stampa & democrazia a etti. UN [dis]ORDINE DEI GIORNALISTI CHE DA DECENNI PARLA DI CAMBIARE TUTTO “PERCHÉ TUTTO RESTI COM’È”

Pubblichiamo l’intervento dell’amico Mauro Banchini che illustra il suo punto di vista sul giornalismo nostrale. Per eccesso di specificazione il titolo è della redazione



 

CI SI POTEVA ASPETTARE

QUALCOSA IN PIÙ…

 

Mauro Banchini

 

 

di MAURO BANCHINI

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Elezioni Ordine Giornalisti. Si è conclusa la prima fase: il voto online. E sta per arrivare (domenica 24 ottobre, per i toscani solo a Firenze nella sede dell’Ordine) la seconda: il voto in presenza, ovviamente solo per chi non ha votato online oppure online ha votato solo per un livello (esempio solo per il Consiglio Nazionale e non per quello Regionale e per i Revisori).

La novità assoluta, da guardare con interesse, sta nel voto online: su un totale, fra pubblicisti e professionisti, di 4.907 aventi diritto, a votare on line sono stati 1.045 e di questi 51 hanno votato solo per il livello nazionale e non per quello regionale.

Rispetto alle votazioni di tre anni fa (solo in presenza) quando a votare andammo in circa 400, già adesso l’incremento di votanti (due volte e mezzo in più) c’è stato.

Ci si poteva aspettare qualcosa in più, specie fra i quasi 3.800 pubblicisti, ma questo distacco (fra i pubblicisti hanno votato online appena in 612) dimostra e conferma il pesante scollamento, e non solo nei pubblicisti, fra gli iscritti (iscriversi all’Ordine è obbligatorio) e l’Ordine stesso: un Ordine visto e vissuto, dalla stragrande maggioranza degli iscritti, come orpello burocratico, come “tassa” necessaria da pagare ricevendo assai poco in cambio.

Queste elezioni sono dunque l’ennesima conferma di un Ordine da cambiare in profondità se davvero vogliamo che recuperi un senso avvertito come utile.

Sulla reale fattibilità di una riforma seria ho non pochi dubbi: ero in Consiglio Nazionale nel 1989 (dunque oltre 30 anni fa) e già sentivo dire che l’Ordine … andava riformato.

In decenni e decenni non siamo stati in grado, tranne piccole modifiche, di far approvare dal Parlamento una norma adatta ai tempi.

Quanto alle luci/ombre di elezioni online, molto ci sarebbe da dire.

Per chi ha facilità con il digitale – esempio per chi ha homebanking – e per chi ha fatto attenzione a vademecum e tutorial peraltro ottimi, questa votazione è stata semplice: in due o tre minuti, dal telefonino o dal computer di casa, si è potuto votare.

Altri, anche colleghe e colleghi insospettabili, hanno trovato qualche difficoltà.

Qualcuno ha scoperto che si doveva fare i conti con un “oggetto” ancora misterioso (la PEC), altri si sono bloccati davanti a connessioni da anno zero. Eccetera.

C’è poi il problema dei problemi: la reale segretezza del voto. Non certo, ritengo, quando il voto è stato espresso, ma prima (in certi, mi auguro limitati, casi).

L’Ordine stesso, addirittura, è stato costretto a una singolare comunicazione per ricordare che era vietata … l’assistenza diretta ai votanti.

In burocratichese spinto la nota ufficiale dell’Ordine ha cripticamente ricordato l’ovvio: sono vietati “seggi fisici alternativi per assistenza voto online”. Facile intuire cosa si può nascondere, e non solo in certe realtà del nostro lungo Paese, dietro a tali parole.

Difficile stabilire se, fra i votanti, qualcuno possa aver avuto fisicamente accanto un “consigliere” (rinunciando dunque alla segretezza del voto) che possa averlo “accompagnato” nelle pur minime “difficoltà” del voto online: trovare le credenziali ricevute in PEC, trovare l’indirizzo dove si votava, mettere la password, trovare i nomi di chi votare, ricevere l’OTP …

Ovviamente tutto ciò, anche se avvenuto in presenza una volta sola, sarebbe un reato.

Ma la questione non è secondaria. Anche considerando il dibattito che si fa, ogni tanto, circa il ricorso al voto online anche per altri tipi di elezioni: politiche, amministrative, referendum.

Adesso, domenica 24 ottobre dalle 10 alle 18, chi non ha ancora votato potrà farlo nel seggio in presenza e nella mattina di lunedì 25 avremo tutti i risultati.

Potremo vedere se sarà necessaria un’altra votazione, stavolta in ballottaggio, per assegnare tutti i posti: nel caso si voterà online il 3/4 novembre e in presenza la domenica successiva.

Una cosa è già sicura: stavolta l’Ordine ha una rappresentatività maggiore rispetto a quella (bassissima, per non dire inesistente) delle altre volte.

Ma torniamo lì: se, su quasi 5 mila iscritti, a votare vanno così pochi e l’astensionismo è così elevato, chiunque verrà eletto un problemino dovrebbe pure porselo …

Ps – Faccio parte di un piccolo gruppo (“Oltre”), fuori da ogni vecchia logica correntizia di Ordine e di sindacato, che ha segnalato due nomi per il Consiglio Regionale dell’Ordine toscano: Andrea Fagioli per i professionisti e Fabiana Masi per i pubblicisti.

Due nomi assai bene spendibili per un Ordine “altro”.

Fine pippone ordinistico


 

Cari “impiegati di notizie”,

il vostro Ordine va solo abolito

 

Ogni sinedrio lavora per intrecciare corone di spine

 

VUOI RIFORMARE l’Ordine dei giornalisti? Abolìscilo. Perché serve solo a proteggere le categorie protette di certa coloritura politico-sociale che con le notizie non hanno nulla a che fare, se non perché sono semplicemente dei poligrafici-exlinotipisti oggi tastieristi del filogovernismo centrale e/o periferico in auge di volta in volta.

E non è un problema che riguarda solo i giornalisti: investe tutti gli ordini. Avvocati, architetti, medici, ingeneri, geometri, commercialisti, periti (o moribondi) di qualsiasi categoria, soffrono tutti della «Sindrome di Palamara».

Come la magistratura – lo dice anche Sabino Cassese – si autoprotegge e si autoriproduce per scissione (magistrati figli di magistrati), endogenesi, sporogenesi e gemmazione, così tutti gli ordini (a cui si aggiungono le corporazioni: associazione dirigenti, associazione segretari comunali, Lions, Rotary, associazioni varie fino a quelle di castagnole e tricche tracche) seguono la stessa identica formula, a cui si aggiunge, in maniera assai più sofisticata, il ritrovato del nostro augusto tempo scientifico-cinese, la clonazione, se non addirittura la manipolazione genetica di tipo covìdico.

Gli Ordini per funzionare bene, vanno aboliti. In quel modo vanno come l’orologio atomico. E tutti coloro che vi sono iscritti, dovrebbero essere rieducati non come avviene ora al «mainstream politically correct» di una sinistra boldrinica e magari con 24 mila euro nella cuccia di Fido, ma a un senso del dovere morale e dell’etica professionale che, dalla magistratura in giù, fino alla bidelleria degli uffici pubblici, ai partiti, ai sindacati (specie quelli antifascisti alla Landini), alle cooperative della Terra Aperta di Claudio Curreli, si è dissolta grazie all’assassinio della prima fradicia repubblica che, tuttavia, era un fiore rispetto al dopo-manipulite.

Ma che giornalismo è quello che parla solo di necci, pastasciutte e castagnacci?

Perché avrei chiesto la disiscrizione dal [dis]Ordine dei Giornalisti dopo 54 anni di attività e 49 di iscrizione, di cui 26 da professionista? Perché il fetore delle concerie dell’area del distretto del cuoio è, in metafora eufemistica, una «Violetta di Parma» rispetto a certi odorosi effluvii di certi severi censori delle commissioni di disciplina fiorentine.

Non querelatemi, signori del Vicolo dei Malespini a Firenze. In primo luogo perché non mi fa più effetto dopo avervi visto e bene osservato all’opera; in seconda battuta  perché in aula i fogliacci delle decisioni che avete preso, parleranno da sé: e per non pochi potrebbe essere il tempo di porsi la famosa domanda per chi suona la campana.

Karthago delenda est, diceva Catone, quello che faceva il censore davvero e non in quota Pd.

Gli Ordini professionali sono una mega Cartagine. Non saprei se può bastare l’imbuto intero dell’inferno dantesco per purificare tanta stercorea corruzione.

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]


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