SERRAVALLE DI CHIENTI O… FRITTOLE?

Una sorta di paradiso perduto dove sembra che il tempo sia fermo all’anno 1400… quasi 1500, per dirla con Benigni e Troisi. E un “Celtic Festival” con trentamila presenze
Gabriele Santamarianova, Sindaco di Serravalle di Chienti
Gabriele Santamarianova, Sindaco di Serravalle di Chienti

SERRAVALLE DI CHIENTI (MC). Non è semplicissimo raggiungere Serravalle di Chienti, nemmeno quando nel parco della comunanza della popolazione residente, affittata, sistematicamente, ai cinofili di Foligno, si svolge il Celtic Festival. Michele Serafini, uno dei responsabili della manifestazione, che in questi giorni sta consumando la sua dodicesima edizione, lo sa benissimo.

Del resto la vallata marchigiana che lambisce i confini umbri dai quali è divisa da un semplice fossato, lontana, fino all’esclusione, da qualsiasi diagonale commerciale, è uno di quei posti dai quali non si passa per alcun motivo; al massimo, ci si va, e spesso controvoglia.

I vecchi che lì sono nati e lì hanno vissuto, sono davvero convinti che Serravalle di Chienti sia l’ombelico del mondo; i giovani che non riescono ad andarsene, questa vallata incredibile la maledicono puntualmente; i turisti, che in questi giorni sfiorano le trentamila unità, restano esterrefatti, convinti che le scene iniziali della pellicola Non ci resta che piangere siano state girate lì, un posto incantevole che Troisi e Benigni hanno voluto chiamare Frittole e in cui non a caso, i due attori, nella trama, sono angosciati dall’idea che sia l’anno 1400…, quasi 1.500!

Non tutti viaggiano in auto...
Non tutti viaggiano in auto…

Sì, a Serravalle di Chienti, comune di 900 anime, l’orologio della storia e del tempo si è davvero fermato chissà quando. Anche il Sindaco, Gabriele Santamarianova, un giovane ragioniere al secondo mandato plebiscitario che si augura molto che venga approvata la legge della possibilità del terzo mandato per i Comuni sotto i 5.000 abitanti, è un ragazzo d’altri tempi, con un sorriso sulle labbra che non nasconde interessi secondari, intrecci, velleità non supportate da una fantasia normale.

“Ho ereditato questa meravigliosa manifestazione all’aperto dalla precedente Giunta – racconta il primo cittadino incontrato al Celtic Festival tra gli organizzatori e gli spettatori – e ho fatto di tutto, nel lustro precedente e in quello che verrà per allungarne la striscia leggendaria. È davvero una festa straordinaria, che assembla una quantità industriale di anime e persone accomunate da una voglia sana di stare insieme.

Per questo mi preme ringraziare il nucleo interforze che si rinnova di anno in anno tra polizia, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco, pronto intervento medico, addetti alla sicurezza e volontariato per far sì che questo grande raduno resti una meravigliosa opportunità di comunità a cielo aperto”.

Il responsabile di questo mega rave pacifico è Maurizio Serafini, che con l’amico Luciano Monceri, letteralmente folgorati, entrambi, dalla musica magica, di Jethro Tull, si misero all’anima di trasportare, tredici anni fa, nelle loro vallate natìe, la leggenda celtica, allestendo, a Monte Lago, poco più avanti, il Festival. Che è stato ereditato dai figli, Michele su tutti e da altri appassionati di stirpe, che ne hanno ingigantito la portata, fino a farlo diventare uno degli appuntamenti must del settore.

Michele Serafini
Michele Serafini

“Studio antropologia a Londra – racconta Michele Serafini, uno dei responsabili del Festival –, ma non posso e non voglio, in alcun modo, recidere il cordone che mi tiene ancestralmente legato alla mia terra e questo festival è davvero una fantastica opportunità: sono un figlio del Signore degli anelli e qui si respira davvero l’aria della contea di Slygo, città alla quale siamo gemellati e dalla quale questo celtic prende ispirazione. È uno zoo meraviglioso di uomini e cose, dove si canta, si beve, ci si diverte, si gioca, si familiarizza e poi, si rientra ognuno alla propria base, con questa piccola grande livella che cambia, inutile dirlo, la vita: è un’isola felicissima, non felice, dove per tre giorni si respira l’atmosfera montana in una comunità umana variopinta ed eterogenea, dove chissà per quale meccanismo, si riduce, fino ad annullarsi, il concetto di proprietà privata; qui non si è mai soli, qui, non manca mai nulla a nessuno”.

Stemperiamo un po’ gli entusiasmi, ma solo per dovere di cronaca. L’ingresso alla vallata costa 25 euro a persona, con al suo seguito ogni approvvigionamento e mercanzia possibile e immaginabile, ma è pur vero che per l’allestimento di questo giardino (in)colto occorre assoldare un esercito di circa 700 anime, senza dimenticare i cachet dei vari gruppi che vengono ad impreziosire, musicalmente, la manifestazione.

Gli sponsor ci sono, pare, ma senza invadenza e desideri d’ostracismo. Le regioni Umbria e Marche potrebbero davvero gemellarsi per questo festival di confine e regalare all’evento i crismi di un appuntamento internazionale con il patrocinio del Wwf: agglomerati umani del genere se ne vedono sempre meno.

Fedeltà assoluta al Celtic Festival
Fedeltà assoluta al Celtic Festival

C’è gente di tutte le età, poi, anche di eterogenee estrazioni sociali, che proprio in virtù dello spirito che permea l’intero ambiente, (ri)scopre la bellezza e la precarietà della vita in comune, come i bagni chimici e le docce per tutti. Qualcuno però, a dormire in sacco a pelo, sotto una tenda, con il brusìo della notte alcolica e insonne come sottofondo, non ce la fa proprio.

Nessun problema: a Serravalle di Chienti esiste l’albergo Mont’Igno, recuperato dal Comune dopo le violenti scosse telluriche del 1997. Dopo un bando pubblico, è stato assegnato a una Cooperativa di Foligno, che lo gestisce 24 ore su 24: è una struttura genuina, semplice, candida, gioviale.

Le ragazze alle dipendenze che ruotano sull’intera giornata sono tutte ottime cuoche, geniali architetti, dispensatrici di sorrisi e cortesie, affabili. La pulizia e il decoro regnano nella struttura, dove per dormire ci vogliono 16 euro a persona, ai quali occorre aggiungerne altri 2,50 per la prima colazione. Il pranzo, a menù fisso, costa 7,50 euro; la cena, senza opzioni, 10 euro.

Siamo stati qui, noi, in questi due giorni e abbiamo avuto la stessa impressione di molti che ci hanno preceduto: siamo nell’anno 1400…, quasi 1500!

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