«STUDIO UNO», IL FUTURO È GIÀ PASSATO

Giselda Ranieri, Irene Russolillo, Stefano Questorio e Mariano-Nieddu
Giselda Ranieri, Irene Russolillo, Stefano Questorio e Mariano-Nieddu

PISTOIA. Narcotizzati, incapaci di reagire, morti, ma solo civilmente. I corpi continuano a pulsare, come i muscoli ad irrigidirsi; le anime sono sepolte, forse mai nate, ma il sudore non smette di imperlare la fronte, male odorare le ascelle; la terra, dimenticata, non può non sporcare le piante dei piedi. Un viaggio apocalittico, da giorno dopo, quello messo in scena, ieri sera, al Funaro di Pistoia da Roberto Castello, come ultimo appuntamento stagionale di questa seconda edizione di Teatri di confine, costola piacevolmente impazzita e disallineata dell’Associazione teatrale pistoiese.

Sulla parete alle spalle del palco cade una neve lavica, mentre in sala, per tutta la durata della rappresentazione, un tatata techno che irrita, stordisce, fino a diventare melodico e costringere il pubblico a seguirne i movimenti meccanici con un ritmico oscillare del capo. L’ottundimento è geniale, perché coinvolge anche il regista, che segue la prima sperimentale della sua nuova creazione dal loggiato del salone, accanto al consollista. La luce, fioca, ma accecante, appare e scompare agli ordini di una voce metallica, come se lo spettacolo si svolgesse in mezzo al mare e fosse visibile solo al passaggio roteante del faro poco più in là. In stato di buio assoluto, le marionette cercano altre prospettive, si riconnettono con la loro schiavitù e appare diventano nuovamente identificabili, riprendono a marciare, a marcire.

Sembra quella di un’istruttrice di ginnastica per massaie sovrappeso, quella voce che ordina luce e tenebre. Ma con troppi chili in più ci siamo ormai tutti, perché ci hanno lasciato soli e solo con il cibo come ultima chance e lì abbiamo deciso di spiaggiare. Sotto le luci intermittenti, Giselda Ranieri, Irene Russolillo, Mariano Nieddu e Stefano Questorio, i quattro attori-ballerini, enfatizzano il tempo dub: scalzi, vestiti di nero, provano a non scivolare nel vortice dell’inferno, ma sono già stati risucchiati da uno dei gironi, scegliete voi quale e non se ne sono accorti. Non possono, del resto, perché sono ancora vivi e credono di riuscire a tenere lontano il calice, ma sono stati già tutti lobotomizzati e non hanno speranza alcuna di consapevolezza.

Uno slalom, speciale, pali singoli e stretti, tra Pina Bausch e La strada di Cormac McCarty, questo Studio uno, dal titolo e dalla durata provvisorie, ma che ci auguriamo non si discosti poi molto dalla versione definitiva, quella che il regista e la sua connivente compagnia stanno mettendo a punto.

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