UNA SINFONIA DA BERGMAN A LAVIA

Valeria Milillo e Anna Maria Guarnieri
Valeria Milillo e Anna Maria Guarnieri

PISTOIA. Gabriele Lavia ama il melodramma. E con Anna Maria Guarnieri il lavoro di esasperazione di Bergman per Sinfonia d’autunno, è stato semplice, perché Anna Maria Guarnieri, in realtà, somiglia parecchio tanto Ingrid Bergman, quanto Charlotte.

Le impressioni arrivano immediatamente, perché sono quelle di alta comunicazione e comunicabilità di un’artista del suo rango, avvicinata, nel pomeriggio, al Saloncino del teatro Manzoni dove, come succede ogni sabato di una triplice rappresentazione, lo staff incontra il pubblico. Mancavano, all’appuntamento con i curiosi intermediati dal collega Gabriele Rizza, Danilo Nigrelli e Silvia Salvatori, allettati dal virus e che hanno preferito disertare l’incontro pomeridiano per presentarsi, stasera, in forma almeno decente, nella prima delle due repliche.

Ci siamo accontentati di quel che ha passato il convento manzoniano e appena arrivate nel Saloncino ci siamo catapultati a chiedere loro quello che ci ha maggiormente colpito nello spettacolo visto la sera precedente. Nella pellicola di Ingmar Bergman, Liv Ullmann, che a teatro diventa Valerio Milillo, è nei confronti della madre, Ingrid Bergman, che a teatro è Anna Maria Guarnieri, semplicemente risoluta, glaciale, cinica, tanto che in una delle scene cult della pellicola, la Ullmann accusa la Bergman di essere emotivamente paralizzata.

Questa elementare ma devastante confessione inoltre viene proferita con la pellicola che è rivolta alle due protagoniste che sono in primissimo piano sequenza: la Bergam davanti e la Ullmann alle sue spalle. Non si guardano, come del resto succede di rado, visto e considerato che gli occhi della mamma sono soltanto utili per rivolgersi sui tasti del proprio pianoforte e non per osservare le emozioni dei parenti più cari.

A teatro però, Valeria Milillo vive con psicopatica sudditanza la tracotanza materna e in tutta la rappresentazione non riesce mai a placare le proprie incertezze, che sono anche il frutto dell’altra sciagura, la morte improvvisa e choccante del piccolo figlio.

“Si, è vero – ammette Valeria Milillo, avvicinata prima dell’inizio dell’incontro-conferenza –, però, seppur con paura e psicosi, gliele canta tutte alla madre. Del resto, la mano di Gabriele (Lavia n.d.r.) è forte e devastante: ve ne sarete accorti da come concede l’ingresso in scena ad Anna Maria (Guarnieri – n.d.r.): invadente, invasivo, senza il minimo riguardo di nulla e di nessuno. Era l’unico modo per importare dallo scritto originario la pura violenza nordica e collocarla nel nostro teatro”.

Anna Maria Guarnieri ascolta distrattamente. A lei preme vedere come siano venute le foto che le abbiamo scattato con la nostra digitale: ne osserva una sola delle tre che abbiamo scattato, quella che vi proponiamo, e dopo averci rimproverato di non avere ancora quei marchingegni che eseguono scatti alla velocità della luce, ci rassicura che può andare.

Menomale. Ma l’avremmo messa lo stesso. Anche se non le fosse piaciuta.

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