«SISTEMAZIONI TEMPORANEE», IL DEBUTTO DI CLELIA TONGIORGI

Il libro
Il libro

PESCIA. In uno dei cassetti del proprio appartamento, a Pescia, dove vive e dove è nata 33 anni fa, chissà quanti altri pensieri, dolori, emozioni e appunti presi riposano incustoditi. Quelli dati alle stampe però e che Albatros (euro 11,50) ha pubblicato nel 2011, Sistemazioni Temporanee, sono un ottimo concentrato di poesia, la poesia di Clelia Tongiorgi, schiva e refrattaria. Per indole.

Soprattutto all’approssimazione, al qualunquismo, al pressappochismo, al genere umano, in buona sostanza. La sua poesia, che trasuda un piacevolissimo e ludico senso del dolore e dell’inesorabile, è uno studio, tassonomico e inesorabile, della cadenza temporanea dell’esistenza, pervasa, naturalmente , dall’amore. In tutte le sue sfaccettature, lingue, dimensioni. Con un anarchismo sintattico che ne esalta ancor più l’essenza, primaria e finale. Dall’amore si nasce, d’amore si vive e nell’amore si muore. Praticamente ogni giorno. La forza, e la poesia, consistono nella piena consapevolezza delle opportunità, offerte, quasi sempre, per semplici coincidenze.

Non a caso, Clelia Tongiorgi dedica questa sua prima pubblicazione a chi ho incontrato; è sulla vita degli altri che si confronta e spesso si modella la nostra, con tutto quello che ne consegue: aspettative tradite e disilluse, piani semantici, dialettici e sentimentali scoordinati e disallineati, totale cinica indifferenza di un mondo attorno che è la culla ideale, anzi, unica, invasiva e invadente, spropositatamente superiore, ad ospitare i suoi tormenti. Che trovano ristoro, pace e senso in due semplici, nitide circostanze: il padre e la madre, ai quali l’autrice dedica spazio, maestoso, nel bel mezzo dei ricordi inanellati, in (dis)ordine sparso nel piccolo prezioso volume.

Anche nella prefazione, curata da Rosanna Magrini, si avverte il lettore che quello che seguirà non vuol convincere di niente, solo suggerire modi di linguaggio, della sfera sensoriale e della coscienza provenienti dal proprio patrimonio emotivo, opponendosi così all’ottundimento e alla colonizzazione dell’immaginario operata dalla macchina mediatica. Le opportunità di lirismo poetiche sono usate con avara parsimonia, anche se ogni pagina gode di ritmo e cadenza, rimandando l’epilogo che non c’è alla successiva, come se il filo conduttore dell’intera raccolta si fosse divertito ad invertire ordini e sequenze, costringendo il lettore a impegnative prove di apnea.

Laureata in Scienze della Mediazione linguistica (inglese e francese), studiosa di Teologia, Clelia Tongiorgi non sfoggia la profonda conoscenza dell’uno dìe dell’altro, affidando la propria verve letteraria alla originaria percezione delle sensazioni, con il filtro dello studio e della ricerca del bandolo dell’inizio, viaggio solitario che adora fare in compagnia del nulla.

Dalla morsa dell’ineludibile e del caduco, dalla stretta inesorabile dell’umano, Clelia Tongiorgi non riesce comunque a liberarsi, anche se riconosce che di questo, fino ad ora, il suo corpo, la sua mente e la sua voglia si sono cibati, regalandole quel senso di provvido distacco sul quale ha costruito la propria poetica, ricca di impercettibili suggerimenti, stadi esistenziali intesi nel loro senso naturale, come tappe di avvicinamento alla fine, onnipresente, claustrofobica, ma dolcemente naturale e unica dispensatrice del senso e della misura dei suoi e dei nostri affanni.

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