wonderland italy. L’AUSTERITY SPENDACCIONA

Renzi, Aristotele & Gesù
Renzi, Aristotele & Gesù

IERI È STATA la volta dell’approfondimento di una delle famose slides di Renzi, quella sul Pil: oggi proseguiamo in un ideale passaggio di testimone parlando della spesa dello Stato, della spending review che non c’è stata e mai ci sarà. I perché erano spiegati nella parte finale del pezzo di ieri. Ma prima di iniziare è giusto parlare di un dato appena uscito che ha del clamoroso

LA DISOCCUPAZIONE

L’Istat ha infatti comunicato il dato definitivo della disoccupazione del secondo trimestre, pari all’11,5% rispetto all’11,6% precedente. Un dato, occorre dire sùbito, positivo e di cui dobbiamo rallegrarci come italiani; un dato che assume contorni davvero inusuali se lo abbiniamo ai due dati su cui tanto si è detto nelle scorse settimane: ovvero consumi interni in contrazione e Pil trimestrale assolutamente fermo.

Grafico 1. Le verità nascoste
 Le verità nascoste

Il dato è davvero sconcertante, perché se il Pil è fermo come lo è, se i consumi sono fermi e se, come comunica l’Istat, le ore lavorate sono aumentate dello 0,5% su base trimestrale e del 2,1% su base annua, significa che c’è stato un crollo verticale della produttività.

Ricordo che la causa prima della mancata crescita di questo Paese è una produttività costantemente bassa e inferiore agli altri Paesi europei. Qui il link del rapporto all’interno del quale, a un’analisi più attenta, notiamo alcune cose: che calano gli occupati a tempo pieno e aumentano quelli a tempo parziale.

Continua inoltre ad aumentare il numero di persone pagate con i voucher e al contempo diminuiscono i posti vacanti offerti dalle aziende.

Grafico 2. E intanto i voucher aumentano
E intanto i voucher aumentano

I dati odierni, tra l’altro, confliggono parzialmente con le comunicazioni obbligatorie trimestrali del Ministero del lavoro che raccontano del crollo delle attivazioni nette dei contratti, causa riduzione della decontribuzione.

Calano attivazioni e cessazioni volontarie, aumentano i licenziamenti (+7,4% rispetto allo stesso trimestre del 2015).

Calano le dimissioni volontarie, perché il mercato è stagnante e perché dimettersi significa uscire dall’art. 18 ed entrare nel Jobs Act senza più l’art. 18 (questo è il risultato di aver fatto il Jobs Act solo per i nuovi contratti).

Trovate tutto qui. Naturalmente l’Istat, pesantemente messo in discussione dal governo solo la settimana scorsa, ora è buono, bravo e giusto.

Ma vedremo di tornarci sopra, perché la cosa è inedita e interessante – così come non è inedito, ma è sicuramente interessante sapere che basta lavorare un’ora la settimana per risultare occupato. Che il segreto di questo dato Istat sia proprio in questa considerazione? Gli ultimi mesi dell’anno ci daranno molte risposte in proposito.

IL RIGORE INESISTENTE E LE IDEE CONFUSE SULL’EUROPA

Ma torniamo al tema di ieri. Avevamo chiuso sulla spesa di pessima qualità (spesa corrente) a scapito degli investimenti (spesa in conto capitale) fatta a debito stante l’inesistente revisione della spesa promossa dal non utile Gutgeld.

Il quale, punto sul vivo dall’ex commissario Perotti che lo aveva accusato di non aver tagliato un fico secco e di avere anzi incrementato spesa e debito per almeno 25 miliardi, a fronte di numeri e argomenti solidi portati da quest’ultimo ha pensato bene di rispondere con attacchi personali, accusando Perotti di essere un frustrato che non ha potuto fare quello che voleva. Questa è la qualità del dibattito pubblico in Italia.

L’unico rigore che ci è piaciuto
L’unico rigore che ci è piaciuto

Ora si dà il caso che da Atene, a margine dell’incontro con Tsipras, Renzi è ripartito con la litania del “basta rigore e basta diktat” dalla Germania. Frase azzardata per dare man forte a Tsipras e quindi a se stesso nel chiedere di fare tutto il debito che gli pare.

Urge ricordare che la Grecia ha già ricevuto 230 miliardi di euro dall’Ue, anche da quei Paesi che, come Spagna e Portogallo, hanno fatto dure riforme per rientrare degli aiuti ricevuti, e anche da quei Paesi che, come Lettonia e Lituania, hanno un Pil decisamente inferiore a quello greco.

E sono proprio questi Paesi, ora, a non volerne sapere di assecondare i governi di Roma e Atene, che, in cambio della tranche di aiuti in scadenza a settembre, si erano impegnati per scritto a prendere 22 provvedimenti di varia natura. Ad oggi sono state soddisfatte solo 5 di queste condizioni.

Perché mai l’Ue deve continuare a buttarci soldi? Fa molto comodo additare la Germania come responsabile dell’austerity: peccato che l’austerity non si veda da parecchio tempo.

Sono molti i Paesi europei che non ne vogliono proprio sentir parlare di soldi extra da spendere allegramente soprattutto se a chiederli è un Paese che ha ricevuto valanghe di miliardi come la Grecia (sono circa 10 anni di finanziarie medie italiane) e dal Paese, l’Italia, cui sono state concesse deroghe di flessibilità superiori a tutti gli altri membri.

SCHIARIAMOCI LE IDEE

C’è un po’ di confusione...
C’è un po’ di confusione…

In Italia si fa molta confusione su cosa sia cosa. Chiamiamo austerità la semplice regoletta fondamentale per far parte di un’unione che non è politica ma solo monetaria: i conti a posto.

Stare nell’Ue, piaccia o meno, è come stare in un condominio, dove se uno non paga tutte le spese concordate, tocca poi agli altri pagarle al posto suo.

Come si può pensare che i Paesi con i conti a posto siano disponibili a mettere i debiti in comune (vedi eurobond) con chi chiede sempre e solo di fare più spesa e più deficit?

UNA FANDONIA TIRA L’ALTRA

Non solo: basta frottole agli italiani (e tra Pd, 5 Stelle e Lega pare una gara a chi le racconta più grosse): è una falsità affermare che le regole europee siano rigide e rigidamente applicate da euroburocrati.

Senza parole
Senza parole

Le scelte sono sempre politiche in Europa e sono i politici a farle. All’Italia dell’èra Renzi è stato concesso di sforare il limite del deficit previsto di ben 1,7 punti percentuali, pari, nel solo 2015, a ben 14 miliardi aggiuntivi.

Caso mai in un Paese in cui il debito continua a salire e lo spread è ai minimi con interessi addirittura negativi sui titoli pubblici, l’austerità la stanno imponendo i mercati.

Come? Se lo spread è fasullo, perché non rispecchia il rischio-Paese, allora questo si trasferisce sulle banche, con la nota situazione di profonda crisi di fiducia in particolare verso le nostre.

L’economia è fatta di vasi comunicanti e se per ora lo spread è basso per esclusivo merito del Qe di Draghi, che ha tolto il tappo da una vasca ormai colma, c’è da chiedersi cosa accadrà quando il tappo, prima o poi, verrà rimesso.

Accadrà e ne riparleremo. Intanto ringraziamo il cielo che capo della Bce non sia stato nominato un tedesco, altrimenti sarebbe stato un botto terrificante.

LA FAVOLA DELLA SPESA CHE PORTA CRESCITA

E così arriviamo a ricollegarci alla spending e alle scelte fatte sino ad ora.

Se ci avete fatto caso è passata da mesi una riforma della Pa (Pubblica Amministrazione).

Draghi giovedì scorso ha esplicitamente detto che i Paesi che hanno aumentato la spesa pubblica in questi anni non hanno ottenuto crescita e maggiori posti di lavoro. Ed è così.

Vediamo nel dettaglio:

  • In Inghilterra sono stati tagliati in 5 anni 5 punti di Pil di spesa pubblica e il Pil è cresciuto del 2,3%
  • in Spagna taglio di punti 6 e crescita del 3,2
  • in Irlanda taglio di punti 9 e crescita del 7
  • l’Italia ha incrementato la spesa pubblica e crescita di 0,5 punti

L’ENNESIMA OCCASIONE SPRECATA

La Ministra Madia e il signor Renzi. Lui è mai stato eletto?
La Ministra Madia e il signor Renzi. Lei la riformatrice, ma Lui è mai stato eletto?

Ora, mentre in tutta Europa, come vediamo, le riforme della Pa hanno avuto come primo obbiettivo un risparmio quantitativo di spesa da destinare agli investimenti e al risanamento dei conti, la riforma Madia, lungi dall’affrontare i problemi di taglio della spesa pubblica, come esplicitamente dichiarato da Renzi e dalla stessa Madia, ha scelto deliberatamente di non farlo: la spesa nella Pa nel 2015 è cresciuta di altri 800 milioni, con una riduzione degli investimenti di 300 milioni. E tutto per affidare il compito direttamente ai dirigenti.

UNA P.A. POLITICIZZATA

Questa poteva anche essere una buona soluzione, se… se non fosse stata accompagnata dal decreto attuativo che prevede che il controllo circa la bontà del lavoro svolto dai dirigenti sia opera di una commissione politica.

A questo punto è chiaro che il dirigente sarà assai interessato a ingraziarsi i politici che lo giudicheranno più che a badare ai conti e all’efficienza del proprio ufficio.

C’è quindi una forte probabilità che il dirigente non venga giudicato in base ai risultati, ma in base al grado di soddisfazione della politica: e sappiamo bene quali sono le necessità dei politici.

E così, dopo la “non ingerenza” sulla Rai, ora ci sarà la “non ingerenza” della politica sul lavoro dei dirigenti. Eppure, se si volevano fare le cose per bene, i meccanismi c’erano, bastava legare il giudizio a paramentri standard, quali per esempio, la celerità di espletamento delle pratiche, un coefficente di soddisfazione del cittadino misurato tramite questionari da inviare a casa una volta l’anno, la % di contestazioni e cause aperte contro l’ufficio, ecc.

A quando la meritocrazia?

[Massimo Scalas]

[Fonti: Istat, Ministero del Lavoro, Eurostat, Bce]

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One thought on “wonderland italy. L’AUSTERITY SPENDACCIONA

  1. “A quando la meritocrazia?”, si domanda Massimo Scalas come sigillo finale al suo intervento, sicuramente con un pizzico di retorica, incredulità, ironia. Cerco di rispondere io che sono, ad occhio e croce, più vecchio di lui di una ventina di anni: ero piccino, quando sentivo parlare di meritocrazia, ma quanto a vederla davvero…e poi, se devo ripensare a tutte le cose a cui ho assistito in ventidue anni di lavoro in Regione (salvo lodevolissime, ma casuali eccezioni, naturalmente), credo di poter concludere che aspetteremo ancora un po’.
    Piero

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