stilnovismi. TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE

La città di Cino e di Casella non lascia intravedere che qualche evanescente forma onirica aldilà del suo aspetto misurato, ordinato, decorato. Non è però un «tutto sotto controllo», ma un «tutto controllato»…
Pistoia dal campanile della Cattedrale

PISTOIA. Con il suo bell’aspetto sereno e accogliente di “città del silenzio” e – per fare un po’ di retorica – anche di “città a misura d’uomo” adatta ai Dialoghi della Caript, Pistoia somiglia, fra i nuclei urbani d’Italia, a quella che, per usare un’espressione crepuscolare alla Gozzano, potrebbe essere una città-tipo da libro di lettura:

Coi sui giardini incolti, piazza del Duomo, i bei
palazzi, ma cadenti, sguarniti di verzura,
Pistoia sembra tolta dal mondo degli Dèi,
sembra la città-tipo, del Libro di Lettura…

Si sta bene in giro in centro. Il centro può essere perlustrato in tutti gli angoli (anche quelli dei bidoni traboccanti di sudicio) in appena un quarto d’ora. Una popolazione preminentemente anziana, qualche bimbetto, molti stranieri (neri e non solo) e una straordinaria capacità di svuotarsi nel giro di 15 minuti e di farsi, di colpo, ghost city, fino al punto in cui è tutto fermo in un mondo di pietra: al quale non ha saputo dare un misero fremito neppure quella specie di doping che dovrebbe essere il titolo magniloquente di «capitale della cultura».

Ma quale cultura, scusate? Le scuole, a Pistoia, sono quelle che sono e, tra la distruzione di una politica culturicida gestita da Presidi pervasi di ideologia sinistrorsa; tra docenti che spesso non conoscono la materia che insegnano, perché sono stati messi in cattedra per sussidio sociale e come bacino di voti; e tra riforme di ministri e minestre dell’istruzione, andati via via peggiorando, fino all’acetificazione della Fedeli, ormai tutta Pistoia è un Liceo. E quando tutto è una cosa sola, questo suo essere un sinolo aristotelico corrisponde al nulla che avanzava nella famosa Storia infinita.

Il francobollo per Pistoia capitale della cultura

Ma il lato peggiore di Pistoia non è questo, perché potrebbe essere semplicemente sintomo di una collettiva asfissia cerebrale di natura fisiopatologica: il problema è che Pistoia – se la leggiamo con attenzione – è ancor oggi quella medesima fulminata da Dante attraverso la storia-emblema di Vanni Fucci, una degna tana e nient’altro.

A Pistoia ci si rifugia. Il Medioevo è, qui, vivo e vegeto. Si sdoppia, si stripla e si metamorfizza in un continuo rinnovamento senza fine, serpente che si morde la coda in eterno. Perché Pistoia, sotto quel suo velo di apparente accogliente bonarietà e compatibile provincialismo è, in realtà, una città pericolosa: è una sorta di vipera cornuta del deserto che si nasconde sotto la sabbia, ma che è pronta a colpire se, stando al Machiavelli, disturbi gli interessi di qualcuno.

E di solito, Pistoia, questo lo fa «in diagonale», «di traverso» perché, «per più fiate» direbbe Dante, se non può colpire in fronte il soggetto di disturbo dell’ordine costituito, Pistoia lo fa alle spalle, se non addirittura sulle persone di famiglia fino al quarto grado – un po’ come il Dio degli ebrei.

«Da 40 anni siamo a Pistoia per lavoro – mi disse una simpatica signora di Arezzo – e non siamo ancora riusciti a entrare nella mentalità e nell’aria che tira in questa città». Ma non poteva essere diversamente, perché i pistoiesi, che si sentono razza superiore, sono degli accoglienti che respingono, degli aperti che chiudono e dei generosi che negano.

Il palazzo del Tribunale di Pistoia

Tutto può essere Toscana, fuorché Pistoia. Sarà perché i fornai dell’esercito romano che fondarono questa città, pensavano troppo al pane (e al companatico) e quasi per nulla al senso di collettività: non per nulla Pistoia è sempre stata una capitale dei «soldi nel materasso», una congestione di quattrini nascosti in banca e un’amministrazione, familiare e familistica, della cosa pubblica e del bene comune.

Chi vive a Pistoia alla fine sa che la città è in mano a qualche famiglia o catena di parentele che hanno ramificazioni in tutti i partiti, in tutte le logge, in tutte le professioni, in tutte le attività: perché, generalmente, i pistoiesi doc sono per tendenza naturale endogami, si sposano tra loro, tra loro si spingono e si promuovono e tra loro generano la cosiddetta classe dirigente. La quale non ha grosse difficoltà, perché a Pistoia conta il sommerso e non già la punta dell’iceberg.

C’è una sola cosa che lega Pistoia al resto dell’Italia e del mondo: che anche i pistoiesi – se Dio vuole – muoiono. Muoiono pur credendo di essere immortali fino a cinque istanti prima di passare a miglior vita.

Per il resto, osservate bene: il Comune è un fiore; la Provincia (finché c’era) un gioiello; la sanità (teste la dottoressa Daniela Ponticelli, portavoce politica del ‘libero’ ufficio stampa dell’Asl) una serra di orchidee pregiatissime; le professioni (medici, avvocati, ingegneri, architetti, geometri etc.) degli istituti da cui l’Unione Europea stessa dovrebbe prendere spunto e stimolo per migliorare il Vecchio Continente.

Giostra dell’Orso. 2

Insomma Pistoia è la realtà più bella, nobile e stupefacente del miglior mondo possibile secondo un Pangloss da Candide di Voltaire.

Al di là di qualche omicidio ogni tanto, avete mai sentito che – mentre in  Italia fioriscono scandali e inchieste dovunque – a Pistoia sia mai accaduto di veder andare in galera qualche buon amministratore? Personalmente non ne ho ricordo neppure dopo 52 anni di cronaca.

Avete mai sentito di un politico arrestato e tenuto ai ferri? Non credo. Avete visto che sia successo qualcosa dopo, per esempio, le trionfali marce scatenate per la Comunità Montana e/o per gli Untouchables? Macché: niente.

Alla fine, nella trappola, resta soltanto un qualche povero sparuto topolino con la coda spelacchiata: e la vecchia vipera cornuta si nasconde di nuovo, fino a un nuovo risveglio, sotto il pelo di una sabbia calda e protettiva.

Se è vero che nulla è quello che sembra, questo è ancor più vero per Pistoia: dove la ricetta della longevità o l’immortalità dell’essere nella sua duplicazione clonata di secolo in secolo, è garantita da un banalissimo trucco: a Pistoia non sono le istituzioni a guidare la quadriglia; è il contrario, è la musica a guidare le istituzioni.

Perché le istituzioni (tranne in pochissimi casi-eccezione che confermano la regola) sono scelte, cooptate e guidate non con il metodo del Manuale Cencelli, ma con quello della Lotti[zzazione]. Pistoia sceglie da Pistoia per Pistoia, attraverso le sue longae manus in Roma. I Prefetti – per esempio –, come fantasmi, vanno e vengono senza lasciare traccia: eppure ogni mattina Questore e Colonnello dei CC devono rendere conto a loro (anche se non si capisce bene di cosa).

Tranne – dicevamo – le dovute eccezioni che sfuggono sempre in un laboratorio di genetica; come un Comune che cambia direzione ma solo per caso e per sbaglio perché a qualcuno è sfuggita una provetta di mano; come un giornale on line come il nostro che, fatto da pezzenti anarchici squattrinati che non sono stati cooptati da nessuno, non ha da obbedire agli ordini di nessuno e va, fortunatamente, in culo a tutti solo perché non capisce come si possa vivere una vita intera al soldo di cavallai e contadini che hanno invaso il potere di Pistoia come i Gonzaga a Mantova.

Sorpresa!

A Pistoia è successo che si truffasse la sanità con prestazioni e servizi erogati perfino ai morti, ma nessuno ha battuto ciglio.

A Pistoia è successo che scoppiasse qualche scandalone in asili, ma è sempre stato solo colpa di qualche laschetta e mai di un vero luccio vorace.

A Pistoia si è sempre deciso tutto al di fuori delle sedi istituzionali: magari in un club di calcio, a una partita di tennis o mentre si faceva volontariato in qualche benefica associazione operante nel terzo settore servendo minestre calde e secondi piatti alla tavola dei più deboli e dei più diseredati.

Pistoia, insomma, cancella tutto e tutti. Come il vento del deserto che rimodella le dune. E questo può significare solo due cose: o i pistoiesi sono tutti santi e sùbito; o Pistoia è una città pericolosa, con una meravigliosa faccia d’angelo sotto cui, però, spira e respira non Sant’Jacopo di Compostela, ma una vipera cornuta, se non un vero e proprio Alien…

E il senso che qui provo
è quel dello Stilnovo!

Ma Dante il disse e confermò il Boccaccio:
«A questo punto è meglio se mi taccio».

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
Libertà di cronaca, critica
e soda caustica

PS – Noi non siamo qui per essere gente che conta, ma per servire, in piena umiltà, nella narrazione del vero, la gente che non è fatta contare dai pistoiesi che contano.
Non siamo stati cooptati da nessuno e lasciamo ai cooptati tutto il piacere di sapere come fare per dire di sì ai loro cooptatori…


Sostenete questo quotidiano con un piccolo contributo attraverso bonifico intestato a

«Linee Stampalibera» Iban IT08V0306913833100000001431 su CariPt di Porta San Marco-Pistoia. Riceverete informazioni senza censure!

Print Friendly, PDF & Email

One thought on “stilnovismi. TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE

Comments are closed.