THURAM, UN UOMO DI TANTI COLORI

Lilian Thuram e Marco Aime
Lilian Thuram e Marco Aime

PISTOIA. Di che colore è Lilian Thuram? È una domanda che si saranno posti in molti, ieri sera, al termine dell’appuntamento in piazza del Duomo con l’ex calciatore della Juventus e della Nazionale francese invitato a raccontare, con Marco Aime, la sua fortunatissima storia di migrante in Co-abitare: contro tutti i razzismi, una delle numerose tappe di Dialoghi sull’uomo.

È stato il predestinato footballeur della Guadalupe ad imporre una riflessione che fino alle sue parole pareva del tutto superflua.

“L’importanza del colore della pelle – ha raccontato Thuram ad una curiosissima platea – è come la supremazia degli uomini sulle donne: dietro queste demagogiche imposizioni che ci siamo lasciati tramandare da una rovinosa cultura gerarchica, si sono consumati, nel tempo, una serie di piccoli e grandi delitti. Le cose stanno migliorando, ma c’è ancora molto da fare”.

Thuram non è stato invitato a Pistoia per parlare di calcio.

“Non lo seguo più – ci ha confidato prima di salire sul palco –, ma non perché sia cambiato da quando giocavo io; non mi interessa più, tutto qui”.

Da quando ha appeso gli scarpini al chiodo, pur continuando a vantare un fisico scultoreo, l’ex calciatore ha deciso di occuparsi di razzismo, dando vita ad una fondazione che circumnaviga il Mondo proprio per sensibilizzare, soprattutto i bambini, affinché gli uomini siano valutati per quello che fanno e pensano e non per il colore della pelle.

“Sono sempre stato uno di colore; sono nato così, del resto, ma nessuno mi ha mai detto di quale colore – ha raccontato Thuram destando la prima dose di simpatia e ricevendo la prima bordata di applausi –. Mio figlio più piccolo, tornando dall’asilo, mi ha detto che lui è marrone e allora, da quella innocentissima confidenza, ho iniziato un ulteriore percorso del mio cammino verso la liberazione da qualsiasi preconcetto cromatico, che ne nasconde altri ancor più pericolosi e infidi. La mia fortuna è stata nascere in un posto incantevole, la Guadalupa e crescere in un ghetto multirazziale come lo sono le banlieu parigine. Il calcio mi ha regalato ricchezza e notorietà, ma il carattere si è forgiato con la convivenza con gli altri, a cominciare dai miei quattro fratelli, da parte di mamma: ognuno ha avuto un padre diverso”.

Molti dei numerosi studenti che popolano il tendone di piazza del Duomo sono lì in attesa che il sermone abbia fine e possano così farsi autografare una maglietta della Juventus, una foto, un semplice fogliaccio da fotografare e postare su facebook,

Qualcuno però, tra le mani, ha anche uno dei suoi libri e ci tiene che dietro la copertina ci sia una sua dedica.

“Dobbiamo sconfiggere tutti i pregiudizi – ha aggiunto – e smetterla, una volta per tutte, di classificare il genere umano a colori, razze, culture, religioni. C’è sempre uno diverso da noi, dietro ogni angolo della terra: qualcuno arriva dall’aeroporto, altri in gite organizzate, parecchi su barconi. Il mondo è di chi lo vive rispettandolo”.

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