wonderland italy. IL BEL CAPITALISMO SENZA CAPITALE

«Spiacenti! Siamo ancora i primi»
«Spiacenti! Siamo ancora i primi»

CARI ANTIMPERIALISTI, antiamerikani, antipurchèsifacciacasino.

Abbandonate le vostre speranze di vedere, come andate pronosticando da almeno 70 anni, l’impero amerikano sgretolarsi rovinosamente. Non accade e non accadrà.

Gli Usa restano e resteranno ancora a lungo la principale potenza economica e militare del pianeta.

La Silicon Valley, che aveva finanziato compatta la Clinton (per ogni dollaro dato a Trump, 60 sono stati dati alla Clinton) si è presentata ieri a rendere omaggio al neo presidente.

Una bella rivincita ma non solo: una presa d’atto realistica dei fatti e una mossa intelligente di Trump, che ha deciso di stringere una collaborazione concreta con il settore più innovativo dell’economia americana.

Molte di queste aziende hanno patrimoni pari a 2-3 volte il Pil italiano, creano centinaia di migliaia di posti di lavoro, contribuiscono al primato tecnologico americano.

E la politica non dorme: il Wisconsin ha autorizzato la libera circolazione delle auto senza pilota.

UNIONE DELLE REPUBBLICHE

SOCIALISTE SOVIETICHE ITALIANE

Italia. Anno 2016
Italia. Anno 2016

Nel frattempo in Italia accade un fatterello di cronaca locale che, come direbbe Lotito, è didascalico di cosa abbia prodotto un cinquantennio di sindacalismo parassita e irresponsabile, di politica fatta per alimentare e proteggere gli amici e i parenti, nella mente degli italiani, anche quelli più giovani.

Il fatto accade a Moncalieri, all’Istituto Tecnico Pininfarina.

Un allievo, che evidentemente non dorme in piedi, preso atto che una bibita e una merendina dei distributori presenti nella scuola e nel bar della stessa, costano tre volte il prezzo praticato nei supermercati, decide di fare arbitraggio sul prezzo.

Ovvero, decide di mettere su un commercio, con tanto di listino diffuso via Vuozzàppe (alla toscana): il nostro, in fondo si accontenta di margini risicati.

Un tè venduto al distributore a 1,5 euro, lui lo compra a 50 cent e lo rivende a 70. In tutto ci fa circa 100 euro al mese.

Un pericolosissimo spacciatore di... merendine
Un pericolosissimo spacciatore di… merendine

Lo beccano e lo sospendono, a fine anno lo bocciano. Quest’anno ci riprova, le cose continuano ad andare bene, poi lo beccano e lo sospendono. Perché lo sospendono? Per lo scontrino? Per le norme igieniche? O forse perché questo strano tipo, si era messo in testa di fare concorrenza al bar e ai distributori, che, come è not,o danno una quota dei proventi alla scuola? A voi che sembra?

In ogni caso, Mao e Stalin da lassù o più probabilmente laggiù, non avranno mancato di commuoversi per il gesto del Preside: manca solo il campo di rieducazione maoista e siamo a posto. Ma non è finita.

Interviene la Fondazione Einaudi, un covo di liberisti sovversivi, che decidono di premiare lo spirito imprenditoriale di un ragazzo, che probabilmente, quando i suoi compagni saranno in piazza, fra 10 o 20 anni a manifestare per il lavoro garantito e ilredditougualipertuttiatutti, avvolti nelle loro bandiere Cgil-Che Guevara, avrà già prodotto qualche milioncino di euro di utile con una qualche azienda da lui creata.

Lo premiano con una borsa di studio, lui, lo spacciatore di merendine, il bocciato con infamia. E qui viene il bello, anzichenò.

Nuovo libro di testo al Pininfarina di Moncalieri
Nuovo libro di testo al Pininfarina di Moncalieri

Ovviamente insorge il dirigente, insorgono i legalisti di facciata e, cosa davvero deprimente e patetica, insorgono i compagni, anche quelli che acquistavano le merendine.

Ecco un sunto dei commenti dei poveretti cretinetti:

“È un premio immeritato: un illecito in una scuola non è un motivo serio per dare una borsa di studio” (perché vendere una bibita a tre volte il valore di mercato invece è cosa onesta, vero? Aggiungerei io), dice uno studente.

“Hanno dato una borsa di studio a caso”, aggiunge un rappresentante dei circa 500 studenti presenti alla manifestazione.

E ancora: “Al Pinin non vince il dieci ma gli evasori”, “borse di studio anche per noi”, “cervelli in fuga, venditori di snack abusivi da Nobel”, sono alcuni dei cartelli esposti davanti alla scuola dagli studenti, che hanno anche mostrato alcuni messaggi dello studente-imprenditore in cui li prenderebbe in giro.

“Noi non ce l’abbiamo con il nostro compagno, sia chiaro – dicono i ragazzi –, ma riteniamo che questa borsa di studio sia stata data a caso”.

A caso? Beh, certo.

I PICCOLI INVIDIOSI CRESCONO

Corso accelerato dull’invidia
Corso accelerato sull’invidia

Capite bene quali storture devono albergare nella mente di un ragazzo che riceve generazioni di lavaggi di cervello, che hanno portato l’italiano-tipo a vivere per lo più di invidia sociale, odio per il denaro (altrui s’intende) e nessuna voglia di confrontarsi e mettersi in discussione, sin dalla più tenera età.

Accade così che in questo Paese ci troviamo, oggi più che mai, privi di una classe politica, ma anche imprenditoriale, degna di questo nome.

Come diceva Mourinho, oggi siamo con zero titoli e zero capitali. E quindi non siamo nelle condizioni di difendere le “nostre eccellenze italiane” dalle scalate altrui.

MEDIASET, COME DA TRADIZIONE

Occhi alla data. Lo avevano già detto
Occhi alla data. Lo avevano già detto

Da qui a Mediaset è un attimo. Cosa accade a Mediaset? Accade che il furbo Bollorè, imprenditore francese a capo del colosso Vivendì (pronuncia Vivandì), azionista di maggioranza relativa di Telecom che ricordiamo fu oggetto di una sciagurata privatizzazione de noartri (vedi alla voce: “disastri di Prodi”) a seguito della quale venne spolpata dai nostri onestissimi imprenditori, abbia iniziato una scalata ostile (ovvero senza l’approvazione della famiglia Berlusconi) a Mediaset.

In realtà in questi ultimi decenni sono numerosissimi gli esempi di aziende passate allo straniero, chi non ricorda Parmalat? Perché cari signori, la verità è una sola, che il nostro è un capitalismo senza capitale, fatto all’occorrenza col nostro portafoglio, sotto forma di aiuti di Stato e protezionismo. Dunque, cosa mai pretendiamo?

GOVERNO NUOVO, PANZANE VECCHIE

Dunque appare ridicola la posizione di chi, nel governo, finge di strapparsi i capelli per “l’avanzata dello straniero”.

Come al solito si abbaia alla luna pur di non dire in pubblico ciò che in privato appare ovvio: un Paese privo di capitali, privo di imprenditori di peso, non può fare nulla per impedire al Bollorè di turno di prendersi un’azienda quotata in borsa, perché, cari i miei lettori, se un’azienda si quota per ottenere capitali freschi, allora le regole le fa il mercato, non il governo, non il Berlusca piagnucolante. Il resto è Cina, o se preferite Venezuela.

D’altro canto, abbiamo proprio qui a Pistoia, sotto il nostro naso, l’esempio migliore di cosa ha voluto dire la Breda in mano pubblica per 60 anni e cosa significa ora Hitachi.

Il passaggio non mi pare abbia prodotto sconquassi e, anzi, mi sembra che da quando in azienda c’è un padrone interessato a quella strana cosa chiamata profitto, le cose stiano andando senz’altro meglio.

Perché non andavano così ai tempi di Chiti e Bassolino (commento del direttore malvagio…)?

IL CAPITALISMO LOGORA CHI NON CE L’HA

Vi svelo dunque un segreto. Questo Paese non è morto per eccesso di capitalismo e liberismo, ma per la loro assenza.

I nostri pseudo capitalisti, non ci hanno mai nemmeno pensato a reinvestire in azienda i loro utili; spesso le hanno usate come bancomat e quasi sempre hanno preferito l’abbraccio mortale con la politica e le banche a preservazione del loro orticello protetto (meglio, molto meglio l’intreccio pervasivo e complice con i sindacati e la politica che la competizione in campo aperto, che avrebbe inevitabilmente obbligato lor signori a fornire i servizi migliori al minor costo – e a questo ha ben contribuito anche la bugiarda ministra [in]Fedeli – altra zampata feroce del direttore cattivo…).

Ma ora siamo alla resa dei conti. Le banche stanno saltando come birilli e i politici sono ormai col culo per terra, se è vero, come è vero, che Poletti dichiara candidamente che la legislatura sarà breve per evitare il referendum sul Jobs Act (ne riparliamo).

PROTEZIONISMO TOSSICO

CHE LOGORA CHI CE L’HA

Un bel Maduro e vedrete come si viaggia anche noi!
Un bel Maduro e vedrete come si viaggia anche noi!

Tutto si tiene e ora potete capire meglio perché questo Stato oggi muore di eccesso di burocrazia, di eccesso di norme, di presenza invasiva nella nostra vita di tutti i giorni.

Tutto costruito in funzione di preservazione del potere dei furbi e dei prepotenti. Tale sistema spazia in senso orizzontale, ma anche verticale, se è vero, come è vero, che anche un semplice dirigente agisce verso uno studente più sveglio degli altri come lo Stato ai suoi livelli più alti agisce bei confronti di chi vuole fare impresa seriamente.

Ecco allora una galleria degli orrori, che negli ultimi decenni hanno devastato l’economia italiana, dalla citata vicenda Parmalat, a Telecom e Cirio, alla plurifallita Alitalia.

Perché, sia chiaro, quanto accade oggi alle banche italiane viene da lontano.

L’ESITO FINALE, LA DISTRUZIONE DEL RISPARMIO DEGLI ITALIANI

E così arriviamo alle nostre banche. Per decenni chiuse in una fortezza inespugnabile, nota col nome di Fondazione.

Le fondazioni altro non erano, e sono ancora, circoli chiusi, piccole oligarchie quasi ereditarie, riunite per comitati d’affari locali, con grandissima influenza sul territorio circostante.

Per decenni hanno fatto il bello e il cattivo tempo gestendo a volte (e anche molte) allegramente il denaro dei clienti.

La crisi devastante del 2008 ha stoppato la festa bruscamente, evidenziando anche qui l’insufficiente capitalizzazione del sistema.

A quel punto avrebbero potuto seguire due strade:

  • ricapitalizzare le banche mettendoci soldi loro (dei soci)
  • quotarsi in borsa o, se già lo erano, lanciare un aumento di capitale chiedendo soldi ai mercati
Parole al vento nel Paese degli amici...
Parole al vento nel Paese degli amici

Ma la prima soluzione non piaceva perché ai nostri capitalisti piace intascare i profitti ma non piace metterci di tasca loro quando serve; la seconda prospettava ai loro occhi un curioso e intollerabile effetto secondario: la possibilità che qualcuno si prendesse la “loro” banca e li mandasse a zappare.

Ecco allora i 20 distruttivi anni di Zonin al Banco Popolare di Vicenza e di Consoli a Veneto Banca; ecco i comunisti della Fondazione Monte dei Paschi riuscire, in 30 anni, a disintegrare la banca più antica del mondo.

Ma allora? Quale strada hanno percorso per salvare le terga?

Semplice: l’Italia è il primo Paese al mondo per obbligazioni subordinate. Ne circolano 3-400 miliardi.

Ecco chi ha messo i soldi al posto loro: i risparmiatori che, da bravi analfabeti funzionali, si sono fidati del disinteressato impiegato della banca di cui erano clienti.

E Bankitalia? Boh. E la Consob? Boh. E l’Abi? What is Abi?

IL BANCO SALTA

A questo punto, mentre Mps lancia l’aumento di capitale da 5 miliardi così, tanto per provarci, e riapre i termini della conversione delle obbligazione in azioni, che sarà volontaria ma che diventerà forzosa in caso di esito deludente (ve l’avevamo detto: e questo è solo l’inizio), l’Italia sprofonda nella melma cui l’hanno condotta decenni di rapina continua da parte di una classe politica corrotta, volentieri sorretta da imprenditori collusi e sindacalisti che sarebbero stati perfetti nell’Argentina dei Kirchner.

Tutto nel tripudio di un popolo che, come i continui scandali dei furbetti del cartellino, dei furbetti della 104 e dei furbetti vari eventuali e dovunque, si è volentieri adeguato all’assalto alla diligenza.

E non veniteci a dire che è colpa dei tedeschi!

[Massimo Scalas]

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