sistema marcio & minacce. GIORNALISTI VIL RAZZA DANNATA 13. GLI AUSTRIACI NON ERANO NULLA: ARRESTI E TORTURE A CHI PUBBLICA UN DOCUMENTO DELLA COMMISSIONE DI DISCIPLINA

«In una vera democrazia, il discorso non funziona così. E un archibugio di questo genere, lo ritengo ipocrita e consacrato alla conservazione del potere e dell’interesse politico, non dell’ordine stesso dei giornalisti, che si lamenta di essere stato “sputtanato” da chi ha pubblicato certe notizie sul suo profilo facebook»
Non sarebbe male che la terra s’aprisse, e proprio in Vicolo dei Malespini, per inghiottire cose che gridano vendetta non dinanzi a dio che non esiste, e neppure dinanzi alla magistratura che ormai puzza di tonno Palamara, ma dinanzi al tribunale del popolo: cioè in pubblico, dinanzi al giudizio dei lettori

MA È GIUSTO CHE PROPRIO I GIORNALISTI

SIANO I PRIMI A NASCONDERE LA VERITÀ?


Ogni sinedrio lavora per intrecciare corone di spine da spacciare come fossero di velluto…

 

QUALCHE TEMPO FA, parlando di ciò che accade nell’ordine dei giornalisti e, più precisamente, nella follia delle commissioni di disciplina, in cui certi colleghi, probabilmente bisognosi di Viagra, nascondono la loro impotentia coeundi et cogitandi dietro il delirio di onnipotenza, ho raccontato ai lettori di avere ricevuto minacce di tacere e non pubblicare niente di tre o quattro vicende disciplinari in cui mi sono trovato coinvolto o come attore o come imputato.

Ed ecco puntualmente, oggi, la prova ufficiale che le minacce di cui parlavo, non sono fumo, ma piombo e ben profumato di cacca.

Qualche collega, che si è rotto le scatole di vedere che (probabilmente, come è accaduto a chi scrive) chi non è colorato di minio, non ha il diritto di finire in un codice miniato e nelle miniature dei capolettera, ma viene appiccicato in bacheca (pubblica e per anni) come “indegno marchiato a giglio” da altri colleghi dal comportamento a dir poco innominabile, ha deciso di pubblicare una qualche notizia di apertura di procedimento disciplinare sul proprio profilo facebook: àpriti cielo e spalancati terra.

E non sarebbe male che la terra s’aprisse, e proprio in Vicolo dei Malespini, per inghiottire cose che gridano vendetta non dinanzi a dio che non esiste, e neppure dinanzi alla magistratura che ormai puzza di tonno Palamara, ma dinanzi al tribunale del popolo: cioè in pubblico. Il pubblico dei lettori.

Abbiamo un ordine che – l’ho detto e lo ripeto – dovrebbe essere cancellato con un colpo di spugna. Come tutti gli altri ordini, del resto, di tutte le altre professioni: a iniziare dal Csm, eclatante esempio di corruzione e marchettismo politico.

Libertà di stampa…? Il primo a non volerla è l’Ordine?

La mia esperienza mi insegna (e come stravecchio nel mestiere posso scriverlo e sottoscriverlo senza tanti peli sulla lingua) che non è raro, com’è accaduto per Berlusconi e per Salvini, che, anche fra i giornalisti, quelli non allineati al Pd e alle mafie toscane di partito e di potere, debbano per forza essere passati al tritacarne, non perché non abbiano ragione, ma perché l’ordine costituito deve essere tenuto e mantenuto nella giusta coesione voluta da chi comanda. E in Toscana è il Pd.

Vari processi disciplinari sono convinto che siano politici se e quando fanno il pelo a gente che sta a cuore a Rossi, a Renzi, a Nardella, a Paolo Morello Marchese, al capigruppo del Senato Andrea Marcucci (legato al troiaio-sanità non con una semplice fune, ma con il famoso nodo gordiano di Alessandro Magno – ogni riferimento è puramente casuale).

Certi colleghi, più fedeli alla verità che al regine, e che raccontano cose certe mai dette e spesso volutamente taciute o mistificate dai lecchini, appena sollevano le tavolette di cessi istituzionali pieni di schifezza maleodorante e di verminai di varia natura, vengono beccati e cotti in Piazza della Signoria dove toccò anche al povero Savonarola.

Oltre a questo fenomeno indigeribile, il bacio della pantofola, a cui certuni si prestano senza pudore; gente che – come chi scrive – ha 48 anni di onorata iscrizione all’ordine, deve anche sentirsi minacciata con menate che fanno ricorso a quattro imbecillate di norme citate (molto probabilmente) dal legale dell’ordine stesso; un avvocato che, a mio modesto avviso, meglio assai farebbe a darsi all’ippica alle Cascine, dove potrebbe tranquillamente sussurrare ai cavalli invece che ai somari.

Vorrei ricordare all’ordine di mandare sotto inchiesta disciplinare anche tutti i colleghi della giudiziaria, che pubblicano ogni giorno avvisi di garanzia e altro casino riservato.

E vorrei ricordare ai capi dell’ordine che, pur facendoci lezione di deontologia fino a liofilizzarci i gemellini, dimenticano sempre (perché non è utile?) una disposizione fondamentale della legge istitutiva: che «è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica», specie allorquando, anche dietro a una vicenda disciplinare, si nasconde un tonno Palamara/Palmera; quando – come in qualche caso eclatante – la decisione della commissione è talmente verminosa, che perfino una carogna in putrefazione al confronto potrebbe apparire profumata come uno Chanel n. 5.

L’ordine dei giornalisti per primo dovrebbe insorgere con tutta la dignità e l’indignazione possibile e rifiutarsi orgogliosamente di ragionare in questi termini, perché le disposizioni di legge citate per intimidire (un dlgs, un  regolamento europeo Gdpr sulla protezione dei dati, che non valgono più di “quattro salti in padella Findus”, stando alla gerarchia delle fonti), sono fatte solo per tappare la bocca al vero, non per rispettare qualcuno o qualcosa.

La libertà? Fa male. Silenzio, mutismo e rassegnazione!

Un diritto, quello di dire tutto ciò che accade, già scriminato di per sé allorquando riguarda personaggi pubblici e di pubblica rilevanza, da cui non sono immuni i comunicatori della «verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede»: lealtà e buona fede che chiariscono come il giornalista lavori per far sapere e non per nascondere la polvere di qualcuno sotto il tappeto del salotto.

In una vera democrazia, il discorso non funziona così. E un archibugio di questo genere, lo ritengo ipocrita e consacrato alla conservazione del potere e dell’interesse politico, non dell’ordine stesso dei giornalisti, che si lamenta di essere stato “sputtanato” da chi ha pubblicato certe notizie sul suo profilo facebook.

In una vera democrazia un gesto di questo genere, anche in base a quanto detto in precedenza, andava indicato come esempio di libertà intellettuale, di onestà di informazione e di critica, e non come azione meritoria di riprovazione e minaccia con invito a tacere.

Almeno ripassatevi la gerarchia delle fonti!

Non ci siamo, cari colleghi del potere ordinistico. Questa grida repressiva di tipo manzoniano, che voi presentate sotto la luce di un dovere santo e salutare, è, al contrario, a mio avviso, un goffo e ben poco nobile tentativo di abbuiare all’esterno tutto ciò che potrebbe, in una sua totale trasparenza, contribuire invece alla chiarificazione e al rafforzamento della fiducia del lettore nei nostri confronti.

Chi va in galera oggi – voglio ricordarlo e sottolinearlo bene – potrebbe essere un presidente della repubblica domani, come Pertini.

O anche tutti gli altri eroi di quella resistenza, il cui ricordo è così vivo nei giornalisti della Toscana – che così, però, non sembrano conoscere bene la storia e i suoi meccanismi evolutivi.

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
Art. 21 della Costituzione: viverlo davvero, non falsarlo nel nome di una correttezza farisaica

 

Nur Wahrheit macht frei


Sostenete questo quotidiano con un piccolo contributo attraverso bonifico intestato a

«Linee Stampalibera» Iban IT08V0306913833100000001431 su CariPt di Porta San Marco-Pistoia. Riceverete informazioni senza censure!

Print Friendly, PDF & Email