sistema marcio. GIORNALISTI VIL RAZZA DANNATA 4. QUANDO IL «POLITICALLY CORRECT» SI TRASFORMA IN UN SARCOFAGO DELLA COSCIENZA DEL “ZURNALESTA”

«Qualcuno mi chiede – e gliene sono anche grato, perché lo stimo in assoluto – il motivo per cui, in queste mie filippiche contro i professionisti dell’informazione di cui io stesso faccio parte da 53 anni (di cui 48 nell’albo), mi avventuri in un linguaggio, per eufemismo, “realistico”».
Povera Taide con le sue unghie merdose! Il Sommo non si pose tante fisime: preferì vivere da esiliato piuttosto che nei salotti buoni della Firenze radical

NON SONO LE PAROLE A FARE MALE
MA IL CERVELLO CHE MANCA ALL’ANIMALE!


Di zurnalesti ne conosciamo più di uno

 

IN QUESTI GIORNI Michele Brambilla, direttore del Resto del Carlino, ha pubblicato un qualcosa che riguardava i giornalisti.

Uno stralcio lo vedete nella foto, che mi è stata inviata da uno spirito ameno di Porretta, una professoressa di scienze con i fiocchi, i velacci e i controvelacci; un’amica insostituibile, Rita Cinotti, che si è sempre distinta per la sua anarchica libertà di pensiero. Evviva!

Brambilla dirà quel che vuol dire – chi ne è interessato può ribeccare il pezzo sfogliando il cartaceo o internet se è abbonato al Resto. Ma dice anche una cosa fondamentale per mettere il dito nella piaga di un mestiere che è, sì, il più bello del mondo, ma che spesso è anche il più zozzo perché maneggiato – e purtroppo manipolato – da tanti Catoni/Coglioni/Vendutoni che, o con un abbigliamento trasandato da sinistra radical, con peli e capelli all’aria (ma non è questo che fa il filosofo, dice Seneca), oppure con l’aspetto curato e le unghie fatte di certi piccoli dandy tipo Caprarica, con le sue orripilanti cravatte da Regina Elisabetta, riescono a dare (e ci si impegnano pure), di questo mestiere, la peggiore immagine di questo mondo: falsi, bugiardi, mestatori e delinquenti (etimologicamente: abbandonare la retta via) quali sono, tanto da somigliare assai al Guccio Balena/Guccio Imbratta/Guccio Porco, il servo del boccacciano Fra’ Cipolla, così descritto: «tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato».

E quali sono anche se, quando ci spiegano i doveri del giornalista, consumano ogni volta 20 chili di lardo che hanno addosso per convincerci, ad esempio, dell’importanza della verità e del rispetto che ne dobbiamo avere noi della “plebe giornalistica”, cronisti senza frontiere e senza poltrone ogni giorno in trincea, mentre loro – magari –, dal pulpito delle commissioni disciplinari, si divertono a predicare bene e a razzolare male, come una gallina nello sterquilinio. Insomma vizi privati e pubbliche virtù.

Qualcuno mi chiede – e gliene sono anche grato, perché lo stimo in assoluto – il motivo per cui, in queste mie filippiche contro i professionisti dell’informazione di cui io stesso faccio parte da 53 anni (di cui 48 nell’albo), mi avventuri in un linguaggio, per eufemismo, «realistico». E mi domanda se non sarebbe meglio adottare quella che i magistrati (altra notevole categoria di questo mondo morente e fascista, un’altra volta dirò perché) chiamano molto aslettamente “continenza”.

Non voglio qui giustificarmi sulla mia scelta linguistico-espressiva: voglio solo spiegare. Il vecchio e indiscutibile Padre Dante (di cui, per politically correct dovremo censurare un sacco di Divina Commedia per non offendere i salottieri progressisti) ci parlava di stile alto (tragico), medio (comico) e basso (elegiaco), ma anche di cardinale, aulico e curiale – sempre stile, ovviamente. E sosteneva che c’è un linguaggio per tutto e per tutti.

Hominem pagina nostra sapit scriveva Marziale, epigrammista comico-satirico (X 4, 10): «le mie creazioni poetiche puzzano d’uomo», tradotto come dio vuole. E il puzzo dell’uomo, il suo vero afrore, simile a quello della volpe, salvatico e penetrante, è il puzzo dello stile comico; tant’è che Dante non altro scelse che chiamare la sua opera con il termine di Comedia. Divina la disse poi il Boccaccio, ma è un’altra storia.

Nella Comedia non si bada alla «continenza» ma al contenuto: alla «continenza» ci badano i signori giudici, quegli stessi che giocano a tre con Lotti e Mattarella, come Luca Palamara, ormai assolto in un salvifico oblìo.

Uno strumento caro al potere: il tromboviolino o violinofono. Vi sembra uno strumento da Sexy Shop o una… stronzata?

Sono loro che stanno a vedere – quando si chiudono in membri di collegio giudicante o, più modestamente e tuttavia con maggiore albagìa, di commissione di disciplina – se il termine tromboviolinata (per indicare la vergogna di uno stile aziendalista e propagandistico in un responsabile di ufficio stampa dell’Usl) è sessista o no, perché c’è la parola trombo che rammenta il verbo di cui, spesse volte costoro conoscono il valore semantico e non altro, perché non ne esercitano l’azione che il verbo esprime.

Il giornalista sceglie il suo livello espressivo come lo scrittore e/o il poeta. E la sua scelta, in sé, non è esecrabile solo perché adopera parole che esistono in natura e che sono espressive a livello alto, medio o basso. In altri termini, per chiarire il concetto a molti giornalisti che tutto sono fuorché tali (e che spesso sono anche degli asini perfetti che non sanno né leggere né scrivere né fare di conto), non è la parola che offende: è la persona che la adopera con il senso che le attribuisce nel contesto espressivo.

Chiedere ai giornalisti (e, fin troppo spesso, anche ai giudici) di comprendere l’italiano a livello filologico, sarebbe come pretendere (ed ecco un esempio di lingua realistica, suggerita anch’essa dalla amica professoressa di Porretta) che “il culo suonasse il violino”. Come sapete, il violino lo suona il sindaco di Firenze Nardella per gli sposi: il culo sa solo… cagare. E non è poco.

Nardella violinista

Ci dobbiamo meravigliare di questo? E perché? Più sopra ho adoperato l’espressione (di livello aulico e letterario) «gallina nello sterquilinio»; e ora lo traduco in realismo: “pollo che razzola nel concio di vacche e buoi”. Non posso parlare a un pescatore di spugne greco con la katharévousa connotata dal purismo del greco classico: mi devo rivolgere a lui rispettosamente con la dimotikì, la lingua popolare che gli è nota e che capisce bene.

Donne, ciuchi e noci – dice il proverbio – voglion le mani atroci. In altri termini a un culo che caga non puoi rispondere con un violino che suona il valzer, perché non capirà mai.

E a certi giornalisti che, impegnati in commissioni disciplinari, son peggiori della santa inquisizione post-tridentina, giustificano e favoreggiano i loro compagni, umiliando altri in nome di una gonfiata e pomposa verità che sa tanto di orchite alias orecchioni-scesi, con quale linguaggio si deve parlare se non con quello unico che capiscono sotto il loro emetico conformismo? Quello che è loro trasparente e chiaro: della gallina che razzola sul concio di vacca?

Non basta essere iscritti all’albo e insegnare deontologia nei corsi di aggiornamento per salvarsi dall’essere quello che il popolo riservava a Benito Mussolini nei sui primi comizi: zurnalesta!

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
Delitto di cronaca, critica, satira, commedia e parresìa
Dice il Sindaco del Rione Sanità: «È inutile metterci il rum: uno stronzo non diventa un babà!»


SI TRATTA SOLO DI SCELTE ESPRESSIVE…


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