sport. GIANCARLO INNOCENTI CI HA LASCIATO

A lui ci legano ricordi, aneddoti, episodi, persino gaffes. Lui voleva e vorrebbe essere rammentato
Le interviste dopo Pistoiese-Ravenna, domenica 11 giugno 1995: da sinistra Athos Querci, Gianluca Barni, Giancarlo Innocenti e Angelo Pagotto

PISTOIA. Ci sono notizie che non vorresti mai leggere, ascoltare. Ci sono notizie a cui non ti abituerai mai. E pure sono notizie che ci saranno, sempre e comunque. Perché fanno parte del ciclo della vita.

La morte, ad esempio. Con il suo mistero, coi suoi misteri anche per chi, come noi, è un pessimo credente, cattolico apostolico romano.

Giancarlo Innocenti non è più. O meglio: c’è e ci sarà, ma altrove. La notizia è arrivata di primo mattino e ci ha fatto andare di traverso il caffè.

Perché, pur sapendo qualcosa, a tutto avremmo pensato meno che alla sua dipartita. Per noi, per la nostra generazione era un highlander, un immortale. C’era prima di noi, c’è stato durante la nostra parabola terrena, ci sarà. Sempre. Nel ricordo, imperituro.

Nonostante tutto, nonostante fosse tutto e il contrario di tutto. Sebbene avesse un carattere. Un Carattere. Nonostante, come tutti gli umani, esseri perfettibili, fosse ricco di vizi e avesse qualche virtù.

Avendo avuto la fortuna di essere nati da un padre fantastico – tutto il contrario nostro – è stato un… secondo babbo. O, perlomeno, l’abbiamo sempre vissuto, intimamente, così. Non manifestandogli apertamente affetto, come a tutti i papà di questa Terra, ma essendoci sempre. In occasione del primo infarto della serie – quando rientravamo dal lavoro, in Versilia, a Viareggio, e invece di andarcene a casa a mangiare, l’andavamo a trovare per tirarlo su di morale –, così come di una partita, più o meno importante.

È il nostro destino di “crocerossine” (anni dopo avremmo – causalmente – contribuito a salvare un amico anch’egli vittima di infarto). Tant’è che molti, per la strada, ci chiedevano (e ci chiedono) se non avessimo lo spirito dell’obiettore di coscienza, del servizio civile (che, toh, abbiamo pure svolto).

Senza riceverne niente, perché non si è cattolici apostolici romani a chiedere, financo a sperare – umanamente – di avere qualcosa in cambio.

A lui ci legano ricordi, aneddoti, episodi, persino gaffes. Lavorativi e non. Di pochi studi e saggezza popolana, Giancarlo riusciva a elevarsi e a elevare persino giornali e tivù per i quali ha collaborato. Con la volontà e l’impegno del mediano, con la tenacia del mastino, con la “cattiveria agonistica” che non c’è mai appartenuta.

Sognava – e lo dichiarò pure pubblicamente – di andarsene nello stadio intitolato a quel Marcello Melani che fece la sua fortuna: di spirare lì. Non è stato accontentato: per poco, però. Sempre pronto a ideare, creare, organizzare, fosse a scuola, da custode, così come negli studi televisivi. A istituire Memorial, per non dimenticare gli amici. Oggi non si può che augurarci che Tvl Pistoia e Unione Sportiva Pistoiese 1921 trovino il modo di onorarne la memoria.

Perché lui voleva e vorrebbe essere rammentato.

Come quei mitici “tiri dalla bandierina” (lapsus) – per descrivere i calci di rigore – della finale-playoff tra la sua Pistoiese e il Fiorenzuola, al Renato Dall’Ara di Bologna.

[Gianluca Barni]

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