TAGLIÒ IL CAVO DEL CUORE ARTIFICIALE, IL PM SENTE I TESTI

Il 20 marzo del 2012 Roberto Sibaldi morì nel giro di pochi minuti. L’infermiera Rita Murgia era stata rinviata a giudizio per omicidio colposo
Roberto Sibaldi
Roberto Sibaldi

PISTOIA. Sono stati sentiti questa mattina, 8 aprile, nell’aula penale del Tribunale di piazza Duomo, dinanzi al giudice Marino, i testimoni del pubblico ministero per la vicenda di Roberto Sibaldi, l’uomo di 69 anni, a cui è stato tagliato il cavo del cuore artificiale.

I testi presenti in aula oggi erano tre poliziotti della Questura di Pistoia, l’ispettore capo Pino Antonicelli, Emiliano Abbafati e Ernesto D’Angelo (gli ultimi due non ascoltati in quanto avrebbero dato la stessa versione di Antonicelli), due medici, Bartolozzi e Falciani (quest’ultima impossibilitata a presentarsi questa mattina e Patrizia Bauducco, l’infermiera del 118 che, intervenuta nell’abitazione della famiglia Sibaldi di via Antonelli, aveva poi accompagnato il 69enne al Pronto Soccorso di Pistoia.

In sostanza, tutti i testi ascoltati stamani avrebbero confermato i fatti accaduti quella tragica sera di marzo, circostanze che la stessa Murgia avrebbe confermato nell’immediatezza dell’accaduto.

Una triste sorte quella avvenuta la sera di quattro anni fa, il 20 marzo 2012, piombata addosso così, all’imporvviso, non solo su Roberto, ma anche sulla moglie Esterina, e sui due figli, Alessandro e Linda, presenti in aula questa mattina, e difesi dagli avvocati Elisabetta Vinattieri, del Foro di Pistoia, Corrado Alterini e Anna Maria Fasulo, entrambi del Foro di Firenze.

Rita Murgia è difesa dall’avvocato Alberto Niccolai di Pistoia; l’Asl, chiamata in giudizio come responsabile civile, è invece rappresentata dall’avvocato Cristina Meoni del Foro di Prato.

Sono bastati pochi secondi di negligenza, o fatalità, o errore umano, per togliere la vita a Roberto. Una vicenda accaduta nel 2012 quando l’infermiera Rita Murgia, allora 58enne e con decenni di esperienza professionale, aveva tranciato di netto il cavo dell’apparecchiatura salvavita Vad.

L’uomo, quella sera, era stato colpito da scompenso cardiaco e i familiari avevano chiamato subito il 118. Arrivato, non avevano fatto nemmeno in tempo a intubarlo. L’infermiera, con le forbici in mano per tagliarli i pantaloni e inserirgli il catetere, aveva reciso di netto il cavo del suo cuore artificiale. Roberto morì in pochi minuti, mentre l’infermiera fu colpita da un malore.

I familiari, che avevano accompagnato l’uomo al pronto soccorso, si accorsero subito del terribile errore e chiamarono il 113. La polizia interrogò a lungo i pazienti e il giorno dopo fu la figlia di Sibaldi, Linda, a presentare denuncia. La procura aprì subito un’inchiesta, affidata al pm Claudio Curreli, che fece subito svolgere l’autopsia sul corpo di Sibaldi.

Da lì, la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo dell’infermiera; poi udienza preliminare davanti al Gup Roberto Tredici, con tanto di rinvio a gudizio.

Il prossimo 24 novembre sranno sentiti gli altri testi del pubblico ministero, tra cui due ctu (consulenti tecnici d’ufficio).

[Alessandra Tuci]

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