TAGLI DEI CONSORZI DI BONIFICA? BOTTINO (URBAT): «INTERVENIAMO DOVE NON FUNZIONANO, MA ELIMINARLI SIGNIFICA MOLTIPLICARE I COSTI»

Marco Bottino, Presidente Urbat
Marco Bottino, Presidente Urbat

FIRENZE. “Assistiamo non senza stupore alla direzione che ha preso, sulla stampa, il dibattito in merito alla proposta del Governo di coinvolgere anche i Consorzi di Bonifica nel cosiddetto Sforbicia Italia – spiega Marco Bottino, presidente dell’Urbat, l’Unione regionale per le bonifiche, l’irrigazione e l’ambiente della Toscana –. Con stupore perché il dibattito ignora una serie di elementi fondamentali. Prima di tutto, i Consorzi di Bonifica non possono essere considerati parte della pubblica amministrazione, in quanto non pesano sulle casse dello Stato. Ciò in ragione dell’autonomia finanziaria e dell’autogoverno dei consorziati, cui fanno capo le spese di funzionamento e di gestione delle opere pubbliche, finalizzate alla riduzione del rischio idraulico e alla mitigazione del dissesto idrogeologico oltre alla razionale utilizzazione dell’acqua irrigua. I Consorzi sono soggetti privati con funzione pubblica. La loro abolizione andrebbe dunque in direzione esattamente contraria a quella che ci si prefigge, rendendo pubbliche funzioni fino ad oggi private”.

È questo, in buona sostanza, che si legge in un comunicato ufficiale on line. Ma Bottino aggiunge anche altro: “Diverso e corretto è invece pensare a una razionalizzazione dove effettivamente i Consorzi non funzionano. Un processo che è già avvenuto nella nostra Regione. Gli enti della bonifica toscana, con la recente legge approvata dalla Regione, sono infatti passati da 26 (di cui 13 Consorzi) a 6 e ad essi sono state attribuite quasi tutte le funzioni in materia di difesa del suolo e irrigazione. La riduzione a sei dei Consorzi di Bonifica e la loro riorganizzazione ha permesso di razionalizzare costi e funzioni: abbiamo personale che è rappresentato sostanzialmente da tecnici e operai e solo una percentuale davvero esigua dei costi va al governo dell’ente stesso. Interrompere il percorso virtuoso già iniziato – aggiunge Bottino – per consegnare al pubblico queste delicate funzioni significherebbe mettere in ulteriore difficoltà una regione come la Toscana così provata dal dissesto idrogeologico”.

“I Consorzi – sottolinea il presidente dell’Urbat – grazie anche al ruolo privatistico che li contraddistingue, hanno dato e danno un contributo fondamentale alla manutenzione del territorio e, proprio per il loro essere fuori dal patto di stabilità, sono stati identificati da Regioni, Province e Comuni come gli unici ad avere la capacità operativa e il know how necessari a progettare e realizzare opere indispensabili per la salvaguardia dal rischio idrogeologico. Delegare queste competenze a un generico ente pubblico si tradurrebbe soltanto in un ulteriore aggravio di costi per il cittadino senza le adeguate garanzie di ritorni in termini di interventi. Il tributo di bonifica, che attualmente è di fatto una tassa di scopo, rischierebbe di andare disperso e confuso insieme a mille altre voci, a scapito della sicurezza del territorio e della stessa volontà di risparmio”.

In effetti è abbastanza fuor di luogo pensare di intraprendere un percorso che, uscendo dal solco, vada a toccare enti che di pubblico niente hanno. È per questo che abbiamo chiesto a Bottino quali possibili scenari potrebbero crearsi nel caso in cui si andasse a seguire questa via anomala e inusuale.

“È chiaro – ci ha risposto – che le soluzioni possono essere due: o si passa al licenziamento di centinaia di dipendenti che non incidono sui conti pubblici, ma hanno la loro fonte di gestione nelle quote della popolazione consorziata e soggetta al pagamento del contributo consortile; oppure, per evitare questa denegata catastrofe, il pubblico, lo Stato o i Comuni, dovrebbero farsi carico di prendere sulle proprie spalle tutto questo personale. Le sembra che sia possibile in un momento e in una circostanza come questa, dover pensare ad aumentare la spesa che ricade su tutti i cittadini…? E quindi non si andrebbe incontro a una moltiplicazione dei costi?”.

Onestamente, il ragionamento di Marco Bottino non fa una grinza. Non sarà che in Italia, quando parte il treno frenetico del rinnovamento a ogni costo, il rischio più grosso è quello di veder investire rovinosamente (e disfare) anche le cose che possono già funzionare così come sono?

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