VARGAS, UNA BELLA LEZIONE SUL SILENZIO

Enrique Vargas
Enrique Vargas

PISTOIA. Ascoltandolo – e già questo è, paradossalmente, la negazione della sua disciplina – si ha l’impressione che quello che dice sia uno scherzo sul quale costruire un gioco di non sensi. La realtà, invece, è molto peggiore delle impressioni, perché la vita è, davvero, uno scherzo attorno al quale riuscire a costruire il nostro gioco, quello che ha il potere di trasformarci da oggetti in soggetti.

Enrique Vargas, del resto, ideatore psicologico della trasformazione delle cose che capitano sistematicamente ad ognuno di noi in teatro – e che teatro! –, lavora, da sempre, intorno ai sensi e su questi costruisce le proprie rappresentazioni, essenze indescrivibili di emozioni che gli altri, i discenti, stentano a vedere, capire.

Come lo stuolo di spettatori, muniti di carta e penna per prendere appunti, che l’altra sera, nella sala principale del Funaro (che ha iniziato la stagione in modo mirabile con il teatro Obludarium in piazza del Duomo), ha assistito alla lezione-istigazione-provocazione del professor Vargas, coadiuvato da Patrizia Menichelli, sua assistente personale, che nell’occasione ha svolto il ruolo, semiserio, della simultanea.

Ma non sono certo le parole l’anello di trasmissione emotiva, morale, culturale; secondo Enrique Vargas – e i suoi spettacoli, figli del teatro de Los Sentidos, ne sono una testimonianza insindacabile – è il silenzio, inteso come vuoto, come essenza primaria, il materiale attorno al quale architettare e costruire l’esistenza, che si affida, per indole, alle informazioni e alle esperienze, che non sono in biunivoca corrispondenza: le informazioni, se non mediate e metabolizzate dalle esperienze, restano elementi disorganici ai quali non riusciamo a dare il giusto peso e che finiscono per inondarci in modo sterile, senza alcuna compromissione.

Ci riempiamo la vita di informazioni, senza trasformarle in esperienze. Finisce così che le nostre scrivanie, come le tavole da pranzo, i frigoriferi, gli armadi siano sistematicamente pieni di cose che spesso e volentieri scansiamo per far posto ad altro che finirà per occuparne del nuovo. E basta.

E il pubblico segue il maestro
E il pubblico segue il maestro

Se le parole non sono l’eco del silenzio, se la nostra deambulazione non è soprattutto costellata di cadute, se non riusciamo a perderci, per sapere come ritrovarci, la nostra vita finisce per essere una semplice somma aritmetica di giorni e null’altro; solo la vita, intesa come nascita, esula dalla volontà dei singoli individui, che solo morendo, possono dunque rinascere e decidere cosa essere, cosa voler diventare: il vino combatte per non diventare aceto; noi abbiamo lo stesso dovere imperativo, se vogliamo evitare di essere solo e soltanto numeri.

Parole vuote, leggibili da sinistra a destra e viceversa, idiomi che possono sembrare incomprensibili, ma solo perché ne ignoriamo il codice di comprensione-assuefazione.

Al termine della lezione, Enrique Vargas ha chiesto ai presenti di interagire con la disciplina raccontando aneddoti di sincronicità che potessero in qualche modo calzare con il contesto; la stragrande maggioranza ha preferito tacere, ma solo perché ha temuto che le proprie personalissime coincidenze e vicissitudini non fossero all’altezza, relegandole tra le banalità quotidiane e depotenziandole della loro naturale forza.

Avrebbe dovuto ricominciare daccapo, Enrique Vargas, ma per l’altra sera bastava così.

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