«VITA AGRA DEL DOTTOR F.»

Venerdì 6 febbraio, alle 21, al Manzoni, uno spettacolo dell’indimenticato Bianciardi
Vita Agra. 1
Vita Agra. 1

PISTOIA. Nuovo appuntamento per la sezione “Altri Linguaggi” della stagione di prosa del Teatro Manzoni di Pistoia che si apre alle espressioni più nuove e di qualità della drammaturgia contemporanea. In scena, venerdì 6 febbraio, alle 21, lo spettacolo Vita agra del dott. F. liberamente ispirato all’opera dello scrittore Luciano Bianciardi e firmato a quattro mani da Angelo Romagnoli (che ne è anche protagonista assieme a Rita Felicetti e Claudia Pinzauti) e dal regista Gianni Farina, arricchito dal progetto sonoro dal vivo di Stefano De Ponti e dai costumi di Marco Caboni.

Il lavoro, prodotto da La Corte Ospitale/E-production con il sostegno del Comune di Siena e Fondazione Toscana Spettacolo, costituisce la tappa finale del Progetto Bianciardi, promosso dall’Associazione Teatrale Pistoiese in collaborazione con Biblioteca San Giorgio che, in gennaio, ha invitato il pubblico, attraverso una serie di appuntamenti, (come l’intenso incontro con Maria Jatosti, compagna di vita e di lavoro di Luciano Bianciardi) a riscoprire la straordinaria attualità del percorso letterario ed artistico del grande scrittore grossetano (scomparso nel 1971, a soli 49 anni), capace di parlare con immutata energia anche ai nostri sguardi di contemporanei.

Spirito individualista e libertario, Bianciardi fu tra i primi a interrogarsi sul ‘mutamento antropologico’ che l’Italia del Boom degli anni 50-60 stava vivendo e, attraverso la sua lettura politica ed economica degli eventi, sempre ironica e graffiante, a denunciare le contraddizioni e le alienazioni insite in un progetto di società (quella consumistica e neocapitalista) che spostava pericolosamente l’attenzione dall’uomo al mercato, dal valore profondo della ‘cultura’ al puro consumo, come propagandato dalla nascente industria culturale di quegli anni.

Lo spettacolo è liberamente tratto da La vita agra, il bellissimo romanzo di Bianciardi, pubblicato con straordinario successo nel 1962, in cui più generazioni hanno trovato la loro paura del presente e del futuro e in cui hanno riconoscono la propria incapacità di agire sullo stato delle cose. Per la prima volta, quindi, Angelo Romagnoli e Gianni Farina, incrociano i loro percorsi artistici in un lavoro di restituzione teatrale di un capolavoro della letteratura del ‘900.

“Al centro del testo – spiegano Farina e Romagnoli – vi è la storia di un rivoluzionario che si trasferisce nella grande città (Milano – n.d.r.) per vendicare i compagni morti sul lavoro (Il riferimento è al tragico scoppio della miniera di Ribolla, vicino Grosseto, in cui persero la vita 43 minatori – n.d.r.). Per sfortuna e indolenza rinuncerà all’attentato e finirà assediato nel proprio appartamento a contare gli spiccioli per arrivare a fine mese. La metropoli del miracolo economico lo mastica e lo sputa nella schiera infernale dei superflui, condannati a difendere l’inutilità del proprio lavoro culturale. Precario, condannato a scrivere venti cartelle al giorno, in una notte d’incubo fa un bilancio impietoso della propria esistenza. Decide che, scrivendo una grande opera, può fare giustizia per i suoi compagni. Ha bisogno di evocare grandi potenze. Questo Faust all’italiana e il suo Mefistofele iniziano un viaggio onirico in cui si vende l’anima firmando un ambiguo Contratto sociale. Le clausole sono scritte in piccolo. E così il rivoluzionario si integra e accetta le regole del vivere comune, rifugiandosi tra le braccia del sonno e le gambe della sua compagna. “

“Il capolavoro di Luciano Bianciardi – continua Gianni Farina – è frutto di un pensiero complesso e di una visione del mondo a tutto tondo che abbraccia l’economia, la politica, tematiche sociali e individuali che la rendono l’analisi più perspicace e profetica scritta in Italia in quegli anni. La sua potenza deriva dall’estremo senso di prossimità che lo scrittore riesce a instaurare con il lettore attraverso un raffinatissimo uso del linguaggio: il protagonista del romanzo è uno di noi, uno dei molti volti grigi che incrociamo ogni giorno nella folla cittadina.

Vita Agra. 2
Vita Agra. 2

Proprio questa forza evocativa, questa complessità e il virtuosismo linguistico, rendono La vita agra assolutamente anti-teatrale, mentre il teatro, se non vuole adagiarsi sul semplice monologo, si nutre di azione, di relazioni, di accadimenti a cui assistere o, a volte, partecipare. Come rendere allora l’interiorità dell’autore con le sue elucubrazioni e la sua ironia e passare repentinamente alla visione della metropoli? Come mettere in scena Milano, le segretariette, il padrone, gli ectoplasmi, i pittori del bar Giamaica? L’unica soluzione consiste nella riscrittura, nel reinventare il romanzo per tradurre scenicamente ciò che nasce sulla carta. Tradurre era anche il lavoro di Bianciardi del resto, egli traduceva inventando e reinterpretando testi altrui per cercare di passare al pubblico italiano delle espressioni che esistono solo in inglese: un procedimento prossimo all’alchimia, che trasforma una materia in un’altra…”

Di qui la ricerca da parte degli autori di figure archetipiche che potessero contenere in sé i vettori principali del libro, in modo da restituire con una sola figura (una sola attrice) tutta Milano, il Padrone e perfino, in qualche modo, la nebbia: la figura di Mefistofele ed al patto con il Diavolo che il protagonista, il rivoluzionario fa, rinunciando a distruggere un edificio, il torracchione (la sede della Montecatini, la società proprietaria della miniera) e finendo invece per arredarne un altro, la sua ‘casetta’ nuova. Egli ha venduto la propria anima al Diavolo non per sete di conoscenza, come Faust. Per pura sopravvivenza, firma un patto con il Padrone (che è anche la Padrona di casa)…

Ci siamo ispirati anche al Mon Faust di Paul Valéry – conclude Farina – un’opera straordinaria, poco conosciuta, nella quale abbiamo trovato stupefacenti coincidenze tra il rapporto Bianciardi/Anna del libro e quello tra Faust e Lust, una rivisitazione seducente della figura di Margherita del Faust goethiano. Fondamentale per la nostra riscrittura, è stato anche Il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau perché questa è senza dubbio la storia di una resa, la storia di un’Integrazione dove il protagonista cede alla pressione esterna e rinuncia alla battaglia, cede il passo alla città, al mondo, e si annichilisce lentamente. La nostra visione del contratto con il Diavolo quindi si stratifica e si arricchisce grazie al testo dello svizzero illuminista: il dott. F., con quella firma, si impegna in un contratto di affitto, un contratto di lavoro, un contratto editoriale, ma soprattutto un contratto con la società intera.

Il contratto sociale, preso alla lettera, impedisce di danneggiare altri individui o beni collettivi e obbliga il cittadino a lavorare per un nuovo intangibile e ubiquo Padrone: il Corpo Sovrano. Spesso le antologie citano solo le parti più edulcorate di quel testo fondamentale per la nostra cultura, che metteva già all’epoca in guardia contro il pericolo di divenire “schiavi” di questo corpo sovrano, “schiavi e alienati” del demoniaco sistema economico imperante che ci manipola e ci consuma attraverso il consumo. Grazie a questi due nuclei fondamentali, il Faust e Il contratto sociale, abbiamo potuto iniziare il nostro processo alchemico di traduzione dal libro al palco”.

[marchiani – teatro manzoni]

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