wonderland italy. ATLANTE E LA VOLTA CELESTE

Atlante. Regge o schianta...?
Atlante. Regge o schianta…?

NELLA SETTINANA appena passata, l’Ue si è resa conto che il fondo Atlante, pur essendo un aiuto di stato (continuiamo a ripetere che la Cassa depositi e prestiti è un’entità statale), è indispensabile per evitare l’esplosione di banco Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Quindi, come avevo anticipato 3 settimane fa, alla fine sembra prevalere la volontà di non affondare il coltello nella piaga. Ma questo non per riguardo alle due banche e nemmeno all’Italia. Ma solo per il timore di un effetto domino in grado di sconvolgere tutto il sistema bancario italiano e da qui propagarsi al resto d’Europa.

Nella narrativa renziana però tutto questo non compare: Atlante, nasce niente di meno che per assorbire almeno 50 miliardi di sofferenze bancarie italiane (punto).

La verità è che Banco Popolare di Vicenza ha iniziato l’aumento di capitale, che si chiuderà il 28 aprile. Il problema è che le azioni di questa banca non le vuole nessuno, tanto è che le azioni vengono messe sul mercato a 10 centesimi. Qui vale la pena ricordare che il Sig. Zonin, quello del vino durante la sua presidenza, vendeva le azioni ai correntisti della Popolare a 63 euro l’una.

Non solo, oggi sappiamo che i correntisti che chiedevano un mutuo, erano obbligati, contestualmente alla concessione del mutuo stesso, ad acquistare dette azioni. Non solo, quando le azioni della popolare di Vicenza, furono portate da 40 a 63 euro, gli azionisti erano circa 60,000, successivamente divennero 120,000. E ancora: questi azionisti/correntisti, non essendo la banca quotata, non hanno avuto alcuna possibilità di rivendere queste azioni, poiché la banca era indisponibile al riacquisto (buy back).

Questa, tra parentesi è la dimostrazione plastica di come i mercati e le tanto disprezzate borse, siano la migliore garanzia per gli azionisti, altrimenti in balia delle decisioni arbitrarie di un manipolo di persone.

ZONIN (ridimensionato)
Zonin (a destra) premiato dal presidente dell’Abi per il gran lavoro svolto: un macello del genere non era facile, ma lui c’è riuscito

In ogni caso, la morale della favola è che chi ha acquistato le azioni a 63 euro, ora vede il capitale incenerito per il 99,9% del valore originario (da 63 euro a 10 centesimi…).

Qui parliamo di pensionati, piccoli imprenditori, gente che ha messo 100mila euro ora se ne trova 100.

E l’assemblea ha votato a Pasqua per impedire l’azione di rivalsa verso il vecchio Cda… e Zonin si è dato una buona uscita milionaria…e dopo l’aumento di capitale le azioni di tutti questi azionisti, varranno lo 0.6% del capitale…

Ma la cosa non è così semplice: dovete sapere che il mondo è pieno di pazzi e l’aumento di capitale di Banco Popolare di Vicenza per 1 miliardo e settecento milioni viene garantito da Unicredit. Poi, di fronte al fatto che nes-su-no…nessuno (!) esercita il diritto di opzione per comprare le azioni, appare chiaro che Unicredit è fregata. Gli tocca scucire in solido la cifra e farsi carico dell’aumento.

A questo punto l’Abi, Bankitalia e soprattutto Renzi sudano freddo: Atlante è la via d’uscita, necessaria per sgravare Unicredit (ci manca solo di vedere in difficoltà la prima banca italiana) e portare a buon fine l’aumento di capitale. Ecco allora che si va col cappello in mano a Bruxelles, che obtorto collo accetta ora ciò che non aveva accettato mesi fa per Banca Etruria.

In ogni caso ancora siamo col fiato sospeso: infatti l’aumento di capitale dovrà vedere la partecipazione di altri soggetti, che permettano di avere il flottante minimo richiesto del 25% del totale azionario: ovvero, il 25% deve restare sui mercati borsistici per la libera negoziazione.

Mi sembra ad ora, un obbiettivo irrealistico stante l’indisponibilità dei mercati all’acquisto di azioni della Popolare. Da ciò consegue che la Consob, l’ente di controllo, dovrà fare delle capriole dialettico-legali non indifferenti per derogare…

La Banca d’Italia non era stata contattata
La Banca d’Italia

Non solo, essendo il fondo Atlante l’unico acquirente, il rischio è che debba presentare un’Opa (offerta pubblica di acquisto), che metterebbe in dubbio l’accordo fatto qualche anno fa in sede Ue, per cui la Cassa depositi e prestiti non rientra nel perimetro pubblico, che contribuisce ai conteggi relativi al debito pubblico dell’Italia.

Ma siamo solo all’inizio di un lungo viaggio: poi toccherà a Veneto Banca come avvicinamento al nocciolo radioattivo di Mps.

La morale di questo aumento di capitale è che, a dispetto di Visco e soci, il sistema bancario “più sano del mondo” (Renzi qualche mese fa) è infarcito di sofferenze bancarie che sono carta straccia, che i mercati valutano al 17% del valore originario, Visco valuta al 24% e le banche interessate pretenderebbero al 40-50%.

L’aumento di capitale in questione chiarisce meglio di ogni altra le idee ai confusi. In ogni caso, come per Banca Etruria, gli azionisti sono rovinati. Una volta di più: è ora di alfabetizzarsi. Un recente studio di Banca d’Italia afferma che il 70% degli italiani non capisce quello che legge. E se lo dicono loro c’è da credergli.

LA TERZA GAMBA DELL’UNIONE BANCARIA

Ora dovremmo anche comprendere meglio perché è così difficile raggiungere un accordo europeo per completare (ed è indispensabile farlo) l’unione bancaria europea.

Renzi…con la strizza al sedere, ha mandato Padoan a chiedere che si proceda con la garanzia unica europea sui depositi bancari, per quanto esposto sopra (la paura dell’emersione di altri casi è forte). I tedeschi dicono si, va bene, però prima assegniamo una ponderazione di rischio ai titoli di stato e mettiamo un tetto alla quantità in possesso delle banche. Lo scambio è ragionevole, ma non per Renzi, per motivi chiari ovvi, ma inconfessabili dal premier.

I titoli di Stato italiani sono attualmente acquistati dalla Bce e …dalle banche italiane. Ne hanno 400 miliardi in pancia. Porvi dei limiti significa mettere un grosso punto interrogativo sul debito pubblico italiano. Ma d’altro canto si capisce molto bene perché le banche italiane ancora non hanno riaperto il rubinetto del credito: tra sofferenze bancarie e “obbligo” i acquisto dei titoli di stato che non rendono nulla… soldini per l’economia reale ne restano pochini. Alla fine il Qe di Draghi è una gigantesca operazione di salvataggio degli stati e messa in sicurezza dei debiti pubblici… non ce lo diranno mai ma è così.

LA MOLTIPLICAZIONE DELLE IDEE (CONFUSE)

MA NON DEI PANI E MEN CHE MENO DEI PESCI

In compenso, in casa nostra continua il profluvio d’idee sconnesse dalla realtà. Da qualche giorno è molto trendy parlare di come smontare l’unico provvedimento, che, al netto della nefandezza sugli esodati, ha caratterizzato positivamente il governo Monti: la riforma Fornero.

Notre-Dame des Larmes, La Madonna delle lacrime
Notre-Dame des Larmes, La Madonna delle lacrime

Lo so, rischio la fucilazione in piazza. Ma quella riforma ha stoppato lo spread che veleggiava a 500 punti, ha evitato il crollo finale e soprattutto ha messo in sicurezza per decenni il sistema previdenziale italiano.

Quindi ovviamente Peron ed Evita (Renzi e Boschi… abituiamoci a parlare al plurale), siccome perderanno Roma e temono per il futuro, hanno deciso di smantellarla con un provvedimento, che rimette tutto in discussione.

Tra l’altro dire che si vuole agevolare il pensionamento dei lavoratori più anziani per favorire il ricambio generazionale è un pio desiderio in un paese che non produce ricchezza. Se si pensa di farlo per legge senza agire sulle cause ultime della disoccupazione stiamo freschi.

Infatti qui si continua a non voler prendere coscienza della realtà e si continua ad agire in modo confuso e contraddittorio, buttando via un sacco di miliardi e a chiedere poi all’Ue di poter fare sempre nuovo debito. Vediamo che viene fuori.

IL FALLIMENTO DEL JOBS ACT

E L’ESPLOSIONE DEI VOUCHER

A dimostrazione di ciò ecco finalmente i primi dati ufficiali dell’Inps. Qui vi metto il Pdf

http://www.inps.it/docallegati/DatiEBilanci/osservatori/Documents/Osservatorio%20Precariato%20-%20Gen-Feb%202016.pdf

Vi riassumo: tabella 3 pag. 11

  • rapporti di lavoro a tempo indeterminato (gennaio-febbraio):
  1. 2014: + 87180 (governo Letta)
  2. 2015: 143164 (Jobs Act + sgravi fiscali)
  3. 2016: 37113 (Jobs Act + sgravi fiscali ridotti)

jobmarket“Essa è data dalla somma di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato, trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine e numero di apprendisti trasformati a tempo indeterminato.

Sottraete a questa somma le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato e scoprirete che, nel bimestre gennaio-febbraio 2016, il saldo netto è di 37.113 posti.

Nello stesso periodo del 2015 tale variazione netta era stata di 143.164. Pertanto, scopriamo che nel 2016 si è verificata una contrazione del 74% nella variazione netta dei rapporti a tempo indeterminato rispetto al 2015. Nel bimestre gennaio-febbraio 2014, ultimo del governo di Enrico Letta, tale variazione era stata di 87.180.” (cit. M. Seminerio)

Andando a pag. 33 vediamo al grafico 1 la percentuale dei nuovi rapporti di lavoro attivati/ variati a tempo indeterminato sul totale dei rapporti attivati/ variati nel periodo gennaio /febbraio degli anni 2014-15-16:

  • 2014: 37.5%
  • 2015: 40,3%
  • 2016: 33,8%

Questa è la dimostrazione lampante che, con gli sgravi fiscali a termine il mercato del lavoro sta tornando da dove era venuto. Ovvero nel limbo dei non nati.

In compenso, come già segnalato, continua l’esplosione dei voucher. A pagina 39 vediamo questa tabella: voucher valore nominale 10 euro venduti nei mesi di gennaio-febbraio negli anni 2014-15-16.

  • 2014: 7.905.000
  • 2015: 13.511.000
  • 2016: 19.618.000 (+47% sul 2015)

quest’ultimo aspetto dimostra che se il Jobs Act si proponeva di limitare il precariato ha fallito, anche se bisogna riconoscere che probabilmente ha fatto emergere un sommerso che altrimenti sarebbe rimasto tale.

ALTRI DATI

C’è poco, anche se quel poco è interessante:

  • nuovi ordinativi industriali (febbraio): +0,7% (0,6% precedente)
  • nuovi ordinativi industriali annuale (febbraio): +3,8% (0,1% precedente)
  • vendite industriali italiane annuale (febbraio): – 0.2% (- 0.3% precedente)
  • vendite industriali italiane (febbraio): +0.1% (+0.9% precedente)

Qui notiamo che le vendite non ripartono e quindi l’aumento degli ordinativi fa pensare ad un aumento nei magazzini in vista di una ripartenza. Può essere un segno di maggiore fiducia, come una preparazione alla stagione estiva, che tradizionalmente, grazie all’apporto dei turisti segna un incremento dell’attività economica in Italia (quando c’era la lira si poteva acquistare valuta italiana ad occhi chiusi, sapendo che in estate aumentava di valore, per poi rivendere a settembre con un realizzo presso che certo)

Strimpellate politiche per il popolo bue?
E lui strimpella e ride…

Balza poi agli occhi il dato delle vendite al dettaglio annuale di febbraio:

  • +2.7% rispetto al -0.8% del mese precedente

questo dato è abbastanza sorprendente ma in effetti torna con il dato sugli ordinativi industriali.

Vediamo se siamo ad un inizio frutto della massiccia politica di promozioni e sconti della grande distribuzione destinato a stabilizzarsi oppure se trattasi di fuoco di paglia.

Lo avete passato bene il 25 Aprile…?

[Massimo Scalas]

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