wonderland planet. SARÀ UNA VERA E PROPRIA SETTIMANA DA PAZZI

Dubbi esistenziali
Dubbi esistenziali

DA VENERDÌ è ufficiale: l’unico Paese colpito dalla Brexit, prima che la Brexit avvenisse, è l’Italia. Non solo, oltre alla Brexit malandrina, c’è un quadro macroeconomico europeo in rapido deterioramento.

PAROLA DI TADDEI

Questo almeno, è quello che sostiene Filippo Taddei, che, insieme a Yoram Gutgeld, notissimo responsabile per la Spending Review (che non si è vista… Spending è una tipa riservata…), costituisce la nostra punta di diamante che va a ingrossare la fila di tutti quelli che in questi anni ci hanno fatto o c’erano per davvero.

Aforismi e verità
Aforismi e verità

Il prode economista coi soldi nostri così riflette a proposito del nostro Pil trimestrale inchiodato a zero (0): «È bene rammentare che ancor prima della Brexit era in corso un rallentamento dell’economia globale, evidenziato già ad aprile dal Fondo monetario internazionale. Ed era illusorio pensare che la cosa non si sarebbe riflessa sull’andamento dell’Eurozona. Certo, si poteva sperare che la cosa avvenisse in un modo più leggero e meno immediato, ma tant’è».

Beh, illusione per illusione vediamo ancora una volta come il rallentamento dell’economia globale si è “riflesso sull’andamento dell’Eurozona.”

NON PUOI MANIPOLARE I NUMERI PER SEMPRE

 La dura realtà del Pil
La dura realtà del Pil

Ma se è vero che i “senatori Pd” possono mentendo, convincere qualcuno qualche volta e Renzi anche tutti per qualche mese, i numeri europei sono questi (già presentati nella sezione “Italy”) ma è bene ribadirlo qui.

Come potete constatare, non c’è nessun crollo nel Pil delle varie nazioni: le eccezioni sono Austria e Francia (e infatti la campagna mediatica del momento s’intitola: “e i francesi allora?”), che però (la Francia; per l’Austria i problemi sono legati all’elezione del Presidente della Repubblica), ha subìto mesi di scioperi selvaggi che si sono verificati a causa delle proteste contro la riforma del mercato del lavoro.

LE BORSE E IL DIVORZIO DALLA REALTÀ

Intendiamoci: il nostro Taddei in parte ha ragione, nel complesso è in atto una frenata che ormai dura da un annetto buono (ha allarmato noi di Linee, possibile non preoccupasse loro che governano?), ma ciò non toglie che in questi momenti noi riusciamo a fare molto peggio degli altri, mentre quando gli altri ripartono di scatto, noi siamo ancora lì che ci allacciamo le scarpe con i governi nostrani, che in pochissimo tempo, diciamo tre mesi, riescono, di solito, a organizzare un bel tavolo di concertazione con Cgil, Cisl e Uil, per discutere di cosa fare per fare ciò che poi andrà fatto per fare ciò che poi facciamo… forse… ma in parte… piccola parte… se arrivano i decreti attuativi…

Si vabbè… Ma che c’è da magnà?
Si vabbè… Ma che c’è da magnà?

Ma in ogni caso, diamo a Cesare ciò che è di Cesare e vediamo la situazione nel bel mondo pieno di armi e di guerre.

Intanto ribadiamo il concetto che più passa il tempo più è macroscopico: in borsa non ci si capisce più niente.

Dinamica di una bolla
Dinamica di una bolla

Hanno deciso che anche loro devono separarsi dalla realtà, fatta di fondamentali quali bilanci, utili, perdite, per entrare felicemente nell’iperspazio.

Una dimensione dove tutto sale senza mai flettere, una cosa che nemmeno il Viagra…, una dimensione in cui i bimbi masticano felici il chewing gum, gonfiando bolle… bolle belle, tonde, grandi, sempre più grandi… di quelle che se poi scoppiano sparano te in un altrove inesplorato.

REAZIONI ESILARANTI MADE IN USA

E Wall Street festeggia…
E Wall Street festeggia…

Accade così che venerdì, tra una partita a scacchi con mio figlio e un’occhiata alle mie valute, io assista in diretta all’ennesima incongruenza di questi tempi moderni.

Escono i dati americani delle vendite dei beni essenziali al dettaglio di luglio: si passa da un +0,9% del mese precedente a un -0,3% di luglio. Non solo, l’Ipp, ovvero l’indice dei prezzi alla produzione di luglio passa da +0,5% del mese precedente a -0,4%.

Bene, anzi male, visto che questo dato fa il paio con la brusca frenata del Pil del secondo trimestre rilasciato la scorsa settimana (noi del resto sono mesi che segnaliamo le recessioni in alcuni stati dell’Unione) e col calo della produttività non agricola… E Wall Street che fa? Festeggia il suo massimo storico, impensabile a febbraio.

Con il record storico dell’indice sp500...
Con il record storico dell’indice sp500…

Ma la cosa ha una sua logica: in pratica i mercati festeggiano qualunque dato che allontani il secondo aumento dei tassi di riferimento che la Yellen promette da dicembre del 2015, quando avvenne il primo.

Niente aumento dei tassi di riferimento infatti, significa denaro a buon mercato o gratis. Quindi chi se ne frega dell’economia reale?

Il problema, però, è che il valore delle aziende quotate si sta gonfiando a dismisura, indipendentemente dai bilanci societari. Capite bene che una follia del genere prima o poi dovrà finire e, più la faccenda dura, più la bolla speculativa si gonfia e più il botto sarà forte.

La borsa è sempre salita nella storia, ma queste salite sono sempre state accompagnate da rovinosi capitomboli come la Grande Depressione del 29. La differenza, l’anomalia non da poco, è che allora l’allineamento tra borse e economia reale era pressoché totale, oggi si assiste a una separazione netta con i massimi di borsa che arrivano in un momento di contrazione economica.

Può durare a lungo? A mio parere no. Una regola d’oro degli operatori di borsa dice: vendi sui massimi e compra sui minimi.

INTANTO IN CINA….

Intanto in Cina escono questi dati:

  • export annuale luglio: -4,4%
  • import annuale luglio: -12,5% (rispetto a – 8% precedente)
  • produzione industriale annuale luglio: +6% contro +6,2% precedente
  • vendite al dettaglio annuale luglio: +10%, contro +10,6% precedente
  • crescita nuovi mutui di luglio: 463 miliardi di yuan contro 1380 miliardi mese precedente
Cali compagni, da oggi siamo tutti capitalisti!
Cali compagni, da oggi siamo tutti capitalisti!

Cosa indicano? Indicano che continua il momento difficile che accompagna la lunga transizione cinese verso un’economia basata sui consumi interni.

Continua la discesa vistosa e costante dell’import e dell’export e continua il rallentamento relativo alla produzione industriale e alle vendite al dettaglio.

Certo questi ultimi due dati noi ce li sognamo, ma tutto va ricondotto al contesto, che per i cinesi è quello di 2 miliardi di bocche da sfamare, convertire al capitalismo (sembra una barzelletta ma non lo è) e possibilmente arricchire.

UN SAMURAI STANCO

Intanto in Giappone la richiesta di prepensionamento dell’Imperatore Akiito (dovrà fare un mutuo con trattenuta del quinto della pensione?), simboleggia bene il momento che vive il Paese. Da circa 20 anni alle prese con la stagnazione economica (intendiamoci… avercela una stagnazione che ti permette di avere il tasso di disoccupazione, pari al 3,1%, più basso del mondo!), in bilico, dopo l’avvento di Abe, tra una deriva sudamericana del debito e la riaffermazione di sé, come terza economia del mondo, il Giappone è fortemente tentato dall’helicopter money, ovvero l’acquisto senza soluzione di continuità di debito pubblico da parte della Boj (banca centrale giapponese). Debito senza cedola e senza scadenza. O meglio, con scadenze dell’ordine dei 50-100 anni. Il che è come dire che non sarà mai ripagato e finirà tutto in pancia alla Boj.

Beh, sì! Sono un po’ stanco...
Beh, sì! Sono un po’ stanco…

In realtà, ogni volta che Kuroda si è mosso, gli effetti sono stati opposti a quelli attesi. A gennaio, quando a sorpresa scattarono i tassi negativi, assistemmo a una rovinosa caduta dei mercati, dell’indice Nikkei in particolare e delle borse mondiali in generale. E due settimane fa con l’acquisto di Etf abbiamo visto lo Yen rafforzarsi notevolmente.

A questo punto si dice che Abe dovrebbe presto varare un programma di stimolo fiscale pari a 28 mila miliardi di yen.

CHIACCHERE TANTE RIFORME POCHE

Il punto è che anche in Giappone la popolazione invecchia, il trend demografico è decrescente e il Paese sino ad ora ha evitato di fare ricorso all’immigrazione (il Giappone è un Paese da sempre chiuso all’immigrazione) e soprattutto il premier Abe ha parlato tanto e riformato poco… Non so se vi ricorda qualcuno. Tra l’altro… ma vi rendete conto che ormai, con i politici latitanti sono i banchieri ad avere assunto un ruolo politico?

Vi invito a rifletterci e a chiedervi se:

  • a – siamo ancora in democrazia
  • b – se ci serve ancora la democrazia
  • c – se sia opportuno il suffragio universale

Sì. Indignatevi pure. Scrivetemi e ditemi pure che sono un cretino che sputa sul sacrificio dei partigiani morti per la libertà: ma intanto che lo fate mettetevi in discussione e pensateci, potrebbero passarvi per la testa pensieri poco rassicuranti. E non parlo di ciò che accadrà, ma di ciò che è accaduto e sta accadendo.

E LA GRAN BRETAGNA?

Intanto a Londra il governo May tira le cose per le lunghe. Io sento puzza di imbroglio, ma in ogni caso, attualmente la faccenda è ancora confusa. È presto per capire le conseguenze della Brexit. Quello che è sicuro è che l’incertezza protratta nel tempo non aiuterà l’economia inglese.

Molti prevedono una fase recessiva piuttosto forte. Io che non sono un mago, vorrei farvi capire, parlando di un unico, apparentemente secondario problema legato alla Brexit, cosa significa uscire oggi dall’Ue.

Dunque, ci sono quattro possibilità principali:

  1. Il Regno Unito può in qualche modo continuare a essere uno Stato membro dell’Ue, nonostante il voto del 23 giugno
  2. Il Regno Unito può chiedere l’adesione allo Spazio economico europeo (See), come la Norvegia, l’Islanda e il Liechtenstein
  3. Il Regno Unito e l’Unione Europea possono stabilire ampi accordi bilaterali, come nel caso della Svizzera
  4. Il Regno Unito fa pochi o punti accordi con l’Ue

In tutti e quattro i casi, si pone la questione del trasferimento dei dati dalla Gran Bretagna all’Ue e viceversa.

Infatti per evitare di interrompere le attività economiche delle aziende che operano sia nel Regno Unito che nell’Unione Europea, sarebbero necessari accordi post-Brexit in materia di trasferimenti e protezione dei dati.

Per esempio: si consideri una multinazionale con sede a Londra, e filiali in Europa, dove la sede di Londra ha la responsabilità di gestione del personale per i dipendenti dislocati sul continente.

Ciò sarebbe possibile solo se i dati del personale possono essere liberamente condivisi tra le sedi dell’azienda. In un mondo post-Brexit trasferimenti di dati come questi potrebbero essere soggetti a un regime di regolamentazione diversa che colpisce le operazioni della società.

L’impatto della Brexit potrebbe essere ancora maggiore per le banche con sede a Londra, e le piattaforme digitali che richiedono il trasferimento di dati dai loro dipendenti ai loro clienti che si trovano in Europa.

Ora, il regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) dovrebbe regolamentare i trasferimenti di dati dall’Ue al Regno Unito. Esso avrà effetto dal 25 maggio 2018 (che abroga il quadro privacy precedente Ue, direttiva 95/46/Ce), quando il Regno Unito sarà probabilmente ancora uno Stato membro dell’Unione Europea.

Quindi, nei primi due scenari, si presume, teoricamente, che non accadrebbe nulla, ma a livello politico sarebbe molto difficile, per i politici britannici, giustificare di fronte agli elettori il ripudio del risultato referendario.

In realtà oggi appare probabile che il Regno Unito sia invece pienamente indipendente dell’Ue e dal See, e che cerchi di stringere accordi bilaterali con l’Ue e quindi, si ponga il problema dello scambio dei dati; e considerato che la sorveglianza elettronica, che il governo britannico conduce nell’interesse della sicurezza nazionale, è già ora ritenuta asfissiante e incompatibile con i regolamenti comunitari, è facile immaginare che non sarà una passeggiata.

Questo stesso problema è stato affrontato e risolto dall’Ue nei confronti degli Usa, con il trattato denominato Privacy Shield, frutto di lunghe trattative che hanno alfine mediato tra la priorità data dagli Usa alla sicurezza nazionale e le esigenze europee di tutela dei diritti fondamentali degli individui a vedere rispettata la loro privacy.

Non c’è dubbio che la Gran Bretagna sarebbe costretta a ripercorrere una strada simile, ma altrettanto non c’è dubbio che per una nazione che ha orgogliosamente scelto la via della totale libertà dai vincoli europei, questa è una scelta politicamente scomoda.

E non solo: il Regno Unito sarebbe costretto a stipulare trattati bilaterali in merito, anche con gli Usa e con tutti gli altri stati interessati (per esempio la Svizzera).

Magari, se state zitti per un po’…
Magari, se state zitti per un po’…

Nel frattempo capite bene che per le multinazionali con sede a Londra e attività sparse nel Vecchio Continente, si è aperto un periodo di estrema incertezza e, si sa, l’incertezza è nemica della programmazione.

E se non si può pianificare il futuro, in economia non si investe. Ecco, ora avete capito, come un aspetto apparentemente marginale della Brexit, può impattare sull’economia del Regno Unito.

Con questo, passo e chiudo: certo che, nella settimana che si apre, assisteremo in Italia, a nuovi e fantasiosi interventi della politica e della stampa allineata, per attuare le solite fallimentari, sguaiate pressioni sulla Commissione Europea per consentirci di fare più debito, sempre più debito, per coprire con buchi sempre maggiori, i buchi di bilancio pregressi operati da Renzi in questi due anni.

Così dopo le comiche intitolate “E i tedeschi allora?”, dopo le accuse a Juncker per “l’ austerity che ci ammazza”, fatta, guarda un po’, di continue concessioni a sforare proprio a noi italiani, dopo il patetico rifiuto delle regole bancarie europee liberamente sottoscritte nel 2010, ora siamo all’apoteosi della Brexit che ha colpito solo noi prima ancora che venisse votata e al ritorno della recessione internazionale che però non impedisce agli altri di crescere – meno che nel 2015 ma comunque di crescita ancora si tratta.

Attendiamo [s]fiduciosi un mea culpa di Renzi e almeno il silenzio dei suoi tirapiedi.

[Massimo Scalas]

[Fonti: Bruegel.com, Financial Times, The Guardian, Twitter, Investing.com, Boj]

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