trivelle. NASCE IL COMITATO “17 APRILE IO VOTO SÌ”

Marco Beneforti (Wwf Pistoia e Prato)
Marco Beneforti (Wwf Pistoia e Prato)

PISTOIA. È ufficiale: da stamani anche Pistoia ha il suo coordinamento “No Triv”, un comitato a supporto della campagna referendaria “stop trivelle”.

Si è costituito con conferenza stampa al mercato, direttamente tra la gente, per informare i cittadini sui motivi del . Il 17 aprile si voterà appunto sull’abrogazione di un comma di legge che cancella ogni scadenza per tutte le attività di estrazione di idrocarburi in mare entro le 12 miglia dalla costa: un aspetto molto circostanziato e per l’opinione pubblica poco rilevante.

Dichiara Antonio Sessa, presidente di Legambiente Pistoia: «Voglio ricordare che sono le normative comunitarie a chiedere una scadenza alle concessioni date a società private, che godono di beni appartenenti allo Stato.

Perché le compagnie petrolifere devono godere di una normativa davvero speciale, che non vale per nessun’altra concessione? Il governo, inoltre, dovrebbe spiegare come intende portare l’Italia fuori dall’era dei fossili, in linea con gli impegni presi a Parigi alla Cop21 su mobilità e fonti rinnovabili: purtroppo però il cambiamento è ancora fermo al palo».

Aggiunge Marco Beneforti, presidente del Wwf Pistoia e Prato: «Il nostro sì allo “stop trivelle” entro le 12 miglia è anche e soprattutto un sì all’efficienza energetica, un mercato che potrebbe avere importanti ricadute sull’occupazione. Efficienze energetica significa innovazione e tecnologia. È importante l’uso consapevole dell’energia: oggi, nel contesto dell’assemblea annuale del Wwf a Lo Spazio, spengeremo simbolicamente per un’ora la luce, dalle 20:30, per ribadire l’importanza degli stili di vita nell’impegno a favore delle risorse e dell’ambiente»

Antonio Sessa e Giampaolo Pagliai
Giampaolo Pagliai e Antonio Sessa

Come abbiamo detto il quesito del 17 aprile interessa tutti i titoli abilitativi all’estrazione e alla ricerca di idrocarburi già rilasciati e interviene sulla loro data di scadenza.

Legambiente ricorda che «il referendum è l’unico rimasto in piedi dei 6 promossi da 10 Regioni Italiane (poi si è “sfilato” l’Abruzzo) perché il governo, con un emendamento alla legge di Stabilità 2016 (che modifica il decreto legislativo 152/2006) ha vietato tutte le nuove attività entro le 12 miglia marine, ma ha mantenuto i titoli già rilasciati prevedendo che essi possano rimanere vigenti “fino a vita utile del giacimento”.

Nel nostro mare, entro le 12 miglia, ci sono ad oggi 35 concessioni di estrazione di idrocarburi (coltivazione). Tre di queste sono inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (è quella di Ombrina Mare, al largo delle coste abruzzesi), cinque erano non produttive nel 2015. Le altre 26 concessioni, che sono produttive, sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi.

Ginevra Lombardi (ex assessore all'ambiente di Pistoia)
Ginevra Lombardi, ex Assessore all’ambiente di Pistoia

«Queste piattaforme, soggette a referendum, oggi producono il 27% del totale del gas e il 9% del greggio estratti in Italia (il petrolio viene estratto nell’ambito di 4 concessioni dislocate tra Adriatico centrale – di fronte a Marche e Abruzzo – e nel Canale di Sicilia).

«La loro produzione nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc (Standar metri cubi) di gas. I consumi di petrolio in Italia nel 2014 sono stati di circa 57,3 milioni di tep (ovvero milioni di tonnellate). Quindi l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%).

«Per il gas, i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale».

Il coordinamento nazionale “No Triv”, dal sito, smonta le bufale create ad arte, chiarendo che non c’è nessun nesso e perdita di posti di lavoro: «Negli ultimi anni i dati sullo stato di salute dell’upstream e del downstream tricolori non sono mai stati incoraggianti. Ad esempio, la crisi delle raffinerie perdura dal 2009: con i suoi -4 miliardi di euro in tre anni, stabilimenti utilizzati solo al 70% della capacità e rischio fallimento per il 60% delle aziende che lavorano nell’indotto, la raffinazione nazionale ha lasciato a casa migliaia di lavoratori».

[Lorenzo Cristofani]

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3 thoughts on “trivelle. NASCE IL COMITATO “17 APRILE IO VOTO SÌ”

  1. Buon giorno: ma in Italia si può sperare di affrontare un qualunque tema nazionale-locale- condominiale parlando di cose reali e non per slogan? No perchè mi pare che ancora una volta siamo partiti per la tangenziale che porta alla curva nord e a quella sud. Intanto mi sembra ovvio il motivo per il quale la materia in questione non possa essere assoggettata ad una spiaggetta qualsiasi con sdrai e ombrelloni. Non può perchè dai primi saggi al picco produttivo di una piattaforma petrolifera ci passano 20 anni e un paio di miliardi di euro. Tanto è vero che le concessioni petrolifere, giustamente non sono soggette alla direttiva Bolkestein cui erroneamente Beneforti fa riferimento, e non lo sono perchè nessuno sano di mente investirebbe certe cifre per chiudere baracca e burattini quando l’impianto va a regime….la direttiva Bolkestein tra l’altro riguarda la messa a bando esclusivamente del setttore servizi e non certo l’attività estrattiva che è un altra cosa.
    Per quanto riguarda il mancato rispetto degli impegni, per altro vaghi (come sempre in queste boiate illusionistiche farcite di gustosi buffet e qualche selfie) assunti a Parigi, è il nostro stile di vita, più che i governi, a impedirne l’applicazione: basti vedere Pistoia, dove i commercianti piangono insieme ai loro clienti che piangono perchè, non hanno il parcheggio sotto la bottega. Basti vedere che di fronte alla possibilità di tenersi un’auto vecchiotta ma funzionale per farsi un bel tetto fotovoltaico, il 99% delle persone sceglie la nuova auto pottina ma di sicuro effetto. Quindi di che si ragiona?
    L’energia serve e le cose sono due:
    – o si prende con decisione, come ha fatto la Danimarca, la via delle fonti alternative, tenendo comunque bene a mente che da sole ancora non sono sufficienti
    – o ci si dota di una politica energetica basata sui fossili degna di questo nome.
    Inoltre mi pare che dietro questo referendum non ci sia la necessaria trasparenza e disponibilità a spiegare alla gente le cose come stanno, non da parte del nostro ridicolo governo, ma nemmeno da parte dei promotori che alla fine trattano la gente come dei bimbetti stupidi, ne più ne meno di come fa Renzi di solito. Mi riferisco al fatto che la questione non è la trivellazione entro le 12 miglia dalla costa, (che poi non è che un incidente a 13 o 40 miglia avrebbe poi effetti diversi sull’ambiente) ma il blocco totale dell’estrazione proprio in base alla pretesa di equiparare un servizio di affitto sdraio ad una piattaforma petrolifera.
    Nessuno poi rileva che niente piattaforme non equivalgono a minore rischio inquinamento, infatti la mancata estrazione di petrolio “indigeno” implica un rimpiazzo con altrettanto petrolio trasportato da quelle bombe ecologiche ambulanti che sono le petroliere. E poi….stiamo parlando di una purezza inesistente in un paese dove da Roma in giù i depuratori sono una leggenda tramandata da una generazione all’altra. Una purezza professata anche da certi personaggi pugliesi che per 30 anni non si sono accorti dell’ILVA, ne voggliamo parlare?
    Altra questione: non possiamo mescolare riso e tappi di bottiglia: le raffinerie sono in crisi a causa dei costi altissimi del nostro paese, in termini di burocrazia, corruzione, fisco e ipersindacalizzazione. Gli imprenditori ora le fanno altrove, così come, se passerà il referendum andranno a trivellare davanti all’Albania, alla Croazia…con rischi pressochè intatti e tanti saluti all’indotto, che, con buona pace di Beneforti c’è e vive tra noi, sia in termini occupazionali che di ricadute economiche per le royalities che vengono pagate alle Regioni e allo Stato.
    Chiudo citando quello che è o dovrebbe essere uno dei fari guida degli ambientalisti: la Norvegia, ai vertici ambientali, pur traendo molto del proprio benessere dall’estrazione di petrolio nel Mare del Nord: mare ricco di merluzzo altra fonte di benessere. La Norvegia ha recentemente conquistato il primo posto assoluto a livello mondiale per il sistema energetico più efficiente (Global energy architecture performance index, Eapi) considerando la crescita economica, la tutela ambientale e la sicurezza degli approvvigionamenti. Cosa che fa di questo paese un paradiso naturalistico, con un elevato benessere diffuso anche per merito del Fondo Sovrano Norvegese che ha il compito di mettere a frutto i proventi dell’attività estrattiva…a frutto per tutti…non per i soliti noti. (noi stiamo messi al 46° posto….)
    Quindi in definitiva se passa il Si avremo che:
    1- non impedirà la costruzione di nuovi impianti, perché quelli sono già vietati;
    2- si limiterà a negare il rinnovo delle concessioni per le piattaforme off-shore già in funzione. Quindi smetteremo di estrarre petrolio e gas e ne importeremo a sufficienza per sostituirlo, lo faremo arrivare su inquinanti petroliere e lo andremo, come ENI ad estrarlo fronte spiaggia di qualche sciaguratello stato africano, asiatico o similare, fregandocene se anche là non li vogliono, che tanto non lo possono dire sennò gli tagliano la lingua. Ma si sa, come diciamo noi italiani, lontano dagli occhi lontano dal cuore. Not In My Back Yard and….evvai con l’auto nuova!
    Massimo Scalas
    PS. so che il mio appare a tutti gli effetti come un appoggio alle trivelle…in realtà io non ho tutte le certezze della gente che si accapiglia in questi giorni. Dico solo che il dibattito pubblico in Italia fa pena. E si riduce a prese di giro bipartisan.
    NB. dimenticavo….maaa…Sig.Beneforti….che ne dice di un esposto in Procura per i tubi dell’acqua all’amianto?

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