzo, sembrano dovuti, oltre che all’alta qualità letteraria, al fatto che può esser letto, secondo i gusti, in chiave sia autobiografica, sia semplicemente narrativa (non per nulla fin dall’inizio Apuleio promette al lettore che si divertirà: lector, intende: laetaberis) sia allegorica, come vicenda spirituale che dalla degradazione dei sensi, esemplarmente rappresentata dall’asino, porta il protagonista alla libertà e ai valori della trascendenza divina.

Una delle prediche di Fra Vangelista di San Marcello
Una predica di Fra Vangelista de’ Gerbi

Il 3 gennaio 1593 morì a Roma, nella sua cella del convento francescano di Aracoeli, fra Vangelista Gerbi da San Marcello. Per tre giorni il suo corpo restò esposto in chiesa e, secondo il cronista pistoiese Pandolfo Arferuoli, «per il gran concorso del populo, perché fu molto riverito in quella città, fu lassato nudo, togliendo ciascuno una particella del suo vestimento per devotione».

Bisogna riconoscere che, sia pure espressa in forme eccessivamente confidenziali, ai limiti della decenza, questa devozione aveva i suoi buoni motivi.

Infatti il Marcellino fu uno dei più dotti, eloquenti e generosi figli di san Francesco fra quanti se ne trovano in Italia – forse anche in Europa – nella seconda metà del XVI secolo.

Nato, come s’è detto, a San Marcello verso il 1530, entrò a tredici anni nell’Ordine, rivelando così spiccate doti intellettuali e morali che a suo tempo il Comune di Pistoia si accollò la spesa di mandarlo a studiare alla Sorbona.

Dopo la laurea insegnò successivamente nelle più importanti scuole francescane dell’Italia centro-settentrionale, dando prova di un sapere “a largo raggio”, testimoniato anche dalla sua ricca e varia biblioteca, che prima di morire donò al convento di Giaccherino.

Ma soprattutto fu un grande instancabile predicatore, che per trent’anni fece udire la sua voce dai più prestigiosi pulpiti, richiesto e ammirato quanto può essere oggigiorno un cantante famoso.

E poiché “razzolava” come predicava, tenendo una condotta esemplare e dando in beneficenza quasi tutti i suoi cospicui guadagni, i principi non si offendevano delle sue critiche, né i papi che rifiutasse la ripetuta offerta di alte cariche ecclesiastiche e chiamasse Cristo vivo i poveri e Cristo morto le chiese; mentre futuri Santi come Carlo Borromeo e Filippo Neri lo frequentavano e gli volevano bene.

Nell’ottavo volume della sua opera il primo storico della letteratura italiana, Girolamo Tiraboschi, si limita ad osservare che «cominciò anche in questo secolo [il XVII – n.d.r.] l’Italia ad essere inondata da infiniti romanzi, ma tutti scritti secondo l’infelice gusto che allora regnava; e come esempio cita soltanto il Caloandro di Giannambrogio Marini, pubblicato nel 1653.

In seguito questa “inondazione” è stata oggetto di più attenti studi e indagini storico-letterarie, le quali hanno portato ad affermare, come si legge nella Storia della letteratura italiana edita da Garzanti a cura di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, che «il romanzo fu un genere letterario che si affermò come nuovo sia nel Seicento europeo sia in quello italiano».

Apuleio, l’autore delle Metamorfosi
Apuleio, l’autore delle Metamorfosi

Nuovo? E allora – si potrebbe obiettare – i romanzi ellenistici e medievali, le novelle, le favole pastorali e i grandi poemi del Rinascimento?

Nessuno nega che abbiano influito e interferito sul romanzo moderno, ma con la differenza fondamentale di una costante implicazione della attualità storica, etica e politica che questo presenta fin dai suoi esordi secenteschi, secondo la formula tipicamente barocca di smascherare mascherando.

I primi autori, quasi tutti nati e tutti morti nel XVII secolo sono Giovan Francesco Biondi, Pace Pasini, Demetrio Bisaccioni, Giovan Francesco Loredano, Ferrante Pallavicino, Giovanni Ambrosio Marino.

In quanto alle opere, posto che «in Toscana non si pubblicano romanzi» dalla Storia della Garzanti risulterebbe che la più antica pubblicazione sia quella dell’Eromena del Biondi.

Le precedenti informazioni, su L’asino d’oro, fra Vangelista Gerbi e il romanzo italiano del XVII secolo, appaiono slegate, anzi del tutto estranee fra loro e francamente uno non saprebbe cosa farsene se a disporle in un significativo rapporto e ordine consequenziale non se ne aggiungesse una quarta.

Risulta infatti che, oltre a molti dotti libri di Filosofia e Teologia, fra Lorenzo Gerbi detto il Marcellino abbia scritto anche un romanzo. Lo pubblicò sotto un altro nome – quello di Lorenzo Selva – secondo il gusto di “mascherarsi” già abbastanza diffuso ai suoi tempi. Ma nello specifico “Lorenzo” indica ancora una inalienabile appartenenza, mentre “Selva” evoca quello che, come vedremo, sembra essere il senso moderno di questa Metamorfosi del virtuoso.

[1. continua – Maria Valbonesi]

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